(Nelle foto Salvatore Fido e, in basso, il suo arrivo nell'azienda di via Argine)

Il ras Salvatore Fido, all’epoca ricercato in tutta Italia, due anni fa ha incontrato l’imprenditore Alberto Coppola per mettere le cose in chiaro: «I Mazzarella pretendevano un risarcimento per una fornitura passata senza dazione al clan»

di Luigi Nicolosi

Quello del commercio petrolifero è ormai da tempo uno dei pilastri del core business del potente clan Mazzarella. Un affare importante a tal punto da spingere nell’estate del 2018 il giovane boss Salvatore Fido, alias  “’o chiò”, all’epoca nel pieno della propria latitanza, a rischiare l’arresto pur di precipitarsi negli uffici dell’imprenditore Alberto Coppola e chiudere l’ennesima “operazione”. All’incontro prese parte anche un altro emergente capozona della cosca della periferia est, Giovanni Formisano: il summit andò avanti per circa un’ora e si concluse con una stretta di mano tre la parti, le quali concordarono che di lì in avanti non ci sarebbero stati più problemi sui pagamenti e sulle tangenti da versare quando i carburanti passavano per il Porto di Napoli.

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Il singolare retroscena è riportato agli atti della maxi-inchiesta “Petrol Mafie Spa” che pochi giorni fa ha portato all’esecuzione di settanta arresti. L’indagine ha svelato, in particolare, il coinvolgimento nel business dei clan Moccia e Mazzarella: «Ulteriore prova – scrivono i pm – dei buoni rapporti tenuti da Alberto Coppola (cugino del ras Antonio Moccia, ndr) con personaggi della criminalità partenopea emerge dall’episodio accaduto il 29 agosto 2018, quando Coppola si è incontrato con Salvatore Fido, all’epoca latitante, e con Giovanni Formisano presso i suoi uffici di via Argine». Gli inquirenti non hanno dubbi a inquadrare il motivo della riunione: «Giovanni Formisano, detto Giancarlo, e Salvatore Fido pretendevano un “risarcimento” da Coppola per aver effettuato una fornitura di prodotto petrolifero transitato dal Porto di Napoli per il deposito della Maxpetroli Srl commissionata da Felice D’Agostino, senza la dazione della quota spettante al clan Mazzarella».

All’appuntamento, non sapendo di essere inquadrati da una telecamera piazzata dagli investigatori, arriva prima Formisano a bordo di una Mercedes, seguito a stretto giro di posta da Fiso, che si presenta invece alla guida di uno scooter Honda. Varcato il cancello dell’azienda, i due incontrano dunque Coppola, il quale, ignorando di essere sotto intercettazione, afferma: «Una volta devi parlare…. per me è chiuso il discorso e non ci dobbiamo vedere più». Passa qualche giorno e l’1 settembre Giuseppe Vivese, anch’egli indagato, riferisce dell’incontro a Marco Lione: «Quell’altro che venne con la motocicletta sai chi è? Quello lì è il più ricercato d’Italia… uno dei più ricercati… è venuto qua dentro perché doveva fare la tarantella con… no con noi! Che alla fine… quello entrò disse zio Alberto “no quello è mio nipote! Quello è un fratello mio”».

In merito a quest’ultimo passaggio, gli inquirenti affermano: «Vivese continua dicendo che la loro presenza, pur essendo ricercati per vari motivi, era da attribuire alla problematica nata da una fornitura di carburante partita dal Porto di Napoli con consegna presso la Maxpetroli omettendo di comunicare la vendita ai Mazzarella ai quali probabilmente veniva elargita una somma di denaro per ogni atb caricata nel Porto. Vivese – concludono i pm – dimostra dunque di essere pienamente a conoscenza delle dinamiche criminali».

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