Da sinistra (in senso orario), Totò Riina, Lorenzo Nuvoletta, Raffaele Cutolo e Umberto Ammaturo

LA STORIA DELLA CAMORRA Il collaboratore di giustizia Umberto Ammaturo ripercorre le fasi della guerra tra Nco e Nuova famiglia

di Giancarlo Tommasone

Strategie, intrighi, ambigui posizionamenti, inviti, trappole: sono le componenti che caratterizzano lo scenario prima dello scoppio della guerra di camorra tra la Nco di Raffaele Cutolo e il cartello della Nuova famiglia. A rendicontare su quel periodo di estrema incertezza e mancanza di equilibri sul versante della criminalità organizzata, è – nel corso di una udienza del processo Gava – il collaboratore di giustizia Umberto Ammaturo, per anni «signore» incontrastato del narcotraffico. «Quale fu il ruolo dei Nuvoletta di fronte alle pretese di Cutolo di assoggettare tutti i gruppi al suo potere?», domanda il pubblico ministero. E Ammaturo risponde: «Il ruolo dei Nuvoletta, in quel frangente, per chi non conosce i fatti in oggetto, può apparire ambiguo. I Nuvoletta, inizialmente cercarono di portare Cutolo e i cutoliani dalla parte dei corleonesi, quando Cutolo non accettò, di conseguenza, incaricarono Bardellino di agire con la strategia della rottura della tregua».

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la tregua contro la Nco di Raffaele Cutolo»

Rottura della tregua, che però, doveva essere attuata in modalità «anonima». «Non potevamo passare apertamente per quelli che rompevano l’armistizio stipulato proprio a Marano, lo scopo era quello di provocare la reazione di Cutolo, cercando di non far capire che ci eravamo mossi prima noi, contravvenendo palesemente agli accordi per la tregua», racconta Ammaturo.

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«Quando poi i cutoliani scoprirono gli autori dell’attentato con la bomba a Cutolo, e la rottura della tregua, si recarono a Marano a reclamare la testa degli attentatori. Quelli della Nco erano riusciti a catturare un autista del mio clan e lo avevano fatto parlare, quindi sapevano che la bomba era stata messa su mio ordine. A Marano, dunque, si stabilì che dovevo essere ammazzato», afferma il pentito. Riuscì a sfuggire all’esecuzione della condanna a morte, grazie a Bardellino. «Fu Bardellino che mi disse che mi volevano uccidere, quindi io riparai a Las Palmas, in Spagna, poi ritornai in Campania (era il settembre del 1981) e feci degli omicidi, uccisi dei cutoliani. Poi me ne andai in Sud America e lì ammazzai altri fornitori, da cui si approvvigionavano i cutoliani», spiega il collaboratore di giustizia.

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