Mosé chiamò a raccolta i fedelissimi in un appartamento della Vicaria Vecchia. Alla spicciolata, entrarono nella stanza che faceva da studiolo. Non più di una dozzina di ragazzi. C’era una puzza di chiuso e di vecchio che prendeva allo stomaco. La porta del cesso, che dava sul corridoio, era spalancata; e zaffate di merda si disperdevano nell’aria. Si sentiva pure un odore di alcol e medicine.

Una camera a gas.

L’anziano boss. Fermo, in piedi, vicino al tavolo su cui erano sparpagliati fogli di giornale e scatole vuote di medicine. Paonazzo in volto. Le mani viola. Le rughe sulle guance e ai lati degli occhi e della bocca erano più accentuate. Il viso, una ragnatela. La voce d’oltretomba. Le occhiaie. Un cadavere. Sembrava un cadavere in preda a una crisi di nervi.

Li aveva accolti in pigiama come massimo segno di sdegno.

Sbraitava e sputava saliva. E agitava i pugni in aria.

Ce l’aveva con loro. Con quelli che gli stavano davanti. Con quelli che, invece di annientare quella banda di teppistelli che lo stava coprendo di ridicolo, gli avevano raddoppiato il problema attirandosi addosso le forze dell’ordine con posti di blocco e nuove indagini. E con un morto innocente di cui Mosé avrebbe fatto a meno.

Coglioni. Deficienti. Ingrati. Bastardi. Figli di zoccola. Tutti. Lui rischiava di finire in galera all’ergastolo, e nessuno che si preoccupasse di esaudire il suo ordine. Si sedette dopo la prima sfuriata. Era stanco. Lui era il boss ma non se lo inculavano di striscio i suoi, urlò. Si passò una mano tra i capelli bianchi. Se ne ritrovò una ciocca tra le dita.

I ricordi presero il sopravvento.

Ah, se ci fossero stati i compagni di un tempo… Michele ‘o pazzo, Giovanni ‘o pistolero, Geremia l’assassino; gente seria, gente che non provava pietà per nessuno. Gente spietata. Loro sì che li avrebbero presi per il collo, quegli scemi esaltati e drogati. Loro sì che li avrebbero messi nel cesso. Soprattutto a quello col tatuaggio in faccia. Gli avrebbero pisciato in testa e poi lo avrebbero dato in pasto ai maiali. O lo avrebbero squagliato nell’acido come facevano a Marano i Nuvoletta, amici suoi.

Il suo «esercito» subiva in silenzio la sfuriata.

La disperazione attuale tornò a fare capolino nei pensieri.

Si guardò intorno. A lui restavano le riserve delle riserve. Le terze file. Incapaci che, mettendosi la pistola nella cintola, rischiavano di spararsi nelle palle.

Ai muri erano appesi quadri della Madonna e del Volto Santo con le cornici d’oro divorate dalle tarme e dal tempo, e una vecchia litografia del Vesuvio degli anni Quaranta che sfumacchiava come sfumacchiavano, per la rabbia, le orecchie di Mosé.

Il vecchio padrino si era rintanato in quell’alloggio dopo che uno dei suoi ragazzi, durante una «stesa», s’era fatto prendere troppo la mano e, sparando ad altezza d’uomo invece che in aria, aveva ammazzato un passante che non c’entrava nulla con la camorra. Un poverocristo che vendeva i calzini nella zona di Chiaia.

Era successo il finimondo. Il ministro degli Interni Angelino Alfano era piombato in Prefettura a coordinare uno dei soliti inutili show antimafia. Il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica era stato l’occasione per promettere l’invio dell’Esercito a presidiare le strade più a rischio del capoluogo. La stampa si era scatenata con decine e decine di articoli sulle favelas del Centro storico. A Napoli arrivavano i corrispondenti delle testate europee più importanti per raccontare la rivolta dei baby boss. Il killer della stesa si era fatto arrestare subito, e aveva fatto il nome di Mosé come mandante dell’attentato. Omertà, questa sconosciuta.

L’ultimo assassino di buon livello di cui Mosé potesse disporre non si era presentato quel giorno a casa perché costretto a una visita di controllo alla testa, in una clinica in provincia di Avellino. Un anno prima, era stato ferito alla nuca e doveva osservare una scrupolosa profilassi. Solo di lui, il boss poteva fidarsi. Se l’era cresciuto. Era già un miracolo che Cap ‘e fierr non fosse morto nell’agguato e che avesse ripreso a «lavorare». Cap ‘e fierr era la sua ultima speranza. Se fosse stato per gli altri, per quelli che gli stavano davanti come tanti soldati senza spina dorsale, sarebbe stato meglio scappare. Arrendersi. Alzare le mani. Issare bandiera bianca.

Ai suoi uomini, che lo guardavano con gli occhi bassi dei cani bastonati, gettò addosso una tonnellata di fiele e i ritagli dei giornali che avevano pubblicato la sua foto sotto titoli cubitali sull’omicidio di Dario Aprea, il venditore ambulante di calzini. «Caccia a Mosé». «Mosé ordinò: uccidete a caso». «Killer vuota il sacco, Mosé nei guai».

Lo stavano umiliando, i suoi uomini. Lo avevano già umiliato. Loro più dei nemici. Per quanto tempo avrebbe dovuto ancora sopportare quei giovani miserabili e l’inettitudine dei suoi affiliati? Respirava a fatica mentre imprecava, il padrino dalla chioma bianca. Non si curava della puzza che proveniva dal bagno. Anzi, forse lo aveva fatto apposta a chiudere tutte le finestre. Affinché tutti respirassero il suo fetore.

Aveva sbagliato ad affidarsi a quei ragazzini. Aveva sbagliato a non prendere subito di petto la situazione. Aveva sbagliato a dare fiducia a chi non se la meritava.

Ma poteva fare in un altro modo?

Di nuovo un giretto nel Viale dei Ricordi.

Ah, se ci fossero stati i compagni di un tempo… l’assassino, ‘o pistolero, ‘o pazzo. Altre ciocche di capelli vennero via.

Minacciò quegli incapaci. Disse che gli avrebbe dato un’altra opportunità, ma poi basta. Non dovevano, non potevano fallire perché sarebbe stata l’ultima occasione loro di fare la malavita.

Non chiedeva molto, Mosé. Solo che fosse esaudito il suo desiderio. I suoi killer dovevano ammazzarli, quei ragazzetti miserabili che se ne andavano in giro a dire di volersi prendere Forcella e tutto quello che le stava attorno.

Potevano torturarli; potevano decapitarli. Potevano incendiarli. O buttarli a mare con i piedi in un blocco di cemento. Seppellirli vivi. Potevano fare qualsiasi cosa. L’importante era eliminarli dalla faccia della terra.

Chiaro? Capito?

Mosé si fermo un attimo. Scartò una pillola metà bianca e metà rossa e la mando giù bevendo dal collo della bottiglia un sorso d’acqua che di frizzante conservava solo l’etichetta.

Congedò gli ospiti con un gesto della mano. Sciò, sciò.

Tornate con la testa dei nemici, o non tornate affatto.

Non voleva più vedere nessuno. Stare solo gli avrebbe fatto bene. Lo avrebbe aiutato a calmarsi. Un boss del suo calibro costretto a nascondersi perché cinque animaletti, cinque guagliuncielli con una pistola in mano pretendono di impadronirsi di quello che lui c’aveva messo vent’anni a mettere assieme? Non riusciva a crederci.

Sì, doveva calmarsi.

Poi, dopo ma solo dopo, avrebbe incaricato qualcuno di comprare una scheda telefonica nuova per mettersi in contatto con i figli, il maschio e la femmina. Non era riuscito ancora a parlargli, e aveva una sgradevole sensazione.

Da qualche giorno, un formicolio gli attraversava la schiena. Il giorno prima, gli erano cadute le forbici da mano. Per uno superstizioso come lui, era presagio di sventura.

Ricacciò quel brutto pensiero, e andò a riaprire le finestre per far passare un po’ d’aria fresca.

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