Uno scorcio del rione Forcella

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I «colombiani» avevano vinto la guerra. Forcella aveva cambiato padrone. E i padroni, com’era giusto che fosse, volevano cambiare Forcella.

In strada giovanissimi affiliati al «commando» perlustravano i vicoli, diffidenti come topi. Avevano i baffetti sottili sottili, i capelli rasati ai lati e cespugliosi al centro come un ananas. Tutti vestiti uguali, tutti stampigliati in serie in qualche misteriosa e poco fantasiosa catena di montaggio. Si atteggiavano a padrini, nonostante fossero l’ultima ruota (criminale) del carro. Erano insolenti. Traboccavano arroganza e odio verso tutto ciò che non appartenesse al loro mondo e al loro modo di fare.

I guaglioncelli di «paranza» nutrivano per i «colombiani» un sentimento di venerazione. Soprattutto per Christian e per il Bisonte. Uno perché era il più carismatico del gruppo, colui che aveva avuto il coraggio di spezzare il regno di Mosé per vendicare il fratello e per diventare un Grande Camorrista. L’altro perché era il terrore dei vicoli del Centro. La sua spietatezza era leggendaria. Così come la sua fame.

Nel rione ricomparvero, qua e là, le bancarelle con le sigarette di contrabbando che, durante la guerra, si erano trasferite in altri quartieri più tranquilli come Fuorigrotta o Soccavo. Dai bassi dei vicoli vicini ripresero a spuntare i profili dei trans e delle prostitute che, per un biglietto da venti euro, promettevano prestazioni da sogno. Aveva ricominciato a farsi vedere in giro pure «Findòmestic», un usuraio di quarant’anni che era diventato una vera e propria istituzione nel quartiere della Vicaria. I carabinieri avevano provato per mesi a incastrarlo senza riuscirci, e non perché fossero incapaci di fare una indagine ma perché «Findòmestic» oltre ad essere fortunato era pure abile. Non a caso il suo secondo soprannome era «capitone» per la bravura con cui riusciva a sgusciare dalle situzioni più complicate. Mosé gli voleva bene, e gli consentiva di esercitare l’attività senza pagare la tangente. I «colombiani» ancora non lo avevano convocato. Lo avrebbero fatto presto. La sua opera era semplice: finanziava il credito al consumo di chi, nel circuito legale, non sarebbe mai stato ammesso. Per questo, «Findomestìc» come l’agenzia che eroga i prestiti. Con l’accento sbagliato. Come si usa a Napoli dove Cavour diventa «Càvur». «Findomestìc», appunto, anticipava i soldi per comprare piccoli elettrodomestici, e si faceva rimborsare a rate dall’acquirente aggiungendoci gli interessi. Un po’ più alti di quelli praticati dalle banche ma roba di poche decine di euro al mese. Non era un succhiasangue. Grazie a «Findòmestic», i consumatori – per lo più studenti, casalinghe o disoccupati oppure lavoratori precari – non rinunciavano all’ultimo modello di telefonino o al fornetto nuovo oppure alla consolle di grido. Il meccanismo era collaudato: il commerciante incassava subito il dovuto; e «Findomestìc» intascava, a sua volta, mese dopo mese, il rimborso del capitale e gli interessi. D’altronde, una rata da 50 o 60 euro la possono pagare tutti. Affidabilità e pazienza erano le doti di questa strana banca ambulante.

 

Era l’applicazione di strada del concetto di microcredito del premio Nobel Muhammad Yunus. Ma questo, «Findòmestic» non avrebbe mai potuto immaginarlo. Ecco, pure lui, insomma, si era rimesso in moto a procacciare nuovi clienti. Il che significava che c’era un clima di rinnovata fiducia in un periodo di (relativa) pace nel rione.

«Combattenti di terra, di mare e dell’aria… Camicie nere della Rivoluzione e delle Legioni… uomini e donne d’Italia, dell’Im­pero e del Regno d’Albania, ascoltate!». Gesù comparve in Piazzetta Calenda sbucando dalla strada che taglia Forcella quasi a metà. Aveva la barba ancora più ingrovigliata e le mani e le unghie ancora più sporche. Era senza tunica, malgrado il freddo e il vento che facevano venire la pelle d’oca. Barcollava. Era già ubriaco.

«Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria»: ripeteva con intonazione improvvisando le movenze del Duce. Mento in su e mani sui fianchi.

 

«L’ora delle decisioni irrevocabili»: strillava più forte mentre i motorini gli sfrecciavano a fianco mancandolo per millimetri. Le massaie, cariche come muli di buste della spesa e confezioni d’acqua, lo sorpassavano imprecando per la sua studiata lentezza. In sottofondo gli echi delle ambulanze e i clacson delle auto imprigionate nel traffico.

«La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia»: Gesù si sgolò, e salì sul cofano di un’auto per mimare il balcone di Palazzo Venezia.

I discorsi di Mussolini erano il suo pezzo forte. Nessuno sapeva dove li avesse imparati, e in quali tristi ricordi affondasse le radici la storia di quell’uomo così malconcio. Forse Gesù era un vecchio fascista. Nella zona del centro storico, l’Msi andava forte al tempo dei camerati belli.

Forse, era stato un mazziere negli anni Settanta quando il boss del rione Sanità Giuseppe Misso vagheggiava il ritorno del Fascio Littorio nei vicoli cari a Totò e a Eduardo. O forse era stato uno studioso di quel passato e le sfortune della vita lo avevano ridotto sul lastrico lasciandogli come eredità di affetti brandelli di storia del Ventennio.

«Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno osta­colato la marcia e, spesso insidiato l’esistenza medesima del Popolo italiano».

E riprendendo fiato.

«Alcuni lustri della storia più recente…»

Ma non gli riuscì di terminare la frase.

«Giesucrììììììììì». Due ragazzetti lo sorpresero con una mazza alle spalle. Gli assestarono un colpo all’altezza delle scapole e un altro sul braccio che il pover’uomo aveva alzato per difendere la testa. «Giesucrììì mo vattenn, sta arrivann ‘a faticaaa»: Gesù preso a botte, Gesù tampinato dagli aguzzini, Gesù inseguito dagli sputi. Pareva la Via Crucis sul Golgota di Forcella. Al posto dei soldati romani c’erano bulletti di camorra a cui giovani Marie Maddalene di passaggio lanciavano risatine di approvazione e sguardi maliziosi; e al posto del Profeta di Nazareth un folle che trangugiava vino di pessima qualità.

«Giesucrììì», strillarono senza ritegno un’ultima volta prima di farlo rovinare sul marciapiedi, «nun è jurnata, oggi. Vattenn. Amma faticà. Vattenn ‘a casaaa».

I «colombiani» e i loro sgherri dovevano prendere servizio. Non si poteva perdere tempo andando dietro i barboni.

Gesù si trascinò fino al marciapiedi e, aggrappandosi ai pneumatici sozzi di una vecchia «Ford Mondeo» si tirò su. Si allontanò sussurrando: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno».

In quegli stessi istanti arrivò Christian. Il barbone lo incrociò e vide il «colombiano» allungare la mano. Uno dei ragazzetti che avevano picchiato il barbone gliela baciò con un mezzo inchino e profonda deferenza chiamandolo Zio.

 

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