Lo Stretto resta il centro della crisi, ma lo scontro coinvolge anche Siria, Libano, Iraq e libertà di stampa al Pentagono
Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano «il completo controllo dello Stretto di Hormuz». Teheran risponde preparando una guerra lunga, mentre una parte del potere iraniano prova a tenere aperta la strada della diplomazia.
Intorno allo Stretto si muovono petrolio, minacce militari e trattative riservate. Più a ovest, Israele continua a colpire tra Siria, Libano e Gaza, rendendo ancora più instabile l’intera regione.
Trump rivendica il controllo dello Stretto
«Abbiamo il completo controllo dello Stretto di Hormuz», ha dichiarato Trump. Secondo il presidente statunitense, il dominio americano si estenderebbe «anche nelle zone interne, in profondità».
Trump descrive un Iran indebolito, senza denaro, marina e aviazione efficienti, con soldati non pagati e un’inflazione arrivata al 350 per cento. A suo giudizio Teheran sarebbe pronta a un accordo, ma non alle condizioni giuste.
Lo Stretto resta un passaggio essenziale per le esportazioni mondiali di petrolio e gas. Il suo peso è spiegato anche dall’analisi dell’agenzia energetica statunitense sui grandi colli di bottiglia marittimi.
Le petroliere irachene ottengono il via libera
L’Iran ha autorizzato il passaggio di alcune petroliere irachene dopo le richieste di Baghdad. Circa 40 navi avrebbero attraversato il canale meridionale, trasportando complessivamente 16 milioni di barili.
L’apertura offre ossigeno all’Iraq e permette a Teheran di mostrare che Hormuz non è completamente chiuso. È la stessa tensione raccontata nello scenario che vede Turchia, Israele e Iran misurarsi intorno allo Stretto.
La chiusura totale rappresenterebbe una leva potente, ma spingerebbe i mercati a cercare percorsi alternativi. Nel tempo, questo potrebbe ridurre il valore strategico dello stesso passaggio controllato dall’Iran.
Teheran si prepara a una guerra lunga
Il portavoce della Difesa Reza Talaei-Nik afferma che l’Iran è pronto per «una guerra prolungata». La produzione di armi sarebbe più che triplicata.
Mohsen Rezaei ha avvertito i Paesi che potrebbero schierarsi con Washington: chi parteciperà al «D-day economico» sarà considerato un nemico.
Una parte dell’apparato militare chiede risposte «schiaccianti, punitive e devastanti». Le posizioni più dure sono sostenute da figure come Ali Abdollahi e Ahmad Vahidi, vicine ai Guardiani della rivoluzione.
I pragmatici cercano una via negoziale
Il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf spingono per riaprire il negoziato.
Pezeshkian vuole chiudere il conflitto «con potere e dignità». Ghalibaf ha ricordato la propria esperienza militare: «Noi che veniamo dal fronte conosciamo il valore della pace meglio di chi ne parla soltanto».
Il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati ha ammesso che le esportazioni petrolifere sono quasi ferme e che i fondi congelati restano inaccessibili. È il nodo economico già emerso con la crisi tra Trump, l’Iran, Hormuz e i mercati.
Washington e Teheran cercano entrambe un compromesso che possa essere presentato come una vittoria interna. L’accordo deve salvare la faccia ai due governi prima ancora di risolvere il confronto militare.
Israele colpisce Gaza e la Siria
A Gaza, l’esercito israeliano ha annunciato l’uccisione di Sharif al-Hasanat, indicato come comandante di Hamas a Deir al-Balah. Secondo le forze armate, rappresentava «una minaccia immediata» ed era impegnato nella ricostruzione delle «infrastrutture dei terroristi».
In Siria, un raid a Beit Jinn avrebbe colpito un uomo che si trovava «nelle fasi finali» della preparazione di un attacco. Damasco ha parlato di una «flagrante violazione della sovranità».
Un altro bombardamento ha interessato la base aerea di Abu al-Duhur, non lontano dalle aree in cui è attiva la Turchia.
Lo scontro tra Israele e l’inviato americano
L’inviato statunitense Tom Barrack ha accusato il governo israeliano di alimentare un’«inutile escalation». Ha ipotizzato che alcune operazioni servano alla campagna elettorale e ha parlato di una frattura tra esercito, Mossad e primo ministro.
Israele sostiene di avere informato Washington con sei giorni di anticipo su sospetti movimenti turchi nella base di Abu al-Duhur. Le agenzie statunitensi non avrebbero confermato quelle informazioni.
Il ministro Israel Katz ha definito «inaccurate» le parole di Barrack. La polemica riguarda anche le alture del Golan, riconosciute da Trump come territorio israeliano ma considerate occupate dalle Nazioni Unite nei propri rapporti ufficiali.
Nuovi raid tra Siria e Libano
Un drone israeliano ha colpito un veicolo vicino al Golan occupato. La Siria ha denunciato una «pericolosa escalation», mentre Washington continua a sostenere un governo stabile guidato da Ahmed al-Sharaa e prova a evitare uno scontro diretto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan.
Nel sud del Libano sono stati colpiti Sarbin, Rashaf e al-Mansouri. L’agenzia libanese Nna ha accusato Israele di avere utilizzato proiettili al fosforo.
Anche l’Iraq resta in equilibrio. Il presidente Amidi sostiene che soltanto due o tre fazioni armate non abbiano ancora accettato di deporre le armi.
La stretta del Pentagono su Stars and Stripes
La tensione raggiunge anche l’informazione militare statunitense. Stars and Stripes, giornale legato al Dipartimento della Difesa ma protetto dal Congresso nella propria indipendenza editoriale, è stato sottoposto a una profonda riorganizzazione.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha licenziato il presidente Max Lederer, il direttore Erik Slavin e la corrispondente dal Medio Oriente Lara Korte. L’accusa indicata è «insubordinazione».
Slavin aveva definito la censura una «linea rossa» e la libertà di stampa «una trincea». Korte aveva ricordato di lavorare per un giornale e non per il Pentagono.
La decisione è arrivata dopo le inchieste sulla lunga permanenza in Medio Oriente dell’equipaggio della portaerei USS Lincoln, segnata da problemi tecnici e tentativi di suicidio. La nave sarà sostituita dalla USS Washington e dovrebbe fare ritorno negli Stati Uniti.

















