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Avevano preso l’abitudine di vedersi, il ragazzo e il papà della fidanzata, almeno una volta a settimana. S’incontravano a pranzo, se c’era modo. O per uno Spritz in un albergo di Corso Vittorio Emanuele, seduti sulla terrazza che domina il Golfo più bello del mondo. Da soli, lontani da occhi e orecchie indiscreti. L’uomo arrivava agli appuntamenti seguito a distanza dai due «gorilla» che non lo lasciavano mai solo. Si muovevano per la città con una anonima «Classe A» Mercedes di colore nero. Una vettura buona per mimetizzarsi nel traffico. Che non attira l’attenzione.

Don Vincenzo sempre elegante e ben profumato. Il ragazzo ancora rozzo nell’abbigliamento, ma molto più evoluto rispetto al primo incontro nella villa di San Giovanni a Teduccio.

Parlavano di tutto, i due, anche se «parlare» comporta una partecipazione più viva e attiva del semplice ascolto religioso che Christian gli prestava. Non poteva essere altrimenti. E non solo per il rapporto di parentela che li legava per mezzo di Elenuccia. Don Vincenzo lo aveva aiutato a vincere una guerra impossibile. Una guerra che chiunque, contando solo sulle proprie forze, avrebbe perso e che, forse, nemmeno avrebbe intrapreso. Il suocero era riuscito a capovolgere la situazione dandogli quello che gli serviva al momento opportuno, quasi senza che Christian si prendesse la briga di chiedere. Gli aveva dato le armi per uccidere, quando i «colombiani» non sarebbero riusciti a comprare una scacciacani; gli aveva fornito la droga a basso costo per far saltare il mercato del rivale e per far girare un po’ di soldi all’interno del «commando»; gli aveva prestato i capitali necessari per reclutare i ragazzi da sguinzagliare nei rioni per spiare, tramare, depistare e mentire. Il boss era stato il regista e lo sceneggiatore e il costumista di un copione recitato a soggetto da attori pieni di buona volontà ma di scarse capacità. Oneste comparse del crimine. Don Vincenzo era abituato ai premi Oscar.

Più di tutto – più dei kalashnikov, delle bombe, delle mitragliette e dei panetti di cocaina e hashish – era stato determinante il suo contributo acché Mosé non ricevesse il soccorso richiesto agli altri capi della camorra napoletana. Acché Mosé fosse lasciato solo, abbandonato. Senza più speranze. Don Vincenzo lo aveva fatto morire poco a poco, logorandolo, come si fa morire un naufrago a cui allontani, piano piano, il salvagente. Il poverino prima annaspa cercando di mantenersi a galla a forza di bracciate. Poi, venendo meno le energie, rallenta e smette di roteare le gambe e lascia che le braccia indolenzite si affloscino. Lo sostiene per un po’ la marea ma, un attimo dopo, sta precipitando negli abissi con la bocca e gli occhi sbarrati.

La guerra al vecchio boss ricordava a don Vincenzo i guizzi isterici dei pesciolini rossi buttati nella vasca dei piranha: si affannavano a scappare, coltivando il sogno di sopravvivere per chissà quanto tempo nell’acquario. Il loro destino era segnato, e loro s’illudevano di no. Potevano nuotare ancora per qualche secondo, per qualche minuto se i predatori erano indolenti ma non potevano cambiare il corso naturale delle cose. Sarebbero morti dilaniati in una nuvola d’acqua rosa. Mosé era nato pesciolino rosso e si credeva piranha. Non se n’era mai accorto fino al momento in cui aveva provato i dentini aguzzi ai polpacci e alla gola di uno che Piragna lo era davvero per nascita. E non solo per soprannome.

Erano seduti nel solarium della «Caffetteria Serpentone», il bar che si trova in Via Petrarca, a Posillipo. Il quartiere dei ricchi e degli arricchiti. L’uomo aveva indossato il «Richard Mille» che il ragazzo gli aveva regalato in occasione del suo compleanno. Un orologio da 500mila euro che il «colombiano» aveva rapinato a un ricco imprenditore russo a Madrid, tempo addietro. Non aveva mai voluto rivenderlo, quel pezzo. Ce n’erano 60 in tutto il mondo, e quello era il numero 26.

Se l’era conservato in una cassetta di sicurezza intestata a un suo vicino di casa. Un ricettatore del Borgo Orefici gli aveva offerto 15mila euro per averlo. Troppo poco. Una miseria. Una proposta offensiva. Lo aveva preso forse per un morto di fame, il gioielliere? E allora Christian lo aveva voluto tenere nascosto, il «Richard». Lo avrebbe pure distrutto ma non lo avrebbe svenduto così a buon mercato.

Ogni tanto, il tatuato se lo faceva portare dal «guardiano» e se lo coccolava. Lo accarezzava. Se lo rigirava tra le mani. Lo scrutava curioso alla ricerca di quel particolare che ne giustificasse il prezzo folle. Girava la corona in un senso e nell’altro. Se lo metteva al polso. Puliva il vetro con un panno. Nemmeno al fratello Maicol aveva detto nulla di quel colpo così fortunato. Il «Richard» lo aveva sepolto nel cassetto dei desideri. In attesa che si materializzasse l’Occasione Adatta. La perseveranza di Christian era stata premiata. Quell’orologio attendeva solo il braccio giusto. Il tatuato aveva saputo riconoscerlo.

Lo guardava e rideva, il «colombiano». Rideva per la gioia di possedere un oggetto che neanche il più ricco dei coglioni riccastri del Vomero che prendeva a schiaffi in Villa Comunale si sarebbe potuto permettere. A Napoli e in Campania e in Italia e forse in Europa nessuno poteva sfoggiare una cosa del genere. Lui, invece, poteva. Lui, invece, ce l’aveva. E l’aveva avuta gratis, per di più. All’amico che lo custodiva, aveva spiegato che si trattava di un ricordo lasciatogli in eredità da un cugino morto. Un orologio di poco valore ma che per lui era invece preziosissimo. Una bugia che solo quel cretino di «Flintstòne» – così ribattezzato per la somiglianza col cartone animato e per l’insana abitudine di girare in auto con una mazza di legno doppia come una clava – poteva bersi. Se lo avesse solo sospettato, quello sciocco, che cosa aveva per le mani. Un esemplare splendido sulle cui tracce si erano mosse le polizie di mezz’Europa senza riuscire a recuperarlo. E quel pomeriggio il «Richard Mille» numero 26 luccicava sotto il sole napoletano, e nessuno avrebbe mai saputo del suo strano percorso. Un percorso iniziato nei pressi della pizzeria «Bella Napoli», a Madrid, e conclusosi, passando per Torremolinos e Barcellona, in un alloggio di Forcella.

Solo loro due, il ragazzino che voleva diventare un boss e il suo ultimo e definitivo proprietario, il boss che voleva tornare ragazzino; sapevano.

Si sedettero di fronte al mare e ordinarono un aperitivo con abbondante accompagnamento (patatine, pizzette, noccioline, fritturine, formaggi e salumi e mozzarelline) perché non ci sarebbe stato tempo per allungarsi al vicino ristorante a cui pure avevano fatto riservare, come al solito, un tavolo appartato al secondo piano. Don Vincenzo doveva tornare a casa perché aveva fissato un appuntamento con alcuni grossisti olandesi di sementi, e odiava arrivare tardi. Doveva mostrare loro la serra e prendere accordi sulla spedizione e i trasporti. La frequentazione e la confidenza avevano accorciato le distanze tra suocero e genero; non da permettere comunque al giovane di sostituire il «voi» con un più diretto e sbrigativo «tu». Non che la cosa desse fastidio al boss, a dire il vero. Il Piragna voleva mantenere il predominio sulla forma e sulla sostanza. Il suocero aveva però iniziato a volergli bene. E per dimostrarglielo gli aveva svelato uno dei segreti più importanti della sua organizzazione. Gli aveva raccontato che quei due quadri che Christian si era soffermato a guardare, nella sua villa, in tante occasioni erano le tele di Vincent Van Gogh rubate nel 2002 nel museo di Amsterdam dedicato al genio dei colori olandese. Tele inestimabili che un suo socio d’affari gli aveva dato in custodia dopo averle acquistate per cinque milioni di euro in contanti. Le teneva lui in salotto mentre tutto il pianeta si dannava per rintracciarle. Don Vincenzo se le guardava la sera, prima di andare a dormire. Un lusso che neppure la Regina d’Inghilterra era in grado di permettersi. Per fargli capire, don Vincenzo disse che Van Gogh era il «Richard Mille» dell’arte.

 

Fu allora che Christian decise che avrebbe avuto pure lui il suo capolavoro personale a casa. Magari un po’ più bello dei due dipinti di Van Gogh che gli avevano ispirato solo tristezza.

Il Piragna allungò la pinna nei piattini dell’antipasto e lasciò che la bocca si muovesse solo per masticare. Era il turno del giovane di parlare.

Christian ubbidì. E spiegò che aveva seguito alla perfezione le indicazioni che gli erano state dispensate.

Le piazze erano state allestite e «protette». Erano stati avvicinati i poliziotti e i carabinieri da corrompere; ed era stato già raggiunto un mezzo accordo. Avrebbero passato informazioni riservate al «commando» e ammorbidito i controlli nelle piazze. In cambio, i «colombiani» avrebbero passato loro uno stipendio di 500 euro a testa, puttane gratis e una sniffata ogni tanto.

Per il reclutamento degli affiliati non ci sarebbe stato problema. Se ne stava occupando Capauciello, promise Christian.

Tutta la macchina funzionava alla perfezione. Tanto che, di lì a qualche tempo, annunciò raggiante il giovane, avrebbero iniziato – lui e la fidanzata – a pensare davvero al matrimonio. Una cosa in grande stile di cui avrebbe parlato tutta Napoli. Elenuccia sarebbe diventata una regina. Da che era nata principessa.

Il suocero – che fulminò con uno sguardo un cameriere che si era troppo soffermato a osservare quel tatuaggio sulla guancia del genero – smise di rovistare nelle ciotoline di ceramica. Christian non riusciva a capire se avesse o meno perplessità o dubbi. Poi il padrino parlò. Don Vincenzo era felice, certo. Era soddisfatto, certo. Era sicuro che sua figlia sarebbe stata una donna amata e coccolata, certo. Ma le priorità, secondo lui, erano altre in quel momento. E con quella sua voce roca chiese al «colombiano» di pensare a consolidare gli affari prima di buttarsi a capofitto nelle nozze e nella gestione complicatissima di una famiglia e di una moglie come Elenuccia. Dopo il matrimonio, ci sarebbe stata la gravidanza e dopo ancora il bambino da crescere; e i problemi e i casini. Puoi infatti essere uno spietato capocamorra – gli aveva spiegato il suocero – ma in casa sei sempre il numero due. Don Vincenzo conosceva bene la figlia, sapeva quanto poteva essere pesante sopportarne gli sbalzi d’umore. Perché la figlia era bella e cara, ma era come la mamma, pace all’anima sua. Una scassacazzi di prima categoria.

Potevano attendere, i due piccioncini. Erano giovanissimi. Quasi bambini. Ora che aveva preso in pugno Forcella, il genero doveva pensare a farsi più forte. Doveva pensare alla carriera. Iniziando a liquidare il «commando» e chi ne faceva parte. Dicendolo, il boss distolse lo sguardo dal giovane e lo fece perdere nel mare azzurro che si stagliava di fronte.

Non ce n’era più bisogno. Almeno non in quella struttura dove tutti comandavano e, quindi, non comandava nessuno. Christian era il leader più o meno riconosciuto ma c’erano sempre gli altri da consultare e da mettere d’accordo. Una cosa difficilissima. Lo stesso tatuato ne aveva avuto prova al momento di far passare la proposta di affidare le forniture di droga al suocero. Era stato obbligato a raccogliere l’autorizzazione di tutti i «colombiani». Abdul si era opposto, e aveva ceduto solo dopo essere stato messo in minoranza e aver ottenuto in cambio del «sì» la piazza di spaccio centrale di Forcella, in origine destinata proprio a Christian.

Pure il suocero aveva avuto gli stessi problemi, quand’era giovane con la sua piccola organizzazione di contrabbandieri di sigarette. E li aveva risolti. Chi non accettava la soluzione, andava allontanato. E neutralizzato. Il «commando» doveva essere smantellato. Aveva terminato la sua funzione. La guerra era stata vinta. Non in fretta, non tutto d’un colpo. Sarebbe stato un errore e avrebbe scatenato la prevedibile reazione dei «colombiani».

Il ragazzo – spiegava calmo l’uomo facendo scivolare l’orologio oltre la manica per ammirarlo – avrebbe raggiunto l’obiettivo a piccoli passi. Prima allontanandosi da Forcella ma lasciando intatti i rapporti personali con gli altri, poi diventando sempre più inaccessibile fino a scomparire del tutto. Tecnica infallibile già sperimentata con successo da don Vincenzo. Alla fine, con un colpo secco – ma solo alla fine – Christian avrebbe rotto la corda già logorata e avrebbe conquistato l’indipendenza. E gli altri? – si era chiesto preoccupato il giovane con il tatuaggio. Non andavano mortificati né umiliati – lo rassicurò il padrino. Avevano pure loro dato un piccolo contributo. E se avessero fatto resistenza? Beh, in quel caso: amen.

Don Vincenzo gli avrebbe dato, come sempre, una mano e lo avrebbe guidato. Era il suo «papà», non doveva mai dimenticarselo. E Christian era suo figlio. Il maschio che non aveva avuto.

La prima cosa da fare era lasciare la casa blindata a Forcella. Quella che Elenuccia aveva già iniziato ad arredare. Quella che si erano scelti come nido d’amore.

La seconda era iniziarsi a vestire meglio. C’erano margini di miglioramento.

Christian promise di fare tutto. E giurò che si sarebbe procurato subito un’opera d’arte da mettere nella nuova abitazione. Aveva letto su Facebook di un capolavoro di street art a Napoli, proprio nel Centro Storico. Doveva essere suo.

Don Vincenzo sorrise, gli strinse il braccio. Pagò il conto e andò via seguito dai «gorilla».

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