A sinistra il boss Raffaele Amato e a destra Cesare Pagano, capi degli Scissionisti

I festeggiamenti dopo la morte del fedelissimo dei Di Lauro e gli abiti intrisi di sangue da mostrare al boss Pagano

Sul duplice omicidio Montanino-Salierno, che di fatto diede la stura alla faida di Scampia e Secondigliano tra Scissionisti e clan Di Lauro, hanno reso dichiarazioni alcuni collaboratori di giustizia. In particolare, è considerato di estremo valore probante ai fini delle indagini, quanto fanno mettere a verbale i collaboranti Luigi Secondo e Carmine Cerrato, che tra l’altro si autoaccusano del coinvolgimento nei fatti registrati il 28 ottobre del 2004.

Le dichiarazioni dei due pentiti sono praticamente sovrapponibili rispetto al racconto delle fasi immediatamente precedenti e successive del raid, e di quelle che hanno a che fare con lo svolgimento dell’agguato. I collaboranti spiegano che dopo la «battuta» dello specchietti sta (lo squillo che arriva sul cellulare in possesso di Arcangelo Abete per segnalare la presenza dell’obiettivo sul luogo dell’agguato, ndr), dal garage delle Case Celesti partono tre «squadre della morte». Una è composta da Arcangelo Abete e Ciro Mauriello; la seconda da Gennaro Marino e Antonio Della Corte; la terza da Carmine Cerrato (il collaboratore di giustizia, ndr) e Carmine Pagano.

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Stando al racconto dei pentiti, che apprendono la notizia della dinamica del raid direttamente da uno degli autori materiali vale a dire Arcangelo Abete, quest’ultimo viaggia a bordo dell’auto che intercetta la moto con in sella Fulvio Montanino e suo zio, Claudio Salierno. La vettura dei killer si lascia superare dalla Transalp, la segue e dopo una sessantina di metri la sperona. I due non cadono dal mezzo, allora dalla macchina scende per primo Abete che fa partire una raffica di mitraglietta, colpendo i due.

Questi scappano in direzioni diverse: Mauriello raggiunge e uccide Salierno, mentre Abete insegue e spara all’indirizzo di Montanino, che centrato al busto, cade. Mentre sta per dargli il colpo di grazia, la mitraglietta si inceppa, allora Abete  «colpisce Montanino col calcio dell’arma e chiama Mauriello, che lo raggiunge, gli porge la pistola con la quale Abete finisce Montanino», racconta Luigi Secondo. Tutto ciò, affermano i pentiti, lo spiega direttamente Abete a Cesare Pagano, quando il commando si reca presso la villa di Varcaturo, dopo aver portato a termine l’agguato.

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«Abete era tutto sporco del sangue di Montanino e senza cambiarsi si mise in macchina e andò da Pagano», dichiara Secondo. «Ma perché Abete corre un rischio così grande, andando sporco di sangue in auto, a Varcaturo, insieme a Mauriello?», chiede il pm. E Secondo risponde: «Il motivo risiede nel carattere e nel modo di essere di Abete, che è un camorrista temibile e un killer pericoloso, in giro come lui ce ne sono pochi. E poi c’era la volontà da parte sua di dimostrare a Pagano, che aveva mantenuto la parola, perché aveva ucciso Montanino, e così si era reso credibile agli occhi dello stesso Pagano e di Raffaele Amato (altro vertice degli Scissionisti)».

Il collaborante racconta pure, che una volta giunti a Varcaturo, ed essersi mostrati a Pagano, praticamente sporchi del sangue dei nemici appena abbattuti, un affiliato provvide a farsi consegnare dai due killer gli abiti utilizzati nel corso dell’agguato e li bruciò. «Gennaro Marino non tornò nella villa di Varcaturo, dopo l’agguato si nascose. Appresa la notizia del raid andato a buon fine, Cesare Pagano ritenne di festeggiare con tante bottiglie di Dom Perignon», fa mettere a verbale il collaboratore di giustizia.

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