Scavi di Pompei

di Giancarlo Tommasone

Un sequestro di beni per oltre 60 milioni di euro quello effettuato nei confronti di un imprenditore (soprattutto del comparto alberghiero) ed esperto del settore fiscale-tributario, che gli inquirenti considerano vicino ad ambienti che portano a Matteo Messina Denaro. A finire sotto la lente della Finanza e dei carabinieri del Ros e poi sotto chiave, il patrimonio (immobili e conti correnti) riconducibile al 53enne Giovanni Savalle. Patrimonio che sarebbe stato nella disponibilità anche dei suoi più stretti familiari.

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Tre immagini di Matteo Messina Denaro: da quando era giovane a come potrebbe apparire oggi

L’uomo, coinvolto nelle indagini effettuate
dalla magistratura, è risultato essere orbitante intorno ad esponenti
del mandamento di Castelvetrano
(in provincia di Trapani), gli stessi che sarebbero inseriti nel circuito di appoggio
e favoreggiamento della primula rossa, introvabile boss al vertice della cupola, vale a dire appunto, Messina Denaro

Le attività di Savalle, stando alle risultanze investigative, erano condotte anche oltre i confini siciliani e sarebbero arrivate perfino a Pompei.

Il Tribunale di Torre Annunziata

A supporto di tali ipotesi le dichiarazioni di alcuni collaboratori
di giustizia e un’inchiesta della Procura di Torre Annunziata
che risale al 2014

Sotto la lente finirono numerosi appalti. I lavori affidati per il recupero ed il restauro dell’Area archeologica di Pompei, secondo i  magistrati, sarebbero stati «pilotati» in direzione sempre delle stesse imprese.

Tra esse la Società Mediterranea spa, riconducibile
a Giovanni Savalle e aggiudicataria dei servizi di ristorazione

I magistrati oplontini avviarono una indagine atta a fare luce sui presunti interessi di Cosa nostra all’ombra del Vesuvio. La Dia, delegata dalla Procura di Torre Annunziata, a maggio del 2016 effettuò anche alcuni sequestri di documenti negli uffici della sovrintendenza di Napoli.

Il sequestro di documenti a maggio del 2016

C’è pure da sottolineare la circostanza che la Società Mediterrana spa, era stata oggetto di un’interdittiva antimafia poi annullata dal Consiglio di Stato. Ma le circostanze che rimandano a Pompei vanno ancora oltre nel tempo. Quando il commissario straordinario del sito archeologico era il prefetto Renato Profili (deceduto nel 2009), la società riconducibile a Giovanni Savalle finì già sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. I magistrati rilevarono presunte irregolarità nella gestione del servizio di ristorazione fornito negli Scavi. Ne conseguì che la Mediterranea perse la commessa.