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Fu Abdul ad accorgersi per primo dell’arrivo del tipo nel parcheggio. Attraverso i finestroni lo vide andarsi ad appoggiare all’auto di Christian. Se ne stava, lo sconosciuto, con le braccia conserte e l’aria da cane da guardia annoiato ma fedele. Forse, pure gli altri ne erano rimasti incuriositi ma non avevano ritenuto opportuno investigare oppure lo avevano scambiato per il parcheggiatore del locale.

  • È l’ex autista ‘e Mosé – spiegò distratto il «colombiano» seduto a capotavola, e nel gesticolare fece cadere una forchetta a terra –. Stev cu Mosé primm, e mo’ sta cu mme. È nu bbuon guaglione.

Il cameriere corse a raccogliere la posata e a sostituirla con una pulita.

  • M’accumpagna agli appuntamenti, fa ‘e servizi a me e a ‘nnammurata mia. Me dà ‘na mano

  • Si addivintat ‘na star, ‘o frat – rise Capauciello – Speramm sulament ca nun ce port ‘a stessa furtuna c’ha purtat a Mosé… ahahahah

Christian finse di apprezzare la battuta, e aggiunse velenoso:

  • Da oggi, facimm ‘e sord ‘o ver. Quindi, ognuno se lev ‘e sfizi ca vò.

Guardando Capauciello.

  • E poi ‘a furtuna nun esiste. Esiste sul ‘o curaggio.

Christian sollevò due dita in direzione del proprietario. Era il segnale che dovevano arrivare altre bottiglie di rosé. Quand’erano più piccoli, le serate le trascorrevano al McDonald’s di Fuorigrotta o a quello di Piazza Municipio. Si ingozzavano di hamburger e patatine e poi andavano a fare danni in giro. Con loro spesso c’era pure Maicol, un amante del cibo spazzatura con la fissazione dell’America. Tutto era più facile all’epoca. Tutto sembrava un gioco. Pure quando iniziarono a rubare orologi e gioielli a calciatori famosi e povericristi lo vissero come un elettrizzante passatempo.

«colombiani» chiamarono una pausa con le forchette e si stravaccarono sui divanetti della sala. Abdul si arrotolò uno spinello mentre ‘o Drogato tirò sul tavolinetto sei strisce di cocaina allineandole bene bene, precise precise, con la carta di credito «Cariparma» intestata a un prestanome; il ragazzo del rione Traiano con cui era solito uscire in moto per fare le «stese». Quattro righe di polvere bianca erano riservate agli amici, due a se. Lo champagne e la droga anestetizzarono lo stomaco e il palato dei «colombiani». Ruttavano a ripetizione. Christian fece un rutto più rumoroso degli altri e il suono che ne uscì assomigliava al nome «Mosé», notò Capauciello.

Applausi. Proposte di partecipare a qualche show televisivo parlando coi rutti. Il ragazzo con la lacrima tatuata sinceramente commosso da tanta considerazione per le sue doti di ugola d’oro.

Mentre tiravano, il proprietario urlò a quelli ai fornelli di non uscire per un po’ dalla cucina e di preparare i secondi e i dolci evitando le figure di merda del primo giro. Lo spilungone si sentì morire di nuovo. Che amorevole, Rin Tin Tin. Capauciello era Al Capone.

C’era ancora una questione da risolvere: l’individuazione delle spese da detrarre dalla cassa comune. Christian proponeva – e Capauciello era d’accordo – di scorporare dall’incasso complessivo i costi per l’approvvigionamento dello stupefacente e quelli per il funzionamento delle cinque piazze, come l’acquisto di moto e armi, e gli stipendi per spacciatori e pali, e per gli avvocati. Il sistema che usano quasi tutte le organizzazioni a Napoli. Abdul, invece, voleva che gli stipendi fossero esclusi e così pure ‘o Drogato. ‘O Bisonte non pervenuto. Troppo faticoso pensare. Meglio rovistare ancora un po’ sulla tavola nei piatti degli altri.

Chi era più bravo nelle contrattazione con i «dipendenti», spiegava il tunisino, avrebbe risparmiato di più e, quindi, guadagnato di più. Era un modo per saggiare le capacità di ognuno e per impedire imbrogli sulla «gestione» del personale. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Le due proposte mostravano entrambe lati positivi e negativi; e preferire una piuttosto che l’altra era difficile. Il punto forte del ragionamento di Christian, e su questo conveniva pure ‘o Drogato che sosteneva l’altra tesi, era che col sistema della «trattativa privata» il capo-piazza più generoso avrebbe innescato un sentimento di concorrenza inutile tra gli stessi affiliati al «commando» e tra le stesse piazze di spaccio. Chi pagava meglio spacciatori e vedette avrebbe insomma esercitato un maggiore potere criminale snaturando il rapporto alla pari all’interno del gruppo. E questo non andava bene.

Che fare?

Tornarono a tavola per il secondo giro senza aver risolto il dilemma. Rin Tin Tin aveva giurato che i suoi ospiti si sarebbero leccati i baffi. Aveva fatto comprare, all’alba, al mercato del pesce della vicina Pozzuoli – un enorme suk dove si trovano tutte le infinite varietà di creature care a Poseidone – spigole e pezzogne, e crostacei di prima qualità. Aragoste vive agitavano le antenne preoccupate; granchi felloni dalle chele giganti; gamberetti di paranza e scampi di un bel colore arancione; e cicale di mare che muovevano le zampette e la codina.

Abdul cambiò posto. E si sedette a capotavola, di fronte a Christian. Nessuno volle interpretare quel gesto come una mancanza di rispetto.

Fu un errore.

I secondi erano davvero all’altezza delle roboanti promesse. Capauciello convocò lo «zio» per complimentarsi e gli chiese di portare fuori cuoco e aiutanti. Tenendosi per mano, come succede a teatro per la standing ovation finale agli attori, gli inservienti vestiti di bianco ricevettero un lungo applauso e una busta contenente una mancia di 1500 euro. Mica male. Lo spilungone per la prima volta sorrise. Gli mancava un incisivo.

Solo alla fine, dopo il dolce (a cui ‘o Bisonte non volle rinunciare minacciando di fare una strage) e l’immancabile «Amaro del Capo», fu raggiunta una mezza intesa. Una specie di compromesso. La cassa comune avrebbe garantito, oltre all’acquisto della droga, le spese legali per gli affiliati arrestati e un forfait di 3mila euro al mese a piazza per benzina, generi di consumo vari e imprevisti. Spacciatori, vedette e picchiatori sarebbero stati pagati dal capopiazza su contrattazione individuale con l’obbligo – e questa fu una idea del Drogato, il «manager» del gruppo – di non superare i 200 euro a settimana a «dipendente», almeno all’inizio. Una cifra ritenuta congrua per non alimentare conflitti.

Erano esclusi dal patto i collaboratori di Careca che avrebbe continuato a gestire in autonomia la piazza di spaccio dello stadio San Paolo. Ed erano esclusi pure i vice capi-piazza. Un «regalo» che Capauciello volle fare a Lelluccio, suo pupillo e «braccio destro».

Fuori era già buio da un pezzo, e l’autista di Christian si era rintanato nella Mercedes tenendo spenta la luce dello specchietto retrovisore. Si vedeva solo questa sagoma scura, nella penombra, che avvicinava alle labbra la brace di una sigaretta che ardeva a intermittenza. La fumava col finestrino abbassato per non impuzzolentire l’abitacolo con gli interni in pelle e il cruscotto ricco di led. Christian l’avrebbe preso a calci in culo se avesse trovato la vettura sporca.

Il tizio non si era presentato agli altri «colombiani» né aveva abbandonato la postazione, nonostante fossero già passate parecchie ore. Nemmeno al cesso era andato. Christian spiegò che aveva accompagnato Elenuccia a comprare i mobili e le tende per la casa nuova di Forcella. Sarebbero andati, i due piccioncini, a vivere insieme e avrebbero dato una grande festa a cui tutti erano invitati.

  • L’hai ammaestrat bbuon – punzecchiò con sarcasmo Abdul, indicando l’uomo al volante –. Ma te fa pur ‘o bucchin a comando?

Il tatuato non colse la provocazione. Ravanava con uno stuzzicadenti in bocca e non aveva voglia di litigare. La giornata era stata così piacevole. Al mattino, aveva incontrato don Vincenzo e insieme avevano regolato la questione dei rifornimenti delle piazze di spaccio. La riunione al ristorante si stava concludendo come lui e il suocero avevano immaginato. Nessuno, tranne il solito tunisino, aveva reclamato. Perché litigare?

  • Nun trattà malament ‘o can ‘e pecor ‘e Christian – aggiunse il Bisonte intrecciando le mani grassocce dietro la nuca e stiracchiandosi fino a scoprire il panzone peloso.

Orrore.

Sui dividendi, l’accordo fu rapidissimo. Ognuno, incassata la propria quota, l’avrebbe spesa in piena libertà. Non erano previsti investimenti o accantonamenti comuni.

  • Lassamm perder chella strunzat ‘e «Romanzo Criminale» – chiarì Abdul – arò investono assieme ‘e sord e fann affari. Nun funziona mai. Meglio ca ognun se ver ‘o suojo, meglio ca ognuno se fa ‘e cazzi suoi. Po’ cocc scienziato sbaglia investimento, perd ‘e denar mije e l’aggia mettere solo ‘o pesce ‘mmocca.

  • Quando ‘o truov – rispose ‘o Drogato ma a parlare era Christian.

  • Eh, ‘o saccio, chella puttana ‘e soreta ancora me l’adda restituì. S’è affezionata ‘o bambulott…

Insulti che erano attestazioni d’affetto e amicizia. «Rin Tin Tin» con la lingua da fuori. I camerieri a contare e dividersi i bigliettoni.

  • Comunque – intervenne Christian – song d’accordo cu Abdul.

  • ‘Ngopp ‘a sorema? – fece il finto offeso ‘o Drogato

  • ‘O sai ca soret è semp stat il mio sogno erotico. No, comunque. Song d’accord ‘ngopp agli investimenti. Ognuno se facess ‘e cazz suoje. Nun simm «Romanzo Criminale». Quando faranno nu libro o nu film ‘nguoll ‘a nuje, po verimm che strunzat hanno detto…

  • Eccerto ca nun simm «Romanzo Criminale» – disse qualcuno, forse Capauciello – loro tengono ‘o Buffalo che è ‘nu bucchinar. Nuje tenimm ‘o Bisonte ca fa schif ‘o cess…

La bestia rispose con un sonoro rutto. «Rin Tin Tin» rideva in lontananza.

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