Dall'alto a sinistra, in senso orario, Vincenzo Casillo, Raffaele Cutolo e Michele Zaza

I VERBALI INEDITI Gli equilibri difficili nella Nuova famiglia nel corso della guerra contro la Nco

di Giancarlo Tommasone

Sulla carta, il boss Michele Zaza (deceduto nel luglio del 1994) sarebbe dovuto essere completamente dalla parte della Nuova famiglia nella lotta contro i cutoliani, ma è cosa risaputa: la mafia è soprattutto una questione di affari. E ce n’erano tanti in ballo a Roma, all’epoca in cui, in Campania, infuriava lo scontro tra Nco e i cartelli malavitosi rivali del camorrista di Ottaviano. Relativamente alla vicinanza, fatta anche di «incontri segreti» nella Capitale (da sempre scacchiere principale dei misteri d’Italia), rendiconta anche il collaboratore di giustizia Fiore d’Avino. Il verbale – che Stylo24 pubblica in esclusiva – è del 28 marzo 1997.

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«All’epoca dell’omicidio Auricchio (Salvatore, ucciso il 25 maggio del 1982, ndr) ricordo che io mi stavo riavvicinando a Mario Fabbrocino e contemporaneamente mi stavo allontanando da Zaza, in quanto avevo avuto modo di rilevare la sua scarsa affidabilità, dato che mentre noi facevamo la guerra ai cutoliani lui si incontrava con Casillo a Roma, anche se sosteneva che lo faceva per trovare l’occasione di ucciderlo», racconta D’Avino.

Che continua: «So che nel medesimo periodo vi fu un avvicinamento fra Mario Fabbrocino e Carmine Alfieri (poi passato a collaborare con la giustizia, ndr). Mi riferisco in particolare agli anni 1981-1982. Tale situazione trovava la sua giustificazione proprio nel desiderio crescente di autonomia di Mario Fabbrocino e nel conseguente suo allontanamento da Zaza. In altri termini, man mano che Fabbrocino si allontanava da Zaza, proprio in considerazione dei sospetti che nutriva circa l’atteggiamento di questi nei confronti dei cutoliani, aveva la necessità di trovare un diverso alleato animato dal suo stesso odio nei confronti di Cutolo».

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mio amico e non aveva paura di nessuno»

Relativamente all’alleanza anti Nco, che si aveva intenzione di ristabilire, e «della possibilità di uccidere lo stesso Pasquale Russo qualora questi non avesse seguito Mario Fabbrocino o comunque non si fosse staccato da Zaza», si tennero delle discussioni. «La cosa non fu detta esplicitamente, ma io riuscii a capirla chiaramente perché i due (Fabbrocino e Alfieri, ndr) si posero il problema di cosa fare nell’ipotesi in questione, e Carmine Alfieri disse, con un tono che rendeva chiare le sue intenzioni, che “poi si sarebbe visto”», dichiara il collaboratore di giustizia.

«Chiesi a Mario Fabbrocino cosa Alfieri avesse voluto dire con quella espressione, e lui fece un sorriso che mi convinse della esattezza di quanto avevo capito. La conseguenza di queste discussioni fu che io, per conto di Mario Fabbrocino, e (un’altra persona), per conto di Carmine Alfieri, ci recammo a parlare con Pasquale Russo, con cui ci incontrammo nella sua proprietà familiare, e dopo una qualche resistenza, questi si dichiarò disponibile a pensare alla cosa», racconta ancora D’Avino.

L’evidente «resistenza» mostrata da Pasquale Russo, era legata al fatto – secondo il collaborante – che «(Russo) aveva un legame affettivo con Michele Zaza, che aveva difficoltà a recidere. Soprattutto si preoccupava del fatto che l’alleanza con Carmine Alfieri, operante anch’egli sul Nolano, lo avrebbe posto in una posizione di subordinazione tale da renderlo praticamente privo di una sua autonomia».