Parla Scotti segretario generale della Federazione italiana medici di medicina generale

«I tamponi fanno parte dei compiti dei medici di base, ma attenzione si tratta di tamponi antigenici che potranno essere usati da chi è in isolamento per contatti diretti, la diagnostica col tampone molecolare non si farà dai medici del territorio». Così Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), spiega la discesa in campo dei medici di famiglia per i tamponi per la diagnosi di Covid19. «L’accordo nazionale – spiega – riguarda i pazienti che hanno bisogno di essere liberati al decimo giorno di isolamento per tornare a lavorare, alla loro vita normale e che vogliono farlo in maniera più breve rispetto alle procedure delle Asl che hanno molti tamponi da fare per la diagnostica. Sarà sempre il medico a decidere se il paziente è idoneo per il test antigenico o se deve fare il molecolare. Anche perché al momento i medici di famiglia avranno in media a disposizione circa 40 tamponi visto che sono stati stanziati 30 milioni per l’effettuazione di due milioni di tamponi di questo genere da parte dei medici». Insomma, i medici di famiglia non si sostituiranno all’Asl per tutta la diagnostica anche perché non hanno ancora ricevuto materialmente i kit per i tamponi. «Devo precisare anche – spiega Scotti – il rimborso che viene fatto dal medico per il tampone: se lo fa nel proprio studio perché ha gli spazi adatti per allestire una saletta indipendente solo per i tamponi prenderà 18 euro lordi a test, mentre se lo fa nelle strutture che saranno allestite dalle Asl prenderà 12 euro, quindi nessun medico si arricchirà con i tamponi, anzi. Di certo bisognerà organizzare l’attività per chi dovrà farlo fuori dal proprio studio: ogni medico raccoglierà i tamponi di quella settimana e li farà in un solo giorno, non può certo lasciare lo studio ogni giorno per fare i test».

Un impegno non da poco, quindi, anche perché, ricorda Scotti, i medici sono molto impegnati nelle normali visite ai pazienti non Covid ma anche al telefono per seguire i pazienti con il virus che si stanno curando a casa. “Un impegno pesante – spiega Scotti – ho appena finito di parlare con una mamma che ha la figlia 26enne che abita lontano e chiedeva terapie a me per poi trasferirle alla figlia. Alla fine le ho detto di farmi chiamare dalla ragazza, le situazioni complicate sono tante. Oggi la maggior parte delle chiamate degli assistiti riguardano la scuola: le madri sono preoccupate di mandare i figli in classe, io spiego loro che dobbiamo fidarci della sicurezza impostata dallo Stato nelle scuole, perché. Il problema è all’esterno della scuola, ce n’è una elementare vicino casa mia, spesso i genitori portano i bambini che si raccolgono all’esterno in attesa dell’inizio delle lezioni, si abbassano la mascherina e chiacchierano, quello è il vero pericolo non in classe, sarebbe meglio farli entrare anche se arrivano in anticipo sull’orario delle lezioni».

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