Il lenzuolo immacolato brillava nella strada. Tutt’attorno carabinieri annoiati con la paletta «Ministero della Difesa» lanciavano occhiate distratte ai curiosi affamati di un pezzettino di cronaca nera in diretta. Giraffe morbose, allungavano il collo per addentare fotogrammi di dolore da portare a casa. Non avevano perimetrato l’area col nastro rosso e bianco, i militari. Erano essi stessi il cordone di sicurezza. A mezzo metro dal cadavere c’era la moto della vittima, reclinata sul marciapiedi come la «Costa Concordia» sugli scogli dell’isola del Giglio. I bossoli sul selciato erano stati contrassegnati coi bicchierini di plastica capovolti. Quelli per i caffè da asporto. Nessuno aveva a portata di mano i gessetti bianchi. I bicchierini sembravano le scialuppe di salvataggio del transatlantico in avaria.

C’erano tre piccoli contenitori sul versante destro del cadavere. Altri due un po’ più distante, perpendicolari alla testa. Vista così la scena, con tutti quei bicchierini a terra, pareva che avessero sparato al ragazzo del bar di fronte. Ma il morto non era il ragazzo del bar che, invece, era affacciato all’uscio del locale con la sua bella faccia da Ryan Gosling e il grembiule rosso porpora. Gli interessava capire che aria tirava; tenere sott’occhio i movimenti dei «neri» come, in gergo, sono soprannominati i carabinieri mentre i «blu» sono i poliziotti. Insieme alla tazzulella, ai clienti più affezionati, Ryan Gosling serviva pure un altro tipo di consumazione che sarebbe stato un peccato far scivolare nel lavandino per l’arrivo delle forze dell’ordine.

Poco più in là, un gruppo di donne, col volto sfatto e gli occhi rossi, si accalcava a ridosso delle divise senza riuscire ad avvicinarsi alla vittima. Erano i familiari del giovanotto accoppato.

I maschi se ne stavano invece in disparte, a mucchietti; dall’altro lato del marciapiedi. Parlando sottovoce. Dai balconi la gente si affacciava e commentava. Per ultimi, a gustarsi quelle immagini, erano arrivati i ragazzini del rione. Quelli che nei documentari e nelle fiction autori privi di fantasia ancora chiamano scugnizzi ma che, in realtà, sono uomini in tutto e per tutto – uomini con le loro manie, i loro tic, le loro arroganze e le loro violenze – che si ritrovano ad abitare in corpi in via di sviluppo.

Qualcuno vestiva la maglia azzurra del Napoli, e ci aveva abbinato sopra un piumino dalla freschezza dubbia e smagrito dall’uso. Qualcun altro esibiva una tuta con giubbinetto e sciarpa. Altri ancora indossavano solo polo e jeans. Camminavano in formazione. I motorini li avevano lasciati dietro l’angolo. Con tutti quei carabinieri in giro, sarebbe stato folle rischiare.

Tutti – maschi, femmine e bambini – erano in movimento attorno al cadavere. Una danza silenziosa. Si scambiavano posizione ruotando in senso orario e antiorario; si mescolavano – i maschi coi bambini, poi le femmine coi maschi, poi i bambini con le femmine – e infine, spinti da una misteriosa forza fisica, si separavano ritornando alle composizioni di partenza. I maschi coi maschi, le femmine con le femmine e i bambini coi bambini.

Il cielo si era scurito ma la gente continuava a godersi l’ultimo cliente della Nera Signora. E a interrogarsi sulle ragioni di tanta ferocia. A Napoli, nei vicoli dove la verità ha la stessa forma dell’acqua perché cambia a seconda di chi la racconta, il reale è solo un punto di vista. La verità è solo un punto di vista. Il mormorio attorno a un omicidio è un’onda lunga che galoppa per strade e portoni, sale e scende e conquista metri su metri. Porta le notizie vere e le notizie false, e le suggestioni e le promesse non mantenute. Ogni delitto, in città, è un’onda sporca piena di sabbia.

Tutti sapevano che l’esecuzione poteva avere mille moventi, mille giustificazioni. E tutti gli spettatori giocavano a tirare a indovinare. L’unica pista corretta era quella che portava al conflitto tra il «commando piovra» e il gruppo di Mosé, ma nessuno degli improvvisati commentatori aveva intenzione di arrivarci subito. Sarebbe stato troppo facile. Meglio giocare un altro po’. Maneggiavano il movente dell’attentato come si maneggia una ricetta: a ogni nuovo passaggio di mano si aggiunge o si toglie un ingrediente, a seconda dei gusti.

Quel poverino, pace all’anima sua, era morto per una storia di corna. Anzi, per vicende di gioco. Nient’affatto: era stato giustiziato per uno sgarro. In ogni ipotesi, in ogni ricostruzione, c’era un briciolo di verità che poteva andar bene; e c’era un granello di bugia che non cambiava il sapore anzi lo esaltava. Bastava solo scegliere la spezia più interessante. E mescolare bene.

La Scientifica proseguiva il lavoro attorno ai bicchierini del caffé suscitando le continue preoccupazioni di Ryan Gosling. La vittima era stata abbattuta mentre era ancora in sella. I due killer, uno alla guida l’altro alla pistola, l’avevano affiancata e centrata per cinque volte. Forse, il disgraziato non era morto sul colpo ed era riuscito a fare ancora qualche passo, c’erano scie di sangue. Solchi appiccicaticci di lumache rosse. Poco prima che una mano pietosa lo coprisse col sudario, lanciato da un balcone vicino, il corpo senza vita si mostrava agli occhi dei passanti con i jeans e gli slip abbassati e con un braccio libero dalla manica del giubbino. Un movimento brusco o il capitombolo dello scooter lo avevano disarticolato. Come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Nessuno aveva visto, nessuno aveva sentito. Nemmeno i titolari di famose pizzerie nei paraggi, quando vennero interrogati, ammisero di essersi accorti di alcunché. Eppure, i colpi di pistola erano rimbombati a ripetizione a poche decine di metri dai loro tavolini. Uno, che appena la settimana prima aveva pagato 1500 euro di tangente al gruppo di Mosé, aveva sorriso nervoso ai militari mettendo a verbale che lui, quelle esplosioni, le aveva scambiate per fuochi d’artificio.

Sì, come no.

I rilievi degli uomini in tuta e mascherina bianche proseguivano al rallentatore quando un urlo mise in allarme i carabinieri. Ma durò solo un attimo.

  • Mussolini salvaci tu, solo tu ci puoi salvare. Onore al Duce! Salute al Duce! Du-ce! Du-ce! Du-ce!

Gesù strillò e stese il braccio a mo’ di saluto romano attraversando a grandi falcate il marciapiedi proprio di fronte al «Cippo» di Forcella, gli antichi resti di una porta muraria di un paio di millenni fa che di sera si trasforma in un immondezzaio molto moderno. Il cadavere era lì vicino, ma lui quasi se ne disinteressò, all’apparenza. Ai militari scappò una risata. Era un volto noto. Gesù è il pazzo del Centro Storico. È un uomo di una sessantina di anni, forse di più. Nessuno lo sa, e non è che importi tanto. Alto e magro, col volto affilato. Va in giro coi capelli lunghi e la barba folta, e un soprabito somigliante più che alla tunica del Nazareno a quella di Obi-Wan Kenobi di «Guerre Stellari». Vive alla giornata, non ha mai avuto problemi con la giustizia. Un tipo innocuo se non fosse per questa mania da uomo di spettacolo.

Un giorno si inginocchiò, nella zona della Maddalena, e iniziò a recitare: «Camicie nere della Rivoluzione! Camerati! Lasciate che i pargoli vengano a me». E chiamò coi nomi del Gran Consiglio del Fascio Littorio i cani randagi che stazionavano là attorno: Balbo, Del Bono, De Vecchi e Bianchi. La voce tonitruante, mentre recitava la formazione, pareva quella della Buonanima. Forse era stato un imitatore, in gioventù.

In un’altra occasione, nel vicino Corso Umberto fece arrivare la polizia temendo che lo stessero ammazzando a colpi di mitra. Urlava, sbraitava. «Lasciatemi, sono innocente. Lasciatemi! Camerati traditori, dove siete? Non si uccide un uomo morto. Cameratiiii». Era convinto di essere a Piazzale Loreto. Chissà che cosa si era bevuto. Gli agenti non si presero la briga di chiamare gli assistenti sociali del Comune o i vigili per un Tso. Lo mandarono affanculo e si rimisero in macchina per completare il giro di ronda. Gesù si aggiustò la tunica e riprese a zigzagare come se nulla fosse accaduto. Parlando tra sé e sé della tragedia del 25 luglio 1943.

Ma non era un buon giorno per le esibizioni, quello. Un militare lo allontanò mulinando la paletta, e Gesù alzò le mani al cielo chiedendo alla gente affacciata una offerta di un euro a piacere.

  • Sta venendo la fine del mondo – singhiozzò barcollando il barbone – e non ve ne siete ancora accorti. Faceva bene Erode che uccideva i bambini nelle culle. Perché i bambini, una volta che sono cresciuti, vi ammazzano a voi…

In quello stesso istante, un ragazzo con uno strano tatuaggio sulla faccia sfrecciò su un motorino e lanciò una occhiata in direzione del morto.

Gesù non se ne curò. Fece un giro più largo e si inginocchiò a pochi metri dal cadavere per recitare una preghiera. Il militare lo spinse via.

Il barbone si ritrovò la scritta «Ministero della Difesa» a due centimetri dalla faccia. E arretrò.

Era il secondo morto in ventiquattr’ore dopo l’esecuzione di Cap ‘e fierr.

LEGGI ANCHE:

Un killer (brutto, sporco e cattivo) chiamato ‘o bisonte
Il proiettile d’oro e il bacio rubato con la roulette russa
Lelluccio l’infame, storia di un apprendista killer (doppiogiochista)
Faccia a faccia col Bisonte in attesa della «filata»
Capauciello, il baby boss (brutto e codardo) che va a puttane
E il killer scrisse su Fb: se non conosci, non giudicarmi
Arriva il «messaggino» e un uomo non sa che sta per morire

La sfuriata del vecchio padrino: voglio la testa di quei cinque