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Lo speaker afferrò il microfono e, abbassando la musica, richiamò l’attenzione della sala.

  • Un grande applauso – tutti, tutti assieme battiamo le mani! – per gli amici del tavolo 17. Auguri e complimentiii!!! E – su su forza – ancora un bell’applauso!! Viva Forcella!

La discoteca si mosse. La discoteca ondeggiò. La discoteca si scatenò. Una parte del pubblico prese a battere i piedi come un esercito in marcia. Il pavimento iniziò a tremare.

Le luci danzavano sul soffitto e rimbalzavano tutt’attorno. Alla consolle, il dj aveva ripreso a miscelare canzoni anni Ottanta e musica house in attesa della guest star della serata, Craig David.

Christian era in piedi, proprio davanti al bancone del bar, con i pollici infilati nella cintura pitonata Hermess. Sembrava Tony Manero nella «Febbre del sabato sera»: vestito bianco e capello gelatinato con scarpa Hogan d’ordinanza.

Baciava sulle guance quelli che andavano a omaggiarlo. Ci parlava un po’, scherzava e dava appuntamento per i giorni a venire. Sempre la stessa scena, sempre la stessa frase.

  • Ue’ pur tu stai ccaà? Mo nun è cosa perché ce sta tropp burdell, ma ci amma veré assolutamente prossimament. Mi fa piacere, fraté. ‘O sai che te voglio semp bben. Putimm fa nu sacc ‘e cos assieme – ripeteva dando una pacca sulla spalla e un pizzicotto sul mento agli «amici».

‘O Drogato e ‘o Bisonte erano spiaggiati sui giganteschi pouf bianchi, un po’ più lontano. Tutta la discoteca era in fibrillazione per i «colombiani»; o meglio era in fibrillazione quella porzione di clienti che li conosceva e che ne aveva simpatia. Ce n’era anche una che con il «commando» cercava di non avere nulla a che fare. Uomini e donne che erano lì solo per divertirsi e non certo per riverire un gruppetto di delinquenti con la quinta elementare. Un disgusto che non nascondevano. Christian si accorse delle sbirciate che gli cadevano addosso come gocce di pioggia. Poco amichevoli com’erano quelle che gli riservavano i ragazzi della Villa Comunale, quando c’era ancora la buonanima di Maicol.

Ne aveva sorpreso uno, figlio di un ricco antiquario di Chiaia, biondo e palestrato, mentre lo squadrava col volto schifato che diventava di scherno quando questi commentava con gli amici, mimando il segno sulla guancia, il tatuaggio a forma di lacrima di quel ridicolo sconosciuto.

I «colombiani» si erano presi una serata di riposo dall’operazione «Mastro Lindo». Avevano avuto un problema nei giorni precedenti. ‘O Bisonte aveva preso di mira un appartamento di una famiglia che, secondo lui, era legata ad Enea, il figlio morto di Mosé. Erano padre, madre e due figli, di cui uno sulla sedia a rotelle. La bestia aveva incendiato l’appartamento rischiando di far morire il ragazzino. La storia era finita su alcuni giornali locali attirando l’attenzione dei servizi sociali del Comune di Napoli. Don Vincenzo era andato su tutte le furie. Il boss di San Giovanni a Teduccio aveva convocato Christian e gli aveva ordinato di far rientrare in casa quella famiglia prima che la Procura ci mettesse il becco. Per un appartamento di merda non potevano esporsi in maniera così sconsiderata. ‘O Bisonte era stato costretto a chiedere scusa. E per risarcimento, il «commando» aveva donato alla famigliola una stanzetta nuova e una carrozzella elettrica per il piccolo disabile.

«colombiani» avevano scelto una famosa discoteca sul lungomare di Bacoli per fare il loro ingresso in società. Il ballo dei debuttanti di malavita. Un locale splendido affacciato sul mare, ristrutturato da poco con classe. La serata era perfetta, nonostante il freddo pungente. La luna rifletteva il suo pallore sul mare appena appena increspato, e se non fosse stato per qualche nuvola passeggera, la visione delle costellazioni avrebbe reso il cielo un capolavoro.

Al tavolino dei «colombiani» arrivò una Magnum di champagne tutta addobbata con stelle filanti e piccoli fuochi d’artificio, trasportata da due camerieri assai motivati a guadagnare una ricca mancia a fine serata.

La «stella cometa» attraversò la sala da ballo del club portandosi in scia invece dei Re Magi un nugolo di ragazze scosciate e procaci. Alcune erano accompagnatrici di professione che pascolavano nei locali notturni alla ricerca di polli da spennare. Altre erano frequentatrici abituali, semplici curiose o giovanissime in cerca di facili avventure di una notte. Erano a tal punto eccitate dallo spettacolo di fumi e fiamme e cocktail flambé che finirono a interessarsi pure a Capauciello che, per l’occasione, sfoggiava un vestito agghiacciante: pantaloni rosa e giacca verde smeraldo su una t-shirt bianca con il Volto Santo in rilievo. Un orrore reso ancor più evidente dal fisico di Capauciello, magro e incurvato. Pure l’immagine di Gesù, addosso a Capauciello, risultava più sofferente di quella in Croce. Povero Jahve.

Si fece una piccola folla attorno alla Magnum. Iniziò l’immancabile count-down e, al salto del tappo, lo speaker intonò una canzoncina e lanciò un altro fragorosissimo applauso. Erano i protagonisti indiscussi della festa, i camorristi di Forcella.

Partì un trenino a cui si accodarono i «colombiani» e spogliarelliste danzanti. Travolto dall’entusiasmo, Capauciello leccò il collo di chi gli stava davanti. Era impazzito.

Ormoni a mille. Stavolta si «quaglia». Alla faccia di Lelluccio.

Per tutta la notte, il «commando» andò avanti a ordinare aperitivi, bottiglie e quant’altro la cucina e il bar potessero preparare. I camerieri saettavano nelle loro divise col papillon storto e il blazer blu elettrico.

‘O Bisonte li chiamava col fischio. Come si fa coi cani. E loro arrivavano con la lingua da fuori.

Bau.

Le ragazze si facevano offrire bicchieri di Tequila e Spritz superalcolici. Si alzavano e tornavano, altre andavano via e nuove ne arrivavano. Qualcuna, in cambio di una banconota da cento, si fece mettere le mani in mezzo alle cosce sui divanetti da Capauciello. Un vero latrin lover.

Il flusso di visitatori che andava a inchinarsi a Christian si era ridotto rispetto all’inizio, ma c’era ancora un discreto movimento attorno a lui. Il «colombiano» si era abituato a parlare a gesti a causa del volume della musica altissimo. Pacca sulla spalla, risata all’indietro, pizzicotto sul mento e indice rotante per dire «ci vediamo più in là».

Abdul si era portato un sacchettino con una ventina di grammi di cocaina; e faceva la spola – a volte in coppia, altre da solo – nei cessi. Non mostrò interesse per le femmine. Voleva solo scaricare le vecchie tossine caricandone di nuove.

‘O Drogato e ‘o Bisonte scattavano foto sul cellulare e le pubblicavano sui profili Facebook accompagnandole con frasi tipo «Gli amici pazzi, io non li abbandono mai», «Parla con la lingua della strada e non sbaglierai» e «La vita è una ruota». Non c’era selfie in cui l’animale non sudasse e mostrasse il buco in mezzo ai denti.

Gli inservienti si affannavano a indovinare i desideri dei giovani clienti prima ancora che fossero formalizzati e prima ancora che li desiderassero. In un paio di occasioni, si affacciò in sala pure il proprietario. Un mezzo squilibrato pieno di tatuaggi con un passato nella discografia locale che le malelingue dicevano in rapporti con alcune famiglie mafiose del Casertano.

    • Quasi quasi c’o accattamm stu local – propose Christian urlando all’orecchio di Abdul. – Erano entrambi in piedi, appoggiati a una colonna a poca distanza dalla pista da ballo. Il ragazzo col tatuaggio aveva interrotto le pubbliche relazioni per prendere una Caipirinha –. Ce mettimm nu par ‘e ballerin zoccole, e amm risolto.

Risero pensando alla serata di qualche tempo prima con le danzatrici brasiliane nel ristorante di Lucrino. Risero soprattutto perché, dopo qualche giorno, le ragazze furono identificate dalla polizia, in un vialone dalle parti di Caserta, e rimpatriate perché senza foglio di via. Non erano brasiliane, ma di Rabat, in Marocco. Non erano ballerine. Facevano le puttane di professione. «Rin Tin Tin» le aveva assoldate per cinquanta euro a testa per tutta la notte.

    • Putess esser n’idea – disse il tunisino –. Ma po’ nuje c’o accattamm e Vicienz ‘o piragna ven ‘a cummannà? Oppure putimm cummannà nuje? Ce l’è chiest?

Era vestito come tutti gli altri giorni, Abdul. Era l’unico a cui la mania dell’abbigliamento non faceva una piega. Aveva una felpa con cappuccio, che si divertiva a calarsi in testa per fare «Assassin’s Creed», e un paio di jeans sdruciti. L’unico vezzo erano due bracciali a fascia di oro giallo e bianco portati ai due polsi. Si era fatto crescere un paio di baffi robusti e al collo sfoggiava il tatuaggio di un’aquila in picchiata fresco di giornata.

    • Ma comme maje nun t’è pigliat nisciun napulitan p’a piazza? – gli chiese Christian senza cedere alla provocazione –. Nun te piacev ‘a gente che ha scelto Capauciello? Ce stann problemi, Abdù?

Abdul si guardava in giro. E con la mano manteneva il tempo della musica contro la coscia. Un paio di ragazze si soffermarono a scrutarlo.

Pezzente.

    • No, no. Nun c’è stann problem, ‘o Minò. È tutto a posto. È sul ca ‘a me me piace ‘e rà ‘a fatic ‘e frat affamati, a chilli come mme. Si nun ce penz io, nun ce penz nisciun. ‘E napulitan ce pensat già vuje. Quanta gent c’adda pensà?

‘O Minò, ovvero «Fratello Minore», era il vecchio soprannome di Christian, quello che usava pure Maicol (che era, appunto, ‘o Maggiò, ovvero «Fratello Maggiore») per prenderlo in giro. Con la scomparsa di lui, Christian era riuscito a farsi chiamare solo col suo nome perché quel «Minore» lo sminuiva. Abdul invece lo aveva resuscitato, quell’appellativo. Tant’è che, ascoltandolo, Christian quasi non se n’era reso conto. Pensava che si riferisse a un altro. Il tunisino aveva scavato sottoterra e aveva estratto quel soprannome dal loculo dove c’era il cadavere di Maicol, e gliel’aveva sbattuto in faccia.

Gran bastardo.

Christian si passò la lingua tra i denti come un serpente. E se la morse. Stavolta toccava a lui non guardare in volto l’interlocutore.

  • Ok, me fa piacere ca nun ce stann problemi ma tienatill tu ‘o guinzaglio ‘sti scimmietell, Abdù. Nun voglio gente ca fa burdell, soprattutto si nun song napulitan. ‘O «command» è ‘na granda famiglia, ma ‘e figli devono essere tutt quant r’a stessa mamm. ‘E bastard nun me piacciono.

Il tatuato se ne tornò al tavolinetto, il «17», fendendo la folla che si era frattempo assiepata sulla pista. Christian lo aveva fatto prenotare apposta, quel numero. Nonostante la superstizione identificasse il 17 come portatore di disgrazie, il «colombiano» lo aveva eletto a codice identificativo del suo regno: «F17» era la scritta spray che sui muri delimitava le aree sotto la giurisdizione del «commando». La lettera «F» stava per «famiglia» mentre il numero «17» corrispondeva alla lettera «S». «Famiglia Servillo», il cognome di Christian.

‘O Bisonte trangugiava tutto quello che di liquido transitava dalle sue parti. Aveva l’alito che sapeva di benzina. Ubriaco fradicio, andò in pista e iniziò a ballare sballottando il panzone a destra e sinistra. In pochi istanti, si fece il vuoto attorno. Indossava il solito smanicato slabbrato e consunto, solo che lo aveva abbinato a una camicia a righe azzurre e bianche all’apparenza pulita, e sotto un paio di jeans enormi. Ai piedi comode «New Balance». L’animale provò a invitare gli amici a seguirlo ma ne ottenne solo rifiuti e decine di foto imbarazzanti scattate coi cellulari.

Deluso dalla performance danzante, la bestia si avvicinò al bar e cercò di attaccare bottone con una giovane fasciata in un vestitino di pelle. Una mora dagli occhi verdi, piccola di statura ma di grande eleganza. Fu un corteggiamento sfacciato e volgare che costrinse un amico di lei a intervenire e a portarla via. Scatenando le ire dell’animale.

Il «commando» si trasformò in un branco di lupi pronti ad attaccare. Il poveretto fu accerchiato e strattonato e reagì – che disgrazia – allungando un pugno sulla faccia dell’unico che, invece, non lo aveva ancora toccato. Il colpo spaccò il muso di Capauciello e gli imbrattò di sangue la maglia con l’immagine della Nazareno. Gesù sudava sangue umano. Guardandosi in petto, con il Volto Santo attraversato da rivoletti rossi, Capauciello si sentì svenire. E svenne.

Il malcapitato fu sopraffatto, e nessuno in sala gli diede una mano. Fortuna che ‘o Drogato non aveva con sé il coltello «Combat ready» da 24,8 centimetri perché, al posto dei pugni sugli zigomi e in fronte e degli schiaffi sulle guance, quel poverino avrebbe ricevuto un trattamento ben più doloroso.

Scoppiò il parapiglia. Lo speaker smise di tenere il ritmo dei cori; l’unico che non si accorse subito di nulla fu il dj. Con una cuffia appoggiata tra l’orecchio e la spalla, era concentrato a trovare un accordo buono per fondere insieme due pezzi che avrebbero fatto da preludio all’arrivo di Craig David, da pochi minuti nascosto nel camerino.

Arrivò la security, allertata dal proprietario che seguiva da lontano il match uno contro tutti. I tre vigilantes, invece di prendersela con i «colombiani» che stavano massacrando un ragazzo colpevole solo di aver difeso un’amica dalle avances grossolane di una bestia, si avventarono sul poverino, strappandolo alle grinfie dei picchiatori, e lo trascinarono fuori dal locale insieme all’amica che era stata insultata e ghermita dal Bisonte. Trattati come gli ultimi dei criminali, loro che erano le vittime. Erano poliziotti fuori servizio, gli addetti alla sicurezza, e conoscevano bene i «colombiani». Sapevano quello che avevano fatto, a Forcella. E sapevano, altrettanto bene, di che cosa sarebbero stati capaci se la punizione avesse colpito anche loro.

Vergogna. Fango sulla divisa.

Gli agenti decisero di accanirsi sul più debole e di lasciare tranquilli gli altri, i più pericolosi. Malgrado fosse vietato, parecchi uomini dei commissariati di periferia arrotondavano il magro stipendio del Ministero dell’Interno con una decina di serate al mese nel club o nelle strutture di divertimento.

Ottenuta (in)giustizia, i «colombiani» si aggiustarono i vestiti sgualciti per la scazzottata. Capauciello, dopo essersi ripreso, corse in bagno per pulirsi la faccia insanguinata. Il naso non era rotto, il sangue fiottava dal labbro inferiore. Era stato tagliato, con tutta probabilità, dall’anello indossato dal tizio. Capauciello si accorse che il sangue umano aveva un buon sapore. Dolciastro.

L’atmosfera era cambiata nel locale. Tutti guardavano disgustati i camorristi. E, più di tutti, li guardava disgustato il figlio dell’antiquario. Le ordinazioni si fermarono e si svuotarono le bottiglie rimaste a metà. Si erano ammutoliti pure quelli del «commando». Era terminato il clima di festa.

Verso le 4 del mattino, i «colombiani» – ormai ridotti a stracci, con gli occhi arrossati e i nasi che bruciavano – decisero di andar via. Si fecero chiamare il gestore del locale, che corse tutto allegro, e gli imposero in modo sbrigativo di portare il conto perché erano stanchi e volevano tornare a Forcella. Il locale si era sfollato dopo l’esibizione di Craig David. Restavano poche decine di persone sui divanetti. I più intraprendenti avevano sfidato le basse temperature e si erano avventurati sulla spiaggia o nei pressi delle piscine per giocarsi qualche chance seduttiva migliore. Quando arrivò la fattura, i «colombiani» non si presero la briga di controllare le singole voci. Diedero giusto un’occhiata al totale, 16.500 euro. Ridotti a 15mila, cifra tonda, con un tratto di penna dal titolare, come segno di attenzione per clienti così importanti.

Christian si occupò di raccogliere i soldi. Era quello che stava meno peggio. Il più lucido. Aveva bevuto e si era concessa qualche striscia, ma senza esagerare. Rispetto agli altri, sembrava un Santo. Pure Abdul, che tanto ci teneva a non perdere mai il controllo, quella notte aveva abbandonato ogni freno inibitore.

I «colombiani» saldarono quanto dovuto, e regalarono 5mila euro ai due camerieri che li avevano «coccolati» per tutta la serata; e cinquecento euro a testa alle tre ragazze che li avevano corteggiati fino a notte fonda. Quello più dispiaciuto era Capauciello che, nonostante il labbro rotto e la maglietta sporca di sangue, aveva trovato una bella morettina sudamericana con cui intrattenersi. Erano già andati molto al di là dell’approccio ma, al momento clou, Capauciello si era emozionato e qualcosa laggiù non aveva funzionato a dovere, e se n’era tornato mogio mogio dal bagno. Capauciello kaputt.

Lui e lei si scambiarono il numero di cellulare, e la morettina lo implorò di non dimenticarla perché avevano un «discorso» in sospeso. Capauciello si giustificò dicendo che era stanco e le promise che l’avrebbe «scassata» alla prossima occasione. Per fare il signore, le allungò una banconota gialla per il taxi.

Nel parcheggio li aspettavano le auto noleggiate per quella sera. Una Lamborghini e una Porsche. I «colombiani» avevano preso l’abitudine di fittare le macchine per paura delle «cimici», come consigliato dall’avvocato Perna. Dopo un mesetto e, spesso anche in anticipo, le sostituivano con i nuovi arrivi. Un turn over che rendeva complicato, per le forze dell’ordine, qualsiasi tentativo di monitoraggio. Almeno in teoria.

Il parcheggiatore andò loro incontro, si tolse il cappello e si presentò. Era nato a Forcella, ma si era trasferito a Casoria, in provincia, subito dopo il matrimonio. Si guadagnava la giornata guardando le auto davanti alla discoteca, e aveva grande stima per il «commando» di cui aveva saputo dai suoi vecchi amici del rione.

Implorò una intercessione per il nipote disoccupato ma tanto volenteroso. Christian lo ascoltò e provò a rassicurarlo. Il locale gli era piaciuto, e lui e i suoi amici sarebbero tornati spesso. Prima o poi, sarebbe uscito qualcosa pure per il nipote. Doveva solo avere fiducia. Il parcheggiatore ringraziò e se ne tornò nella guardiola rifiutandosi di accettare i soldi. Era stato un onore, per lui, custodire le loro vetture.

Il vento freddo della notte li risvegliò quel tanto da solleticare l’ennesimo spinello. Lo stavano incartando con l’ultima stecchetta di hashish custodita dal Drogato quando incrociarono il gruppo del figlio dell’antiquario che stava lasciando il locale. Nel chiacchiericcio, quei disgraziati non si resero conto del pericolo che stava lì, a pochi passi.

‘O Bisonte e Christian si scambiarono un’occhiata e l’animale si mosse. Si avvicinò al giovane biondo e, barcollando, gli chiese una sigaretta. Al suo rifiuto, gliela chiesa di nuovo. Per tre, quattro, cinque volte. Raggiungendolo ogni volta che quello si allontanava in direzione della macchina. E alitandogli in faccia il suo pestilenziale respiro. Lo provocava perché reagisse proprio come aveva reagito l’amico della mora, nel club. Gli altri «colombiani» si gustavano la scenetta. Christian aveva le braccia conserte e sbuffava nuvolette di fumo dalla bocca per il gelo. ‘O Drogato e Abdul si riscaldavano le punta delle dite per arrotolare la canna. Erano intorpidite. Pronti a sbuffare nuvolette di fumo dalla bocca per sballarsi.

Come tutti i vigliacchi, che non osano fare nulla se non si sentono protetti a sufficienza, Capauciello decise che era il momento di agire. Voleva sfogare sul biondo la rabbia di aver avuto la peggio nella rissa; voleva sfogare sul biondo il flop con la sudamericana. Voleva forse darsi un tono davanti agli altri.

Si diresse verso la «Porsche» e cominciò a scavare nel cruscotto. L’aria fredda fece appannare il parabrezza. Non si vedeva nulla nell’abitacolo. Si sentiva solo Capauciello che chiuse lo sportello con violenza. Ritornò verso il gruppetto. Nella sinistra impugnava qualcosa che, sotto i lampioni bianchi del parcheggio, baluginava di una sinistra luce argentea; e nella destra un pezzo di stoffa.

Christian capì e si girò verso gli altri per allertarli con un occhiolino dello spettacolo appena iniziato. Il tatuato richiamò ‘o Bisonte a cuccia.

‘O Drogato e Abdul presero a scambiarsi lo spinello. ‘O Bisonte provò a inserirsi nel giro. Fu rifiutato.

  • Mo’ che teng ‘a pistola nun fai cchiu ‘o scem eh? – urlò il vile al biondo e ai suoi amici -. Eh? ‘A puttana ‘e mammeta… mo’ ti sparo… ohi, mo’ ti sparo…

Capauciello agitava di sbieco il revolver puntandolo ora contro il giovane palestrato ora contro gli altri.

  • Strunz, mo’ nun guard cchiu eh? Faciv ‘o brillante int’a discoteca, verimm si ‘o fai pure mo’… E tu, puttà? Che cazz guard ‘a ffa?

Il parcheggiatore spense la luce nella guardiola e, chiudendo la porta a chiave, si allontanò per una provvidenziale visita al bagno. Una visita che sarebbe durata tanto. Tutta la notte, se fosse stato necessario. Erano rimasti soli, vittime e carnefici.

Inutile fu il tentativo del malcapitato di spiegarsi, di chiedere scusa anche se non capiva bene di che cosa doveva pentirsi. Ma lo faceva perché quel folle impasticcato con la maglia sporca di sangue e una rivoltella in mano era il più forte in quel momento. Il biondo arrivò addirittura ad autoaccusarsi di avergli mancato di rispetto. Implorò indulgenza. Se il suo atteggiamento era stato irrispettoso, era colpa di qualche drink di troppo. Parlava con la «r» moscia. Insopportabile a sentirlo.

  • Dici ca sì strunz, dici ca si ‘na merd – gli ordinava Capauciello rosso in faccia e con le vene che stavano per scoppiare. – Dicell agli amici tuoi ca sì nu ricchione e che te chiav ‘e criatur… Allò – urlò ancora più feroce – sto aspettann…

Gli spettatori ridevano. Lo show era la conclusione migliore di una serata fantastica. Gli amici del figlio dell’antiquario erano sconvolti.

  • Sono stvonzo – piangeva il ragazzo. Nella discoteca sembrava un dio greco con i capelli biondi, il profilo disegnato a matita e la maglietta aderente che ne metteva in risalto i bicipiti e le spalle muscolose –. Sono uno stvonzo, scusami. Scusami se ti ho offeso. Sono un cvetino. Sono una mevda – fece rivolgendosi ai suoi compagni –. È vevo, mi scopo i bambini. Ma ti pvego lasciami andave. Non mi vedvai più qui. Non ci tovno più. Pevò ti pvego, voglio tovnave a casa…

Capauciello sapeva che quel disgraziato si sarebbe inginocchiato, si sarebbe prostrato per uscirne vivo. La stessa cosa la pensò Christian che in lui rivedeva i mille coglioncelli del Vomero che, di fronte alla lama di un coltello o davanti al rischio di sputare i denti in una rissa, si sarebbero venduti la mamma nuda pur di salvarsi.

  • Vuò veré comm te spar int’e pall? Eh, vuò veré comm te spar int’e pall? E che ré, a biondina sta chiagnenn? Se preoccupà ca ‘o scem nun ce rà cchiu ‘o pesce?

Il dramma si trasformò in una commediola noir di quart’ordine. Capauciello fingeva di acconsentire alle suppliche della vittima, poi cambiava idea. E gli andava sempre più sotto mentre le amiche piangevano disperate.

Il guardiano non faceva ritorno.

  • Je so pazz… io mo’ te spar e nun me ponn manco arrestà – urlava scatenando l’ilarità dei complici -. Tengo l’infermità mentale. Je so pazz… Anzi, mo sai che faccio? Me travest pure, guarda ccà…

Eccolo l’altro oggetto recuperato dal vano del cruscotto. Capauciello si mise la pistola tra le gambe, con la canna rivolta sempre verso i poveri disgraziati, e si calò sul volto una maschera di Halloween che aveva recuperato in auto. Faccia da Dracula costrinse i maschi a mettersi contro il muretto del parcheggio e fece fare un passo avanti alle tre ragazze che erano nella comitiva. Si avvicinò alla prima e le prese la mano e se la appoggiò sul pisello, scuotendolo.

Lei aveva il volto pietrificato. Erano bianche le labbra e viola le occhiaie.

«colombiani» accennarono un applauso.

Alla seconda, passò la canna tra le cosce; all’altezza degli slip.

Lei era ipnotizzata. Aveva le guance rigate di lacrime e guardava un punto lontano in cielo. Una stella, una galassia, una costellazione, il Padreterno.

Alla terza Capauciello non riuscì a far nulla perché come una furia sbucò Christian alle sue spalle.

  • ‘O ‘ngrippà ma quant tiemp ce vo’ pe sparà a stu scem? – e fece fuoco quattro volte con la sua pistola.

Due proiettili bucarono i bei pettorali gonfiati del giovane e i restanti lo colpirono all’addome. Tre proiettili trapassarono la carne e finirono per ferire di striscio quelli che erano dietro.

Fuggirono tutti, i «colombiani» e gli amici del morto.

Urla e puzza di sangue e merda.

In preda allo choc, Capauciello si strappò dalla faccia la maschera di Halloween e la buttò a terra bestemmiando la Madonna.

«‘O Chrì che cazz ‘e fatt?»

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