Achille Lauri, alias Comandante Marcos (la foto in primo piano è tratta da 'Chi l'ha visto?'), sullo sfondo la scena del rapimento Cirillo

ESCLUSIVA – Stylo24 ha intervistato Achille Lauri, alias Comandante Marcos, per anni agente del Sisde infiltrato nella Nuova famiglia e oggi balzato agli onori della cronaca per il suo ruolo di salvatore dei bambini scomparsi

di Giancarlo Tommasone

Dopo una non facile trattativa, Stylo24 è riuscito a intervistare Achille Lauri – alias Comandante Marcos -, sul suo passato, anche di collaboratore di giustizia. Quel passato, che afferma Lauri, è fatto di trascorsi sotto copertura, per conto del Sisde (servizio segreto civile), nelle fila della Nuova famiglia, organizzazione criminale che tra gli anni Settanta e Ottanta, intraprese una sanguinosa guerra con la Nco di Raffaele Cutolo. Va fatta una doverosa precisazione, rispetto ai contenuti dell’intervista: da giornalisti, abbiamo raccolto la personale versione di Lauri, circa episodi di cui dice aver avuto ruolo di primo piano. Si tratta di fatti relativi a uno dei periodi più bui e misteriosi della storia del nostro Paese.

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Sostiene di essere entrato a far parte dei servizi segreti civili, nel 1978. A quell’epoca era in carcere (per l’omicidio di Raffaele Annunziata, commesso nel 1972), come fu contattato per entrare nel Sisde, e da chi?
«Fui segnalato a un altissimo funzionario del Sisde e della polizia di Stato, morto da oltre 20 anni (Lauri ci fa nome e cognome di questo personaggio, che però decidiamo di non pubblicare, ndr), da Vincenzo Casillo, mio amico, che conoscevo da ragazzo. Io ero in carcere da innocente, perché agii per legittima difesa. Casillo, erroneamente a quanto si crede, era un vero e proprio agente dei servizi e non un camorrista, non lo è mai stato. Era in tutto e per tutto un infiltrato nella Nco, e di questa cosa Raffaele Cutolo non era assolutamente a conoscenza. Casillo parlò con (il funzionario), dicendo che aveva un carissimo amico in prigione, condannato ingiustamente, e il funzionario si attivò per far venire a galla la verità. Il mio processo non fu mai riaperto, ma in compenso mi diedero la possibilità di lasciare il carcere e di cominciare a lavorare come agente del Sisde».

Come fece ad allontanarsi dal carcere?
«Mi fecero avere un permesso premio, dal quale, naturalmente non tornai. Da latitante, sempre attraverso Casillo e, informatori del funzionario, fui presentato ai Giuliano di Forcella, e entrai a far parte della Nuova famiglia, ma agivo da infiltrato, ero nei fatti un agente dei servizi sotto copertura».

E quindi svolgeva la sua attività di 007, all’esterno delle carceri?
«Per il periodo in cui sono stato in libertà; in seguito, dopo la cattura, anche nelle carceri».

Era una copertura anche la sua collaborazione con la giustizia? Vale a dire era, un pentito indirizzato, manovrato dai servizi?
«Come potevo non esserlo, visto che ero un agente infiltrato nella camorra? Naturalmente riportavo al Sisde, tutto quello che apprendevo circa le organizzazioni malavitose, le infiltrazioni nella politica, nelle forze dell’ordine e nella magistratura. E da agente, salvai la vita a tre funzionari dell’Antiterrorismo, Criscuolo, Stella e De Lucia, al brigadiere  Quaranta e a 7 agenti. Erano finiti tutti nel mirino delle B R, condannati a morte dal cosiddetto tribunale del popolo».

Con le sue dichiarazioni da «collaboratore di giustizia», ha contribuito a far scattare il maxiblitz del 17 marzo 1984, quello contro la Nuova famiglia. Presero tutte le persone da lei indicate?
«Ci furono solo 512 arresti, ma dovevano essere 532, all’appello mancavano 20 persone, nei confronti delle quali si preferì non agire. Quei 20 erano tutti colletti bianchi, che però andavano lasciati stare. La cosa non mi piacque per niente, e mi misi subito in contatto con il funzionario che mi aveva arruolato, e gli dissi che era un criminale, che non si era voluto fare piazza pulita. Minacciai che avrei detto tutto, facendo saltare la copertura. E misi termine alla collaborazione con la giustizia».

E il funzionario cosa le rispose?
«Che sarebbe stato organizzato, a breve, un altro blitz, che però non scattò mai. E poi quattro giorni dopo quegli arresti, ebbi un’altra risposta. Uccisero mio fratello Antonio, laureando in medicina».

Furono quelli della Nuova famiglia?
«No, dietro il delitto di mio fratello, sono sicuro, c’era proprio la mano di quel funzionario».

Nel 1988, le uccidono un altro fratello, Ciro. Era davvero un affiato alla Nco?
«Assolutamente no, era un lavoratore, con una famiglia, e non faceva parte di alcuna organizzazione camorristica».

Da ex pentito (siamo nell’aprile del 1984), evade dalla Caserma Iovino, a Napoli. Insieme a lei scappano altri due ex collaboratori, Salvatore Zanetti e Pasquale D’Amico (quest’ultimo della Nco); l’evasione si inquadra in un’altra azione impartita dai servizi?
«Certo, un’azione, che però non era stata impartita a me, bensì a D’Amico, che, dopo quanto era accaduto per il fatto del maxiblitz che aveva risparmiato i colletti bianchi, aveva il compito di uccidermi durante l’evasione, mentre ci calavamo con funi fatte con le lenzuola».

Anche D’Amico, quindi, era un uomo dei servizi?
«No, ma gli avevano promesso la libertà, se mi avesse ammazzato. Io fui avvisato delle sue intenzioni, da una sua amante, e riuscii a neutralizzarlo. Quando mi presero, mi trasferirono in un carcere di massima sicurezza, nello stesso in cui poi trasferirono D’Amico».

Qual è la «sua verità» rispetto al rapimento di Ciro Cirillo, e dei delitti del vicequestore Antonio Ammaturo e di Vincenzo Casillo?
«Prima l’attentato nei miei confronti, poi gli omicidi di Antonio Ammaturo, di Vincenzo Casillo e, qualche anno dopo, di una donna (Lauri si riferisce a una rappresentate dell’upper class capitolino, il cui delitto è tuttora ammantato di mistero. Ci fa nome e cognome del personaggio, che anche in questo caso, decidiamo di non pubblicare, ndr), sono tutti stati innescati dal rapimento di Ciro Cirillo (nel 1981), o meglio dai soldi raccolti per la sua liberazione».

Il famoso miliardo e mezzo di lire?
«Altro che. Erano 45 miliardi, raccolti sia dal Sisde, attraverso la rete del funzionario (quello che ingaggiò Lauri, ndr), e da Casillo. Le Brigate Rosse avevano chiesto un miliardo e mezzo per la liberazione di Cirillo, alla fine si dovettero accontentare di molto meno (900 milioni di lire, ndr). L’assessore poteva essere rilasciato pochi giorni dopo il sequestro, fatto sta che la raccolta dei soldi continuò ancora per molto, per fare più denaro possibile. Denaro da spartirsi».

E quei soldi che fine fecero?
«Cinque miliardi furono divisi immediatamente tra il funzionario del Sisde, Casillo e altri agenti sotto copertura. Ne rimanevano quaranta, che dovevano spartirsi, esclusivamente, il funzionario e Casillo. E’ a questo punto che entra in scena la donna dell’alta società romana, amante di un agente dei servizi. Una donna che aveva i contatti giusti nel mondo della finanza. I 40 miliardi furono depositati in Svizzera; alla “custode” non fu detto che si trattava del denaro raccolto per la liberazione di Cirillo, ma di fondi neri del ministero da tenere occultati, lontani dall’Italia. Per il servizio reso, alla donna fu promesso un miliardo».

E poi cosa accadde?
«Un giorno mi chiama Casillo (siamo nel 1982), e mi dice che era stato contattato dal funzionario: c’era un problema. La donna si era tenuta per sé non uno, ma dieci miliardi. Casillo, non aveva creduto a quanto raccontatogli dal funzionario, e aveva accusato quest’ultimo dell’ammanco. Naturalmente, la cosa mette in crisi il rapporto tra Casillo e il funzionario, e mette in pericolo la nostra vita, sia la mia, che quella di Casillo».

Ma lei cosa c’entrava con i soldi del riscatto?
«Assolutamente niente, però, essendo molto legato a Casillo, ero in pericolo anche io. A questo punto, per salvarci la vita, decidemmo di contattare Antonio Ammaturo. Raggiunse me e Casillo a San Giovanni a Teduccio. Ammaturo era un vero poliziotto, un fedele servitore dello Stato. Appena ci vide, ci avvisò: “So chi siete (Lauri afferma che evidentemente Ammaturo era a conoscenza della copertura dei due, ndr), e so pure che siete latitanti. Sono qui perché avete detto di avere informazioni di estrema importanza, ma appena finito di parlare, allontanatevi, perché il mio dovere mi impone di arrestarvi”. Riferimmo la storia dei soldi del riscatto, e ognuno andò via per la sua strada. Ammaturo (risulta sempre a Lauri, ndr), scrisse due lettere al Ministero dell’Interno, per rendicontare di quanto era venuto a conoscenza, senza avere mai risposta. Fatto sta che a luglio del 1982 lo uccisero».

Sta dicendo che dietro l’omicidio di Ammaturo c’erano i servizi?
«E chi, sennò. Con la regia del funzionario. Un mese prima avevano provato a uccidere me. Ero “latitante”, mi trovavo a bordo di un’auto con la mia compagna e mia figlia di nove mesi. A un posto di blocco la nostra auto fu crivellata di pallottole, e io e la mia compagna fummo feriti. Credevo di essere caduto in una imboscata di camorristi, ma alla fine risultò che avevano agito dei poliziotti. Io tornai in prigione».

E quindi, sostiene che anche l’omicidio di Casillo maturò per la questione dei soldi del riscatto Cirillo?
«Certo. E non solo. La donna che nascondeva i 40 miliardi, dal 1981 al 1991 sparisce dai radar. Poco dopo essere “ricomparsa” a Roma, viene trovata uccisa in casa».

Ma dell’omicidio di Casillo si è autoaccusato Carmine Alfieri, anche lui sarebbe legato ai servizi?
«Fa parte della fronda che definisco più “infame” dei camorristi (dal 1993 Alfieri è un collaboratore di giustizia, ndr) sotto copertura. E come lui ce ne sono altri, ancora in attività».

Camorristi infiltrati?
«Sì. Ne conosco personalmente due, inseriti in potenti clan della Campania, agiscono sotto copertura come per anni ho fatto io. Loro sono ancora in attività».

Leggi le altre puntate dell’inchiesta:
E’ un ex camorrista il Comandante
Marcos, contatto di ragazze scomparse
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essere stato uno 007 del Sisde?
«Fui infiltrato nella Nuova famiglia
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