Dispositivi per l'attività di intercettazione (foto di repertorio)

La circostanza emerge dalle intercettazioni di due elementi di spicco del clan Polverino di Marano

A bordo di una Fiat 600, auto di Salvatore Liccardi, alias Pataniello, viene intercettata una conversazione che si svolge tra quest’ultimo e Salvatore Cammarota, l’allora reggente del clan (a causa della latitanza in Spagna del boss Giuseppe Polverino). Siamo alla fine di dicembre del 2008, e il dialogo finirà nel brogliaccio di una inchiesta contro la cosca di Marano. Liccardi, considerato elemento apicale dell’organizzazione criminale, «grazie alla sua scaltrezza – annotano i magistrati – viene promosso a referente della cosca per la zona di Quarto».

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In auto i due sodali discutono di vicende personali ma anche degli equilibri del clan, ed emerge come in una occasione il boss Giuseppe Polverino (alias Peppe ’o barone), sia stato costretto a prendere a schiaffi due «sottoposti che non si erano comportati bene».

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I 10mila euro
persi a poker
dal reggente del clan

Nel corso della conversazione intercettata, Salvatore Cammarota, commentano i magistrati, «lamenta di aver perso a poker 10.000 euro e Liccardi, seppur con i dovuti modi, consiglia al reggente del clan di non farsi travolgere dal vizio del gioco. Cammarota riferisce di un curioso episodio in grado di fornire uno spaccato sugli equilibri della potente organizzazione».

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Si parla della sorella minore di Peppe ’o barone, che «in un improvvido tentativo di far riconciliare l’illustre fratello con Sabatino Cerullo, oramai retrocesso, suo malgrado, al rango di semplice affiliato, viene letteralmente annichilita per la sua ingerenza. “Io ho capito che… voleva mettere pace… l’ha stesa per terra” (racconta Cammarota)». A sua volta, Salvatore Liccardi ricorda un aneddoto che vede coinvolti «Carminiello (come pure viene chiamato il boss Giuseppe Polverino, ndr) e due degli elementi di vertice dell’organizzazione malavitosa: Giuseppe Simioli, meglio noto come Petruocelo, e Roberto Perrone, che dopo una recente scarcerazione aveva tentato invano di riprendere il suo ruolo di reggente di Quarto per conto del clan», annotano gli inquirenti.

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Stando a quanto Liccardi, presente nell’occasione, racconta a Cammarota, «sembra che “il capo” abbia redarguito i subalterni, ricorrendo addirittura ad un sonoro scappellotto tra l’imbarazzo generale». «Totò (Salvatore Cammarota)… e tu non ci stavi quando Carminiello prese a schiaffi a lui (Simioli) e a Roberto (Perrone)… Mamma mia, Totò, io volevo morire dalla vergogna», ricorda Liccardi. Secondo il racconto di Pataniello, i due «subalterni» erano stati schiaffeggiati perché avrebbero «tenuto un comportamento irriguardoso nei confronti di Ciro Manco, detto Ciruzzo Bettina e, nella circostanza, indicato con l’appellativo di “De Cristina”, affiliato pienamente inserito negli ingranaggi del sodalizio», commentano i pm.