Il collaboratore di giustizia Carmine Cerrato

LA STORIA DELLA CAMORRA – Il pentito Carmine Cerrato spiega i retroscena dell’agguato all’ex uomo di fiducia dei boss Amato e Pagano: nessuno tranne lui conosceva quelle informazioni

Il narcotrafficante confidente delle forze dell’ordine. È la storia che spunta dai verbali del collaboratore di giustizia Carmine Cerrato, un tempo affiliato al clan degli Scissionisti e uomo di fiducia dei boss Raffaele Amato e Cesare Pagano. È lui a raccontare ai pm antimafia di Napoli il retroscena finito agli atti degli ultimi processi alla camorra di Scampia. Spiega Cerrato che Carmine D’Ario (il presunto doppiogiochista) aveva iniziato, a dire dei vertici della cosca, un pericoloso rapporto di collaborazione con le forze dell’ordine.

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«Una volta arrestato Salvatore Lo Russo le redini dell’organizzazione furono assunte dal figlio Antonio. Ciò l’ho potuto constatare personalmente sia nelle occasioni in cui l’ho incontrato, sia nelle occasioni in cui ne parlava Cesare Pagano. Quest’ultimo, infatti, ribadiva spesso che lui intendeva discutere soltanto con i capi ed in tal senso, in riferimento ai Lo Russo, indicava appunto Antonio Lo Russo, ma anche Raffaele Perfetto e Oscar ‘o malomm», dice il collaboratore di giustizia.

In relazione agli incontri con Lo Russo jr, Cerrato ricorda «allorquando nel dicembre del 2009 si discusse della necessità di uccidere Carmine D’Ario detto Mellone. Si tratta di un nostro affiliato che curava in Spagna i traffici internazionali di cocaina per conto nostro. Erano nati alcuni contrasti sia perché Carmine si lamentava del mancato rispetto dei pagamenti nei suoi confronti, sia perché si era saputo che era un confidente della polizia».

Continua il verbale di Cerrato: «Quando si tenne questa riunione c’era già stato un primo agguato ai suoi danni nella zona del Vasto al quale era però scampato. In quell’occasione il gruppo di fuoco era composto da Magnetti detto Mocillo e da Giuseppe detto Tarantella, mentre la filata fu fatta da Esposito P. Proprio perché era fallito questo agguato si doveva trovare il modo di colpirlo nuovamente».

Il coinvolgimento del clan Lo Russo

Nasce così l’idea di attirarlo in una imboscata. «Eravamo venuti a conoscenza del fatto che D’Ario in Spagna aveva allacciato rapporti con un trafficante di droga della zona di Miano-Piscinola e quindi della zona dei Lo Russo. Si voleva allora organizzare una trappola avvalendosi proprio di questa persona, ma era necessario avere precise garanzie sulla sua affidabilità ed omertà. Questo fu il motivo per cui a quella riunione partecipò anche Antonio Lo Russo il quale diede la sua disponibilità ad occuparsi della questione. Si decise che l’omicidio doveva essere commesso in Spagna da me con l’appoggio di Lelluccio ‘o Parente (Raffaele Imperiale, ndr). Anche quest’ultimo era presente a quella riunione insieme a Cesare Pagano, Giacomo Migliaccio, Biagio Esposito, Tonino ‘o russo di Mugnano e Salvatore Silvestri».

Il narcos che parlava troppo

Quanto al fatto che la vittima fosse un confidente della polizia – specifica Cerrato – «lo appresi il 20 o il 21 maggio del 2009, poco dopo il blitz nel momento in cui ero latitante». «Fu Carmine Pagano detto Angioletto a mostrarmi un’annotazione di servizio o comunque un foglio che riportava informazioni ricevute in via confidenziale in merito all’omicidio di Fulvio Montanino e di Claudio Salerno. Tali informazioni contenevano dettagli tali che noi sapevamo solo Carmine D’Ario poteva conoscere. Si consideri che sia io che Carmine Pagano avevamo preso parte a quell’omicidio e D’Ario era stato presente ad una discussione intervenuta tra me, Carmine Pagano e Cesare Pagano relativa al come io mi ero comportato nell’occasione e nel corso della quale erano stati fatti quei riferimenti specifici dei quali la polizia aveva avuto notizia».

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