Gianni Melluso e Raffaele Cutolo

LA STORIA DELLA CAMORRA / Il telegramma inviato nel 1986 da Giovanni Melluso a Mino Martinazzoli. Il collaboratore di giustizia fu tra i falsi accusatori di Enzo Tortora e fu considerato un «informatore» contro la Nco di Raffaele Cutolo

Ai tempi in cui era affiliato a organizzazioni criminali, e gravitava intorno alla Nuova camorra organizzata (fu ritenuto anche una sorta di infiltrato), lo chiamavano Gianni il bello, o cha cha cha. Al secolo è Gianni Melluso, che passerà alla storia delle cronache giudiziarie come  il falso accusatore di Enzo Tortora. Menzogne su menzogne contro il presentatore ligure quelle di Melluso, Pasquale Barra e Giovanni Pandico (questi ultimi due ex affiliati alla Nco di Raffaele Cutolo).

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Quando a marzo dell’anno scorso è tornato in libertà, la prima cosa che ha tenuto a sottolineare Gianni (che ha adesso 61 anni), è stata che si sarebbe messo in ginocchio a chiedere scusa per quanto aveva fatto, ma la famiglia di Tortora lo ha letteralmente ignorato. Melluso è uno che ha sempre cercato di restare al centro della scena, e in molti casi ha provato a sfruttare il suo status di pentito. Si ricorda, più delle altre, una delle tante uscite ad effetto, quella che risale a marzo del 1986. Detenuto nel carcere di Campobasso, inviò un telegramma all’allora ministro di Grazia e Giustizia, Mino Martinazzoli (scomparso nel 2011), e al direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, chiedendo «di avere in carcere rapporti intimi con la moglie».

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«Mia moglie – scrisse Melluso nel telegramma, il cui testo fu reso noto proprio dalla consorte dell’ex malavitoso – mi ha informato che un giornalista del settimanale ”Oggi”, reduce da un convegno sul pentitismo a Torino, le ha comunicato che pentiti di altre carceri hanno rapporti intimi con mogli , fidanzate e visitatrici varie». «Desidero conoscere – continuava il telex di Melluso – per quali motivi, io non posso avere uguali rapporti con la mia legittima consorte. Forse Pannella lo ha vietato?». L’occasione del telegramma è sfruttata anche per fare pubblicità all’autobiografia del collaboratore di giustizia. «Vi prego di leggere sull’argomento – concluse Melluso – il libro ”Gianni il bello, autobiografia di un pentito”».