(Nella foto il boss Pasquale Puca “’o minorenne")

La super pentita svela le infiltrazioni della cosca di Sant’Antimo negli uffici investigativi: «Ogni intervento costava 500 euro». Fari puntati sul consulente della Dda e sull’ex ispettore della Squadra mobile

di Luigi Nicolosi

Una cosca tentacolare e in grado, grazie alle proprie smisurate disponibilità economiche, di infiltrarsi in ogni livello di potere. L’ombra del clan Puca si era così allungata persino sugli uffici della Squadra mobile di Napoli e addirittura ai piani alti della Procura antimafia. È uno spaccato da brividi, quello che emerge dalle oltre centoventi pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che cinque giorni fa ha portato all’arresto di sei uomini, tra ras e fiancheggiatori, della temibile cosca di Sant’Antimo. La svolta nelle indagini è arrivata grazie alle rivelazioni di tre pentiti eccellenti: Ferdinando e Rosa Puca, e Claudio Lamino. Sono stati proprio loro a spiegare agli inquirenti della Dda il nuovo modus operandi del clan, che grazie alla chirurgica e sistematica bonifica dei locali sottoposti a intercettazioni ambientali avrebbe così evitato alcune accuse di omicidio.

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Un’accusa pesante come un macigno, della quale devono oggi rispondere Carmine Lettieri, Luigi Baldascini, Antimo Di Biase, Antimo Puca e Amodio Ferriere. Il primo, dipendente della ditta “Area”, fornitrice per la Procura di Napoli di servizi e strumentazione per operazioni di intercettazione telefonica e ambientale e per l’installazione di Gps e telecamere, avrebbe ricevuto «somme di denaro di importo variabile per commettere atti contrari al suo servizio, consistiti nell’effettuare ciclicamente attività di bonifica presso abitazioni, auto e uffici nella disponibilità di diversi affiliati al clan Puca». Ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria, Lettieri avrebbe, secondo i pm titolari dell’inchiesta, «in più occasioni, a partire dal 2008, su disposizione di Amodio Ferriero, effettuato attività di bonifica nell’abitazione di Ferdinando Puca, in via Boccaccio a Sant’Antimo, senza rinvenire alcuna strumentazione atta a intercettare e ricevendo ogni volta il compenso di circa 500 euro».

Stando alla ricostruzione della Dda, gli “interessamenti” del tecnico Lettieri si sarebbero spinti però anche oltre: «Nel 2012, su richiesta di Antimo Di Biase, che lo contattava per il tramite di Luigi Baldascini, ispettore di polizia in servizio alla Squadra mobile di Napoli fino al 2009, successivamente in quiescienza per raggiunti limiti di età, effettuava attività di bonifica nell’ufficio-deposito di Antimo Puca in via Medi a Sant’Antimo, luogo in cui in precedenza lo stesso Lettieri, nominato ausiliario di polizia giudiziaria dai carabinieri di Castello di Cisterna, aveva installato la strumentazione necessaria alle operazioni di intercettazioni, che rimuoveva ricevendo il compenso di 500 euro». Una collaborazione che sarebbe andata avanti poi fino al 2012.

Sul punto la collaboratrice di giustizia Rosa Puca, vedova del ras Giuseppe Puca, ha affidato ai magistrati della Dda partenopea una lunga e circostanziata ricostruzione: «A proposito degli esponenti delle forze dell’ordine – ha spiegato nel giugno scorso – voglio dichiarare che anni fa, sicuramente quando mio figlio Ferdinando era libero, Amodio Ferriero è venuto a casa mia in compagnia di un appartenente alle forze dell’ordine, e sono giunti a bordo di due moto. Fu Ferriero a dirmi che si trattava di una guardia e che doveva fare la bonifica a casa mia per verificare se ci fossero microspie. Era un uomo alto e biondo, aveva con sé un apparecchio per rilevare la presenza di microspie. La guardia aveva circa 40 anni. Era presente anche Nando. La ricerca aveva dato esito negativo. Ricordo che questo episodio è avvenuto dopo pochi giorni che i carabinieri di Castello di Cisterna, e in particolare il maresciallo Giordano, era venuto a casa nostra per dei controlli». Nel febbraio scorso lady Puca aveva riconosciuto quell’uomo proprio nel consulente Lettieri.