martedì, Agosto 16, 2022
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Gli accordi del clan Moccia con la «mala» locale per conquistare la Puglia

L’organizzazione criminale afragolese riuscì a «invadere» i mercati leccesi grazie ai rapporti di collaborazione

Gli interessi economici del clan Moccia erano notevoli. Valicavano i confini regionali e arrivavano fino in Puglia. Tramite alcune società, e grazie a Francesco Di Sarno riuscivano a fare affari anche in provincia di Bari e Lecce. Lo si apprende dall’ordinanza che ad aprile 2022 ha colpito duramente il clan di Afragola. «L’attività d’indagine – scrivono gli inquirenti – ha fatto emergere con certezza l’espansione imprenditoriale nella regione Puglia da parte della famiglia Moccia grazie a Francesco Di Sarno e ai suoi collaboratori nel settore della raccolta degli oli esausti di tipo animale e vegetale, e con l’ausilio di D’Elia Giuseppe, contributi finalizzati ad acquisire la gestione della raccolta dell’olio esausto nei comuni di Casarano e Maglie e di quelli rientranti nell’ARO 7/Le anche attraverso una società locale e ne comune di Lecce e del’Aro 1/LE attraverso un’altra società».

Secondo quanto riportato nell’ordinanza, l’attività investigativa ha consentito di affermare «che l’inserimento nel mercato pugliese veniva favorito dalle alleanze strette dai partecipi del clan Moccia con alcuni dei maggiori esponenti della criminalità organizzata barese e salentina e dal rapporto di collaborazione avviato con il leccese Giuseppe D’Elia. Tali rapporti sono risultati decisivi per annullare la concorrenza di un altro importante gruppo imprenditoriale del settore».

Documentati rapporti di natura corruttiva con alcuni esponenti politici locali

La loro azione però, nella provincia leccese non differiva molto rispetto al solito modus operandi. «Peraltro, dall’attività è emerso anche che in determinati casi gli indagati, hanno fatto uso anche dei tipici sistemi e metodi mafiosi nei confronti di quei potenziali clienti che si dimostravano perplessi nell’affidare loro il servizio di raccolta degli oli esausti. Venivano, inoltre, anche documentati i rapporti di natura corruttiva con alcuni esponenti politici locali i quali, dietro compenso, agevolavano l’espansione imprenditoriale dell’azienda afragolese» si legge nel provvedimento.

L’inserimento del mercato pugliese «dei Moccia è coinciso con l’acquisizione, da parte di Francesco Di Sarno, di una società attraverso la costituzione di una nuova azienda di cui lo stesso, oltre a detenere il 90% delle quote societarie, assumeva la carica di amministratore unico. Secondo la ricostruzione accusatoria parte dei fondi utilizzati dal Di Sarno per l’operazione venivano messi a disposizione in modo occulto dalla famiglia Moccia ed in particolare da Antonio Moccia. Tuttavia anche Vitale Antonio detto Zio Tonino o Tonino del bar e il figlio Ferdinando partecipavano in maniera occulta al finanziamento dell’operazione».

«Antonio Moccia – racconta ancora l’ordinanza -, venuto a conoscenza dal Di Sarno dell’opportunità di rilevare l’azienda e quindi subentrare nel mercato pugliese aveva messo a disposizione dell’imprenditore la somma di circa 165mila euro per definire l’acquisto della società barese e per la contestuale costituzione della nuova società. In questo modo diventava socio occulto della nuova società e terminale di riferimento del Di Sarno per ogni tipo di problematica, comprese quelle connesse ai rapporti con esponenti della criminalità organizzata pugliese».

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