La Nera Signora decise di rimanere un altro po’ in città su invito del «commando».

Cioccolata aveva 23 anni; i «colombiani» lo investirono durante un inseguimento in Vico delle Zite, a un tiro dal «Teatro Trianon». Gli passarono addosso con la Smart rossa con le strisce laterali blu di Capauciello. Cioccolata rimase sull’asfalto con le ossa rotte e gli organi spappolati quasi fino all’alba quando il garzone di una panetteria fece una telefonata anonima al 113 per segnalare il cadavere. Non gli fu concesso di lasciare un saluto, di dire addio, di allungare un ultimo abbraccio.

Aveva un figlio di 6 mesi, e una compagna di un anno più piccola di lui. Quelli del «commando piovra» lo avevano incrociato all’una del mattino sul suo scooter mentre sfrecciava sotto i fili dei panni. Funziona così, da quando è scoppiata la guerra tra i «colombiani» e il gruppo di Mosé, di cui Cioccolata è un estorsore con buone chance di carriera. Era quello che aveva ritirato i 1500 euro dal ristoratore interrogato dopo l’omicidio di Piazza Calenda. Si ammazza a vista con qualsiasi arma. Con qualsiasi mezzo. L’importante è infliggere dolore e disperazione all’avversario.

  • Guarda là, ma non è chill omm ‘e merd ‘e Cioccolata ‘ngopp ‘o mezz? – aveva esclamato ‘o Drogato, eccitato dal colpo di fortuna durante il safari nel vicolo. Era insieme a Capauciello.

  • Sì, sì. È pop iss – aveva risposto l’amico.

  • Accort, nun te fa’ vedere, vai cchiu chian. Rallent nu ppoc.

‘O Drogato faceva da navigatore.

  • Ma che cazz sta facenn? – si domandò Capauciello, alzando il piede dall’acceleratore e spegnendo i fari.

Cioccolata era forse di ronda.

  • Vulimm chiammà ‘o Bisonte, eh? ‘O vulimm chiammà? ‘O seguimm e ce dicimm arò sta? – ‘o Drogato optò per la soluzione più facile. Affidare l’esecuzione alla bestia.

  • Ma no, a chi vuò chiamma? C’o mann ‘o Patatern chist omm ‘e merd, ohi. Facimmacell nuje, senza chiammà ‘a nisciun – Capauciello indossò i panni del duro e scalò di marcia per ridurre al minimo il rumore.

Si sentiva forte perché era in compagnia. Da solo, avrebbe fatto finta di nulla.

Lo scooter di Cioccolata aveva rallentato. Il ragazzo aveva ricevuto una telefonata. Guidava con una mano sola.

  • Tien ragione, allora ce penz io – il Drogato mise mano al pugnale «Combat ready» da 24,8 centimetri. Il suo migliore «amico».

Il motorino aveva svoltato in una delle mille traverse del rione Sanità. Lo «squalo» rosso a strisce blu gli era andato dietro. Silenzioso.

  • E quant’è vera ‘a Maronna ‘o squart pop – ‘o Drogato si passò la lama sul jeans.

Capauciello, dando un colpo di gas – Liev ‘a miez chillu cos, facimm ‘a modo mio. ‘O sai ca me fa schif ‘o sanghe… a chi vuò fa vomità…

Non fu necessario fargli fare la fine di Giulio Cesare. Non urlò Cioccolata, quando lo sperorarono a tutta velocità. La macchina sobbalzò come se avesse urtato contro un dosso. Salendo sul ragazzo, Capauciello si preoccupò che potessero rompersi gli ammortizzatori. Rumori di ossa stritolate, di cartilagini esplose. Un attimo dopo, la vettura pareva scivolare nel vuoto.

  • Domani ‘a port add’o meccanic ‘a stu cess – fece Capauciello, a sentenza di morte eseguita – me par ca tir nu ppoc ‘a sinistra. Chill omm ‘e merd m’ha scassat ‘e sospensioni, secondo me.

Quagliarella lo acchiapparono invece solo perché l’amico di una vita lo tradì in cambio della promessa di diventare vice capopiazza nella zona della Maddalena per conto dei «colombiani». Aveva 24 anni, quando lo portarono nella sala mortuaria del Secondo Policlinico.

Un killer dalla forma rotonda lo abbatté con tre colpi in petto e due alla testa. Due colpi secchi nella scatola cranica. Quagliarella era convinto di non rischiare uscendo accompagnato da un gigantesco Rottweiler al guinzaglio. Si era illuso di godere di una sorta di immunità perché quel cane pareva il demonio e nessuno si sarebbe avvicinato così tanto da prenderlo di sorpresa. Si sbagliava. Un grassone lo fermò in strada per accarezzare «Attila» che gli prese a leccare con la enorme lingua rosa la mano sinistra. La mano rimasta libera. Questione di feeling tra bestie. Un attimo dopo, il proiettile aveva trapassato il muso color cacao dell’animale ed era uscito dalla calotta cranica. Quagliarella si ritrovò a portare al guinzaglio un cadavere di una cinquantina di chili.

Quand’era stato nel carcere minorile di Nisida, per una serie di rapine, Quagliarella – uguale uguale all’ex calciatore del Napoli tranne che per una cicatrice da coltello che gli deturpava il mento – aveva scritto in un tema che gli sarebbe piaciuto diventare giornalista e seguire le partite degli azzurri e dare le pagelle ai calciatori. Aveva 16 anni, all’epoca. Avrebbe presto imparato a maneggiare la pistola invece della penna. Messosi al servizio di Mosé, Quagliarella per un po’ aveva inaugurato la moda della barba hipster che tanti gli avevano copiato; cosicché, grazie a lui, per tutto il rione, il gruppo di Mosé era diventato quello dei «barbuti». O dei «Barbutos», come pronunciano a Forcella. Anche se Barbutos in sé nulla significa.

Batman era ancora più piccolo. Abitava nei Quartieri Spagnoli, la strada che costeggia Via Toledo, a poche centinaia di metri dalla maestosa Piazza del Plebiscito. Usciva solo di notte come i pipistrelli ed era sempre armato con una pistola 9×21 che usava con una certa abilità. A diciotto anni esibiva un carisma da assassino consumato. Sarebbe arrivato in alto, se il «commando» non lo avesse spedito sottoterra. Mosé lo aveva assoldato da pochi giorni per rimpiazzare Cap ‘e fierr. Lo retribuiva con 500 euro a morto. Ma non era riuscito ancora a pagargli nulla.

‘O Bisonte lo riconobbe grazie a una immagine presa da Facebook. I social network erano un enorme archivio fotografico in cui i «colombiani» – e non solo loro – pescavano a piene mani per identificare i nemici e studiare le alleanze attraverso i commenti e i like.

Batman era andato a vedersi la partita del Napoli in un bar-pizzeria di Piazza Nazionale. Sfortuna volle che ci lavorasse un amico di Abdul che di Batman era pure vicino di casa. Il ragazzino non ebbe il tempo di togliere il cavalletto del motorino. ‘O Bisonte si materializzò in mezzo agli amici che si erano radunati davanti al locale, a match concluso; ed esplose tre colpi. Uno in petto e due in testa, due colpi secchi. La comitiva si disciolse in preda al panico. A chiamare la polizia fu proprio il cameriere che aveva tradito Batman consegnandolo al boia. Coi poliziotti, Giuda pianse per la perdita dell’amico. Finì così la leggenda del pipistrello killer e cominciò quella del Bisonte Furioso.

L’ultimo della lista era stato un tizio soprannominato Papaccella – così si chiama a Napoli una specie di peperone agrodolce – che, solo per puro caso, era riuscito a risalire alla identità della mamma di Lelluccio ‘o nfame e l’aveva minacciata. Promettendole che avrebbe pisciato sulla tomba del figlio e dei «colombiani».

Il «commando» scoprì che frequentava un locale ad Agnano dove aveva affittato uno scopatoio. Decisero di colpirlo lì. A decretare la sua morte fu una foto con una rossa che gli schiacciava contro il petto gli enormi seni facendo il segno della «vittoria» con le dita. Capauciello l’aveva trovata setacciando decine e decine di profili di amici e compari di Papaccella; gli piaceva fare l’infiltrato nelle linee (virtuali) nemiche col suo profilo falso intestato a un fantomatico figo napoletano tutto palestrato. La foto di Papaccella con la rossa aveva in basso a destra il marchio del locale dov’era stata scattata. Papaccella era morto prima ancora di esalare l’ultimo respiro.

I «colombiani» attesero nei pressi della discoteca tutta la notte. Appena Papaccella, finita la serata, ebbe imboccata la strada che conduceva all’appartamentino dove lo avrebbe raggiunto la rossa della foto, arroccato in un parco assai isolato, quasi a ridosso del confine con Pozzuoli; Capauciello fece saltare la valvola dell’illuminazione pubblica che un suo mezzo parente, tecnico del Comune, gli aveva indicato qualche giorno prima nei paraggi. Abdul e ‘o Bisonte misero l’auto con gli abbaglianti accesi di traverso sulla strada bloccandogli il passaggio. Tutto avvenne nel giro di secondi.

Il ragazzo cercò invano la pistola ma fu più lesto Christian a sparargli per primo dal lato buio della via. L’ultima immagine che la vittima ebbe sulla terra fu il riso maligno di un clown con una lacrima tatuata sulla guancia che faceva «clic», «clic», «clic».

Dopo, tutti mantennero la promessa fatta da Papaccella. E pisciarono sul suo cadavere ancora caldo. La mano di Christian pulsava intorpidita mentre indirizzava il getto di urina.

Quando lo seppe, Lelluccio ‘o nfame corse a farsi tatuare la scritta «Don’t touch my family» incastonata in un tribale sul braccio destro. Era euforico. Il suo diabolico piano era riuscito alla perfezione. Cap ‘e fierr era stato eliminato, e lui era entrato a pieno titolo nel giro che conta. Lelluccio era diventato uno di fiducia del «commando piovra». Aveva stretto amicizia con Capauciello con cui usciva quasi ogni giorno a rimorchiare puttane sulla Circumvallazione esterna. E anche Christian e Abdul lo stimavano. L’unico contrattempo era Nicole che attendeva fiduciosa la promessa di matrimonio.

Poca roba. La puttana avrebbe aspettato in eterno.

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