Per ingannare il tempo, il padrone di casa gli propose di fare una partita a Ps4. Non ricevette risposta; il che voleva dire sì. Forse. Chi lo capiva, ‘o Bisonte. Era bizzoso come una femmina col ciclo.

Il televisore si accese sull’edizione pomeridiana del TgR Campania. Parlava un prete del rione Sanità. Barba e capelli bianchi, assomigliava a Babbo Natale. Sullo sfondo ragazzini che correvano sui motorini.

non abbiamo un cinema… non abbiamo un teatro… le scuole cadono a pezzi…

Il Bisonte ordinò all’altro di non cambiare. Voleva ascoltare il servizio. Conosceva quel parroco. Lo conosceva bene. La testa ancora gli martellava per il mal di testa e capiva a sprazzi quel che veniva trasmesso.

le Istituzioni ci hanno abbandonato… i ragazzi non hanno possibilità di scegliere una vita diversa… quello che sta succedendo nel rione è la prova che non basta la repressione… la droga… i cattivi esempi… le stese… il lavoro.

Echi di un tempo lontano: Vitolo Ugo Maria, non ancora Bisonte, che ruba i portafogli dalla sacrestia del parroco pennabianca. Chierichetto dalla mano lunga. Gli altri che trafugavano le ostie e bevevano il vino di nascosto, lui che sfidava il Padreterno a farsi scoprire.

La bestia si massaggiò la faccia, e autorizzò Lelluccio a inserire «Fifa15» nella consolle. Sparì il prete dalla barba candida, e comparve il volto muscoloso e ammiccante di Cristiano Ronaldo.

Lelluccio, da buon schiavo, sul campo di calcio correva poco e tirava meno. Si fece espellere tre giocatori. I migliori. Quasi si scusò col Bisonte per essersi procurato un calcio d’angolo a suo favore.

Terrore allo stato puro.

La bestia vinse per 8-0 il primo match. Il primo e l’ultimo. L’animale prese a guardarsi furiosamente attorno alla ricerca di qualcosa da mangiare. Aveva lasciato il joystick e la tv, e si era messo a scavare nei mobiletti della cucina di Lelluccio. Apriva a ripetizione il frigorifero sperando che, tra un tentativo e l’altro, si materializzasse per magia qualcosa al suo interno.

Si arrese e dalla credenza agguantò solo una bottiglia di «Coca Cola» e un paio di scatolette di formaggini «Mio» che trangugiò senza spalmarli sul pane. ‘O Bisonte li spremette, come si fa con la panna spray, direttamente in bocca. Era in preda a una nuova crisi di cibo. Peggiore per violenza e imprevedibilità di quelle che colpiscono i tossici in astinenza. Lui era entrambe le cose: un tossico e un obeso. E la crisi valeva doppio.

Il Bisonte era stato tutta la notte in attesa del messaggino e, verso le sei del mattino, si era arreso alla stanchezza e se n’era andato a dormire. Lui sul letto del padrone di casa, abbracciato a tre cuscini; e Lelluccio sul divano senza una copertina. A morire dal freddo.

Il risveglio, il mal di testa, le canne. L’incubo standard del Bisonte: non riuscire a sparare. La pistola che s’inceppa. Un negro – vestito con una tuta gialla aderente – che lo sodomizza in carcere. E a lui non dispiaaace.

Alle dieci del mattino, l’animale era di nuovo in piedi. Malconcio e arrabbiato col negro del sogno. Non aveva voluto farsi la doccia o concedersi una sciacquata al viso. Non aveva con sé ricambi di biancheria né una maglia pulita. Con orgoglio, rivendicò di aver indossato lo stesso paio di mutande per dieci giorni pur di ammazzare un cristiano, quand’era più piccolo. Il record mondiale dell’orrore igienico-sanitario.

Lelluccio era combattuto tra un sentimento di ammirazione per il killer e di nausea per la persona. Lo vedeva grufolare, nelle pentole e nelle buste, e si domandava come potesse essere un micidiale strumento di morte un soggetto di quella razza.

  • Scusa n’attimo, The Bisont – il ragazzo coniò il soprannome in inglese per entrare un po’ più in confidenza – mettimm ca ce stann ‘e guagliun cu Cap ‘e fierr, no? Eh, nun è periculos pe ‘tte? Nun è meglio nu fucil ‘e precisione? Facimm na cosa di alto livello… ‘o pigliamm a copp ‘o balcone a Cap ‘e fierr – propose Raffaele detto Lelluccio –. Nu paio ‘e botte e ammén. Facimm come in chillu film, l’è vist? «American Snìpér». Parl ‘e nu surdat ammerican…

  • Lellù, mo devi fare il cesso. Ok? Ok? Ok? E poi no, nun me piace accussì – tagliò corte ‘o Bisonte –. Io voglio veré ‘o sang ca scorr. Io l’aggia sputà ‘nguoll, dopo che è muort. ‘O voglio veré ‘a faccia ‘nterr ca tremm. A me mi elettrizza accussì, me fa sentì ‘nu Patatern. Giesucrist te fa nascere, ma per continuà a campà a Furcella ‘e parlà cu mme. ‘E parlà c’o Bisonte. E poi…

L’allarme di un negozio di scarpe, chiuso per rinnovo, prese a suonare in lontananza e coprì le ultime parole del killer. Succedeva spesso. I titolari della rivendita avevano pure fatto arrivare un tecnico per correggere il malfunzionamento, ma l’addetto aveva addebitato la cosa non a un guasto ma alla ipersensibilità dei sensori forse attivati dal passaggio dei pullman nelle vicinanze. La strada era piena di fossi.

Lelluccio andò a chiudere la finestra della piccola cucina e quella della stanza da letto che aveva spalancato per far passare la puzza dell’ospite. L’allarme continuava a martellare. Spremuto l’ultimo formaggino, il killer si mise in bocca le carte stagnole e iniziò a masticarle. Ruminava per ricavarne un altro po’ di crema. Le succhiava facendo un rumore disgustoso, come se stesse aspirando una cozza o un frutto di mare, e sputava a terra gli involucri ridotti in poltiglia e svuotati di tutto.

  • Me fa’ arrizzà ‘o cazz, Lellù – riprese il discorso ‘o Bisonte –. Pe ‘mme, accirer nu cristian è come farmi ‘na chiavata. ‘A stessa adrenalin. Quann sto pe sparà a uno, se ‘ntosta ‘o cazz, come t’aggia spiegà…

‘O Bisonte si riempì tre bicchieri di «Coca Cola» di seguito e, dopo un sonoro rutto, spiegò la sua filosofia di vita.

  • Io song ra vecchia scola, Lellù. Pure si teng vint’anni, io song ra vecchia scola: te schiatt ‘a capa faccia a faccia, senza fucile e cazzate varie. ‘A femmena mia se chiamm 7,65… – giurò.

Lelluccio si accorse che all’angolo della bocca della bestia era rimasto appiccicato uno sbuffo di formaggino. Gli venne il voltastomaco. Quella zoccola di Nicole ancora non si faceva viva.

Un altro giorno sarebbe passato mooolto più lentamente del previsto.

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