Il ras Mario "Mariano" Riccio

Il racconto del collaboratore di giustizia Giovanni Illiano (ex killer del gruppo Amato)

Bisognava uccidere tutti i componenti del gruppo guidato da Mario Riccio, meglio conosciuto come Mariano (genero del boss Cesare Pagano, e all’epoca reggente della cosca). La missione andava portata a termine anche attraverso azioni eclatanti, con i volti dei nemici che dovevano essere resi irriconoscibili, quando sarebbe stato concluso l’agguato. La circostanza emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Illiano.

In particolare, nel corso dell’interrogatorio a cui si sottopone il 28 novembre del 2012, il pentito fa mettere a verbale: «E’ successo che dopo la lupara bianca di Antonino D’Andò, nel febbraio 2011, ci fu una riunione, con il vertice del gruppo Amato. Dopo una quindicina di giorni, ai primi di marzo, il reggente della cosca mi mandò a prendere e mi fece portare da lui, di giorno, in tutta riservatezza».

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«Io, insieme ad altri – continua a raccontare Illiano – fummo portati (al cospetto del boss) in un appartamento ai Camaldoli, al piano terra. (Il boss) era insieme al cognato. Iniziammo a parlare, e seppi che anche Mariano Riccio doveva partecipare a questo incontro. Durante questa discussione emerse poi che Mariano Riccio aveva mandato a dire che non poteva venire perché “aveva le guardie sul collo (addosso, ndr)”, ma (il reggente degli) Amato commentò dicendo che Mariano “non viene perché tiene ’o mariuolo in corpo” (espressione che indica come qualcuno sia restio a intervenire, perché sa di essere nel torto, ndr)».

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Nel corso dell’incontro, il boss – riferisce il pentito – disse chiaramente che «dovevamo uccidere i componenti della paranza di Mariano Riccio. In particolare, nel caso di un affiliato ai Pagano (inserito nel gruppo di Riccio), questi avrebbe dovuto morire la domenica successiva, e dovevamo ammazzare chiunque stava con lui (gli era vicino dal punto di vista criminale)». Non mancano particolari quasi splatter nel racconto del collaboratore di giustizia. «Riguardo a quest’ultimo omicidio che avrei dovuto commettere io, materialmente, (il boss) mi disse che dovevo proprio “schiattargli ’a capa” (la testa, ndr) con tutte e due le pistole in faccia, perché l’obiettivo del raid che stavamo organizzando, teneva in mano tutti gli interessi economici di Mariano, gli teneva i soldi, le case, ecc… Nel caso in cui Mariano fosse venuto armato, la direttiva era che poteva essere ucciso anche lui», spiega il pentito.

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