Nel riquadro, Rosario Giugliano detto 'o minorenne

Le argomentazioni contenute nel decreto di fermo per il tentato omicidio di Carmine Amoruso (ex collaboratore di giustizia)

Qualche giorno prima della notifica di una ordinanza di custodia cautelare in carcere – eseguita lo scorso 19 aprile (quando sono state arrestate, in totale, 26 persone) – il 60enne boss di Poggiomarino, Rosario Giugliano, detto ’o minorenne, è stato destinatario di un decreto di fermo per il tentato omicidio di Carmine Amoruso. Quest’ultimo, un passato da collaboratore di giustizia, il 13 aprile del 2021, a San Marzano sul Sarno, è stato obiettivo di un agguato, durante il quale sono stati esplosi 14 colpi di arma da fuoco.

Al raid, stando alle risultanze investigative, oltre a Giugliano, avrebbe partecipato anche Nicola Francese. Al riguardo ci sono due informative di polizia giudiziaria, consultate dai pubblici ministeri che hanno siglato il decreto. La prima è stata realizzata dai carabinieri di stanza a Nocera Inferiore, la seconda è quella della Squadra Mobile di Salerno. Da entrambe emerge il ritratto di un uomo, Giugliano appunto, definito dai magistrati, «partecipe della “strategia della dissociazione”».

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Vale la pena, infatti, ricordare, che ’o minorenne risulta aver preso la distanza dalla camorra, ma secondo inquirenti e investigatori, «Rosario Giugliano rappresenta il tipico esempio di soggetto con una personalità criminale refrattaria ad ogni tentativo di rieducazione da parte dello Stato, capace di sfruttare abilmente le pieghe offerte dall’Ordinamento per sottrarsi alle sue responsabilità fingendo di assumere un atteggiamento di ripudio del proprio passato, nella consapevolezza della sufficienza di tale atteggiamento per evitare le conseguenze di atroci delitti», si legge nel decreto a firma dei pm della Dda di Salerno, Elena Guarino e Marco Colamonaci.

«Ritenuto responsabile di numerosi omicidi ed estorsioni – è riportato nel documento – nonché di partecipazione alla associazione mafiosa capeggiata da Carmine Alfieri e, in particolare, della sua articolazione riferibile a Pasquale Galasso, Rosario Giugliano risulta avere accumulato condanne per complessivi 227 anni, 7 mesi, 28 giorni di reclusione, ridotti ex art. 78 c.p. ad anni 30». Differente, invece, su questo punto, la posizione di Giugliano, che anche attraverso lettere inviate a organi di stampa, ha sempre protestato la genuinità della sua decisione di tagliare con il passato da malavitoso.

Emblematica, da questo punto di vista, la missiva a firma di Giugliano, pubblicata nel 2007 dalla rivista Tempi: «Nel 1992 arrestarono Pasquale Galasso, egli fu portato al carcere di Salerno, fu messo nella mia cella e io, passati i primi tempi, volli parlargli a quattr’occhi (cosa non facile, vista l’abituale corte dei miracoli che gli girava attorno) per manifestargli, con molta determinazione, la mia intenzione: una volta fuori avevo deciso di allontanarmi per sempre dall’associazione. Con mia sorpresa lui apprezzò la mia decisione (ciò risulta anche nelle dichiarazioni da lui rese in diversi dibattimenti), però nonostante questo suo apprezzamento c’era il resto dell’associazione da convincere. Passarono altri mesi e Galasso iniziò a collaborare (ecco perché apprezzò la mia decisione)».

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«La sua collaborazione – continua la lettera – creò tale scompiglio nelle file dell’organizzazione, e pure io ero consapevole che avrei subìto ulteriori conseguenze con la giustizia, sarei stato condannato ad altri anni di carcere. Tale fatto non modificò le mie intenzioni, non mi impedì di continuare a cercare la via d’uscita determinante». Nello scritto, Giugliano racconta che si era nel periodo a cavallo tra il 1993 ed il 1994.

«Fu allora che un altro capo dell’associazione, Angelo Moccia, mi esternò il suo proposito di chiudere con quella vita e mi informò che voleva dissociarsi: quella mi apparve subito la soluzione più appropriata per tirarmi fuori da tutto, dissociarmi voleva dire dichiarare le mie colpe, assumendomi le mie responsabilità, confessare tutti i reati da me commessi e fare chiarezza su tutto quello che era stato il mio vissuto criminale».

Naturalmente, questa è la versione di Giugliano (stralci delle lettere sono riportate nel decreto di fermo per il tentato omicidio di Amoruso, ndr). C’è da rilevare, inoltre, che nel corso di un interrogatorio del 18 novembre 1997, a Galasso viene chiesto in aula, da un avvocato: «Mi dica come mai Rosario Giugliano non figura a proposito della collaborazione tra le persone che lei ha informato della sua intenzione di collaborare ed invece lo indica tra coloro i quali partecipano ai proventi dell’attività del gruppo; come mai non ritiene di informare anche Rosario Giugliano?». «Perché all’epoca, Giugliano stava in carcere», risponde l’ex boss di Poggiomarino.

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