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L’anziano boss si piazzò davanti allo specchio. Era pallido. Di un pallore giallognolo, malato. Non vedeva la luce del sole da settimane. Costretto com’era a cambiare rifugio di notte a bordo di un’auto guidata da uno dei pochissimi che non l’aveva abbandonato. Che non l’aveva tradito. Il precedente autista si era dileguato dopo l’uccisione di Enea. Avrebbe voluto parlargli, il vecchio Mosé; avrebbe voluto sapere che cosa si erano detti l’ultima volta insieme, lui e il figlio. Se avevano riso o se avevano pianto. Era affezionato al suo autista, Mosé. Il padrino si guardò allo specchio e si trovò invecchiato. I dolori, i lutti, i drammi che lo avevano sconvolto avevano lasciato il segno. Un segno profondo e indelebile. Aveva la faccia rugosa di un iguana. E gli occhi stretti stretti in due fessure sovrastati da ciglia cadenti e appesantiti da occhiaie livide. Le guance cascavano.

Si toccò la barba bianca che gli copriva il volto a chiazze. Strinse con le unghie pochi peli radi e se li tirò via con un colpo secco. Non provò dolore. In testa aveva grovigli qua e là che forse sarebbe stato meglio radere.

Maledetta alopecia.

Non sapeva che si chiamasse così, la malattia infame. Gliel’aveva detto l’infermiere che l’aveva visitato in uno degli ultimi nascondigli. Una stanza all’interno di un alberghetto di infima categoria dalle parti di Latina. Mosé aveva accusato un dolore al petto, e il suo accompagnatore s’era messo al volante per cercare un dottore o un sanitario – chiunque, insomma, ne capisse – per dargli una occhiata. Non potendo portarlo in ospedale, l’autista aveva chiesto aiuto a una farmacia sulla provinciale Ardea-Fontana dei Papi. Lì gli consigliarono l’unico disposto a fare quel genere di visite: riservate, senza preavviso e veloci. L’infermiere di mezz’età, che abitava poco distante, aveva la faccia furba dei topi di laboratorio. Capì alla perfezione che qualcosa non quadrava, quella sera. E non fece domande troppo insistenti sul perché il paziente non si fosse precipitato al pronto soccorso. Intascò i 70 euro e tenne la bocca chiusa.

Mosé si fece trovare a letto, vestito di tutto punto. Per scaramanzia, il padrino voleva essere pronto per il becchino se fosse sopraggiunto un nuovo attacco. Non gli piaceva l’idea che lo trovassero stecchito in mutande. L’infermiere gli misurò la pressione e, scimmiottando i medici che aveva visto in azione in corsia, gli tastò l’addome e la schiena con la faccia perplessa. Non sembravano i sintomi di un attacco cardiaco ma un affaticamento generale dovuto allo stress. Stava bene, il padrino. A eccezione di quella fastidiosa malattia che fa diventare glabbri.

Mosé congedò l’infermiere dicendo che per lui forse sarebbe stato meglio l’infarto che l’alopecia. Il padrino rimpiangeva la bella chioma castana della gioventù e rimpiangeva la zazzera grigiastra di capelli sottili sottili della maturità. Ne lasciava centinaia sui cuscini e sui colletti dei pullover e delle camicie. In testa aveva un orto flagellato dalla grandine. L’alopecia gli era venuta per colpa dei «colombiani». Poco ma sicuro.

Mosé aveva poi raggiunto Ostia dove c’era ad attenderlo un appartamento affittato a nome del suo vivandiere con i pochi spiccioli che era riuscito a portarsi dietro fuggendo da Napoli. Nella macchina se ne stava come un albero d’inverno a cui cadono, una dopo l’altra, le foglie e si seccano i rami. Era una sfinge.

Il pensiero andava ai due figli. Il maschio e la femmina. A come li aveva trattati, quand’erano ancora in vita. A come li aveva allontanati per sedare nel sangue la rivolta dei «colombiani». A come li aveva perduti. Quei cinque bastardelli lo avevano sconfitto. E deriso. E straziato. Questa era la verità. Quanto ancora sarebbe riuscito a scappare e a rinviare i conti con la sua storia? Quanto ancora sarebbe riuscito a resistere senza un euro, senza uomini, senza potere? Senza nemmeno la dignità?

Mosé si guardò allo specchio un’ultima volta e si toccò con delicatezza i batuffoli sulla fronte che ancora resistevano all’assalto del virus. Perdeva terreno, la chioma. Come lui aveva perso terreno a Forcella contro una banda di giovani delinquenti senzadio. I «colombiani» erano l’alopecia del Centro Storico.

E si domandava, il vecchio boss: valeva la pena coltivare il desiderio della vendetta? Era un sentimento sano, giusto? Che senso avrebbe avuto prendere di nuovo le armi – con quali soldi poi? – per tornare a Forcella e cercare di riconquistare il maltolto, il bottino?

Una nuova fitta allo stomaco lo aveva fatto accasciare sul letto.

Sperò che fosse un infarto. Sperò di morire lì, su quel lettino a Ostia. Prima che l’alopecia vincesse su tutto.

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