Lei gli prese la mano e la baciò sul dorso facendo schioccare le labbra. Due, tre volte. Lui avrebbe voluto abbracciarla, prenderle il volto tra le mani e premere la bocca contro la sua fino a farle mancare il respiro intrecciando le lingue. Si accontentò di accarezzarle i fianchi spingendola un po’ verso di sé per farle sentire la sua eccitazione. Le mordicchiò l’orecchio.
«Fermati».
Non voleva commettere errori, almeno quel giorno. Non era il caso di essere così focosi, almeno in quella circostanza.
Il papà della ragazza entrò nel salone con ampi divani e tende bianche, che sfioravano il pavimento di marmo lucente, accompagnato da due sgherri. Una coppia male assortita. Uno basso e grasso con un paio di occhiali da vista fuori moda come l’orecchino al lobo sinistro; l’altro alto e segaligno con una fronte alta un chilometro. I «gorilla» scrutarono il nuovo arrivato a metà tra il perplesso e il curioso. Si allontanarono giusto un po’. Il padrone, in presenza della ragazza, preferiva avere nessuno tra i piedi.
Appena lo vide, la figlia gli gettò d’istinto le braccia al collo nonostante il genitore le avesse chiesto di stargli lontano perché era tutto sporco di terreno. Si vedeva che era felice di essere stato disubbidito. L’uomo stava lavorando nella serra vicino alla villa. Commerciava bulbi con l’Olanda, ed era intenzionato ad allargare l’attività anche alle piante e alle sementi. Gli affari andavano bene, aveva quasi raggiunto il monopolio nel settore in parecchi mercati comunali. Un ricco business di copertura. Ma pur sempre un business.
Furono fatte le presentazioni di rito. Il suocero sapeva molto del fidanzato. Sapeva quello che era stato e sapeva soprattutto quello che sarebbe diventato. Era più che sufficiente. L’uomo liberò i guardaspalle e chiese alla figlia solo il tempo di rendersi presentabile prima di sedersi a tavola. Sparì in un corridoio ricco di specchi e di lampadari di cristallo.
I fidanzati erano di nuovo soli.
L’attenzione del ragazzo fu attratta da un enorme quadro, con una cornice color oro, raffigurante una bella donna bionda. La mamma della compagna. Due gocce d’acqua. Accanto alla tela, strani dipinti illuminati da una coppia di faretti.
Il ragazzo li scrutò perplesso.
Il primo era un’unica macchia triste che sfumava tra il grigio e il marroncino tabacco con venature di grigio. C’erano delle figure scure su quella che – immaginava – dovesse essere la striscia di sabbia a ridosso del mare, e un grumo più scuro che forse assomigliava a una barca su cui era appoggiato uno sbuffo bianco, una vela. Forse. Un cesso di dipinto.
«Bah». Non avrebbe speso un euro per quella crosta.
L’altra immagine aveva linee meno caotiche e più nette. Un edificio circondato da alberi spogli con una lenta processione di persone infagottate. Il cielo era sempre grigio. Che pittore triste, malinconico.
Passò oltre.
Il tavolo a forma ellittica, al centro della camera, aveva due candelabri d’argento all’altezza dei due fuochi e sei sedie di fattura artigianale molto ricercata. Tutto sapeva di lusso, di costoso, di barocco. Alla parete opposta ai divani, su cui si era accomodata la ragazza, c’erano due acquari. Uno più grande, all’apparenza vuoto e abbellito con piante acquatiche e rocce e galeoni affondati; e uno più piccolo contenente una decina di pesci rossi che saettavano nervosi tra le pareti di vetro. Il passatempo di don Vincenzo: dar da mangiare alla coppia di piranha della prima vasca scaraventando nell’acqua il cibo ancora vivo e contando quanti secondi la preda riuscisse a sopravvivere, nuotando all’impazzata, prima di finire dilaniata dai dentini aguzzi dei predatori sbucati dagli anfratti nascosti.
Sembrava una reggia, quella casa.

Al ritorno, dopo una mezz’oretta abbondante, il boss esibì uno spezzato «Armani» blu e grigio acquistato in una boutique di Via dei Mille, giù in città. Fece accarezzare il tessuto al ragazzo che titubante allungò la mano, e gli spiegò i segreti del vestir bene. Mai colori troppo vivaci d’inverno perché confondono né troppo scuri d’estate perché appesantiscono, e sotto i capi spalla solo pullover a collo alto o camicie botton down. Di lino quando fa caldo, e di twill se scendono le temperature. Nel mondo della criminalità avere stile è il primo modo per farsi notare e per farsi ascoltare. Un violento, un primitivo, un balordo – gli spiegò – non sarebbe mai diventato un capo. Non basta, a certi livelli, la sola perversa violenza per imporsi. C’è bisogno di classe e di educazione.
I tre fecero una veloce visita alla dimora e al parco dov’era stata installata la serra. Solo allora il ragazzo si vergognò della sua tenuta. Indossava una tuta del Real Madrid comprata, anni prima, in Spagna in un negozio ospitato nel mitico stadio «Santiago Bernabeu». Era convinto di andare sul sicuro con un abbigliamento sportivo, il fidanzato. L’uomo non glielo fece pesare. Scherzò anzi con lui provando a palleggiare col pallone di spugna che usavano i suoi cani.
La fidanzata era quel che si può definire una sconvolgente bellezza in erba: le lentiggini sul nasino, appena accennato, rilucevano ancor di più sull’abbronzatura artificiale. Un seno acerbo era custodito in un pushup che ne modellava le forme aumentandone il volume. I capelli ricci, lunghi fino al culo, un po’ più grosso e rotondo, le adornavano una faccia paffutella con due guance sporgenti e una fossetta sul mento. Per quell’occasione così speciale aveva scelto un maglione grigio su un paio di leggins leopardati, e due stivali di pelle.
Pranzarono in una veranda che affacciava su un giardino ricco di arbusti e di fontane. In fondo, vicino alle aiuole, l’azzurro di un telone copriva una piscina lunga parecchi metri in attesa d’acqua calda e di altre temperature. Sarebbe stata riempita in primavera con l’inizio del bel tempo. Proprio lì accanto, il padrino aveva fatto costruire un enorme forno a legna per cuocere le pizze e un barbecue gigante per arrostire chili e chili di carne in occasione delle feste con gli amici e i pochi parenti. Quanto ben di dio. Ovunque si posasse lo sguardo, c’erano fiori, colonne e statue.
Immerso in tutto quel verde, al ragazzo parve di stare nella villa comunale, quella che costeggia il lungomare col Vesuvio sullo sfondo e l’isola di Capri di fronte. Ci andava spesso, prima, in quel piccolo bosco dove soffia la brezza che sa di sale. Ci andava per conoscere nuove ragazze, per fumare una canna e magari per assestare qualche schiaffo a quei fighetti stronzi del Vomero o di Posillipo. Ricchi e buffoni. Figli di puttana. Gli bruciavano ancora sulla pelle gli sguardi che gli lanciavano. Sguardi di disgusto, di riprovazione. Sguardi di schifo solo perché lui e suo fratello non avevano l’iPhone di ultima generazione, o non vestivano griffati. O perché parlavano in napoletano. O perché non potevano permettersi l’auto fiammante parcheggiata in doppia fila vicino agli chalet pagata coi soldi di papy. Erano tempi lontani e tristi. Cose accadute prima. Prima che la tragedia, che gli aveva sconvolto la vita, lo scaraventasse nel mondo cattivo degli adulti. Dove si stava a fatica facendo largo pur essendo solo un ventiduenne dal grilletto facile e dall’ambizione smisurata.
In una di quelle occasioni, aveva visto per la prima volta la sua futura fidanzata. Lei non lo aveva degnato di alcuna attenzione, tutta presa dal fratello più grande di lui e da quel suo modo di mettersi in mostra facendo il bel tenebroso. Il fratello maggiore l’aveva corteggiata per un po’. Lei era dura a cedere. Una sera le diede appuntamento nei pressi di Castel dell’Ovo, la fortezza che domina il mare. Si accovacciarono, lei e il fratello, nei pressi delle mura fortificate. Per convincerla che era l’«uomo» giusto, quel folle estrasse una pistola «Astra Cadix» calibro 22 e se la puntò alla testa. C’era un solo proiettile nel tamburo. Affidava al destino la sua vita. Se fosse sopravvissuto, lei gli avrebbe dato un bacio. Altrimenti, meglio morire che starle lontano.
Clic.
«E ora paga la scommessa».
Si misero insieme. Pazzi da legare. Tutti e due destinati – si vedeva nei loro occhi – a grandi cose o a grandi tragedie. Riaccompagnandola a casa, il fratello maggiore le regalò il proiettile nel tamburo. Lei pianse perché credeva che fosse stata una messinscena. Gli giurò che lo avrebbe sempre portato con sé come pendaglio della collana che la mamma indossava prima di morire. Lo fece placcare d’oro e non se ne separò mai.

 

Il lusso degli interni stonava con lo squallore e il degrado tutt’attorno. La villa si trovava in una zona isolata di San Giovanni a Teduccio, collegata alla strada principale da un labirinto di vicoletti su cui si allungavano palazzotti decadenti e vestigia dell’edilizia post terremoto del 1980. Un quartiere strano. Un tempo San Giovanni era un Comune a sé, costruito sulla Via delle Calabrie. Il Fascismo volle inglobarlo nel capoluogo ma ci riuscì solo per l’aspetto amministrativo. In tutto il resto, il rione – a cominciare dall’urbanistica, ferma a metà anni Quaranta – era rimasto un corpo estraneo alla metropoli. Manteneva l’aspetto di un paesino, soprattutto nelle aree rurali interne. Un paesino con proprie regole e propri codici di comportamento.
I ragazzi e don Vincenzo chiacchierarono del più e del meno tra una portata e l’altra. Guardati a vista, poco distante, dai guardaspalle che lanciavano polpette di carne a una coppia di splendidi mastini dalla faccia squadrata e rugosa. Il boss li aveva chiamati «Ciro» e «Genny» in onore ai protagonisti della fiction «Gomorra». I commensali addentarono ostriche freschissime e gamberoni rossi di Sicilia. Assaggiarono risotti e linguine alle vongole. Infilzarono le tenere carni di giganteschi astici, innaffiate da Falanghina del Taburno ghiacciata. E ancora orate con patate novelle e spigole all’acquapazza. Sulla tavola imbandita le portate si accumulavano non riuscendo, i convitati, a smaltirle per tempo. Le due cameriere correvano dalla cucina alla veranda per sincerarsi che tutto andasse bene. Che i pasti fossero apprezzati. Che le bottiglie non fossero mai vuote. Quello che non veniva spiluccato, era dirottato ai «gorilla» che mangiavano in piedi utilizzando per tutte le pietanze forchettine da dessert. Spirava un’aria fresca che faceva ancheggiare le cime degli alberi più alti.
I due innamorati ridevano e si prendevano in giro, e don Vincenzo era a suo agio nella parte del genitore premuroso che osserva la figlioletta giocare con consumata abilità nell’arte del corteggiamento. Di lui si sarebbe detto che era un bell’uomo. Capelli brizzolati e filo di barba su un volto segnato da una profonda ruga tra la narice e la guancia sinistra; e una fossetta sul mento, uguale a quella ereditata dalla figlia, dove crescevano ribelli peli bianchi cui il rasoio non riusciva ad arrivare. Esibiva un crocifisso d’oro al collo che sballottava sul lupetto grigio ogni volta che dava un colpo di tosse per riprendersi da una risata troppo rumorosa.

I piccioncini fecero progetti come si fa in queste occasioni. Ipotizzando una possibile data del matrimonio, fantasticando sul ricevimento, elencando gli amici da invitare e quelli da lasciare a casa. E il papà acconsentiva o suggeriva, correggeva e proponeva. Per stare più comodi, l’uomo fece arrivare nella veranda tre poltroncine di pelle dal salone al posto delle sedie di vimini intrecciati. Il ragazzo pensò che quello era uno che sapeva campare, che sapeva godersi la vita. Avrebbe voluto un genitore come lui.
A tenere banco era per lo più la ragazza che illustrava al padrino le straordinarie qualità del suo fidanzato: il suo coraggio, il suo altruismo, il suo senso dell’onore e dell’amicizia. E soprattutto quel sentimento indistruttibile di amore folle per il fratello scomparso e la sua maturità nell’averne accettato la silenziosa presenza nella loro storia. Solo allora il ragazzo si fece forza e si sentì in dovere di spiegare il motivo di quello strano tatuaggio sotto l’occhio sinistro. Una lacrima. Una lacrima blu. Lo fece con voce quasi tremante. Era preoccupato che al suocero non piacesse. Che lo giudicasse un ghiribizzo di uno spostato che gioca a fare il cattivo. Il boss ascoltò tutta la storia pur essendone al corrente. Non voleva impedire al suo ospite di dimostrarsi sincero e di svuotarsi l’anima del liquido velenoso in cui galleggiava. Lo rassicurò con poche e sentite parole. Quel segno denotava forza d’animo e non tristezza o debolezza, disse. E, per dimostrare di essere anche lui un appassionato di disegni sulla pelle, si sfilò la giacca e si alzò la manica del lupetto mettendo in mostra sull’avambraccio uno scorpione nero. Il simbolo della sua organizzazione. Il suo segno zodiacale. Su quello sinistro invece c’erano una data a un cuore nero. Era il giorno in cui era nata la figlia ma era anche il giorno in cui era morta di parto la compagna.
Sono dolori che non passano e se ce li dimentichiamo, abbiamo tradito. L’uomo si ricoprì le braccia.
Quel giorno insieme lasciò un dolce ricordo. Il ragazzo aveva trovato una famiglia che lo apprezzava. La femmina s’era preso il più promettente in circolazione; colui che – diventando re – l’avrebbe trattata da regina. E don Vincenzo, che non aveva avuto figli maschi, aveva risolto il problema della successione. Salutandolo, il suocero gli disse che lo avrebbe aiutato a fare la cosa giusta, e tutti ci avrebbero guadagnato.
Il ragazzo lo abbracciò e, con gli occhi umidi, chiese: «Vi posso chiamare papà?».

 

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