Il giudice Giovanni Falcone e il cantante Mario Merola

LA STORIA DELLA CAMORRA / L’artista napoletano fu coinvolto in una inchiesta del 1981. Raccontò al magistrato di aver cantato anche per Michele Greco, il Papa di Cosa nostra

di Giancarlo Tommasone

A causa della «frequentazione» con il boss Michele Zaza, il re della sceneggiata, Mario Merola, riceverà una comunicazione giudiziaria firmata dal giudice Giovanni Falcone (ucciso da Cosa nostra il 23 maggio del 1992). L’artista napoletano, viene coinvolto insieme all’attore Franco Franchi (all’anagrafe Francesco Benenato), in una inchiesta del 1981; sia Merola che Franchi sono tirati in ballo da Antonino Calderone, uno dei primi pentiti di mafia. Il racconto dell’interrogatorio condotto a Roma, da Falcone, è riportato nella biografia del cantante, «Napoli solo andata… il mio lungo viaggio» (2005, Sperling & Kupfer). «Arrivo emozionato, ma anche arrabbiato per quello che mi è successo – racconta Merola – Di Falcone, fino a quel momento, avevo sentito parlare solo alla televisione e sui giornali, e non riuscivo a figurarmi come potesse essere. Quando arriviamo io e il mio avvocato, il giudice ci fa entrare immediatamente, e come mi vede sulla porta, mi fa: “Siete di moda: tutti quanti portano Mario Merola in palmo di mano”. E io: “Veramente, Eccellenza?”. “Ma quale Eccellenza”, mi fa, tra il divertito e l’infastidito. “Non cominciamo con le sceneggiate, Merola. Qui non c’è nessun Eccellenza, piuttosto sapete perché siete qui?”».

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Merola risponde di non conoscere il motivo della sua convocazione. E a questo punto, racconta nel libro, «esce fuori una storia di me che avrei vinto al Regina Isabella di Ischia, qualche anno prima, 150 milioni di lire a scopa, e presente c’era il pentito Calderone. La storia me la ricordo bene, naturalmente, quella volta a Ischia, all’hotel Regina Isabella io c’ero davvero. Ero con mia moglie. Dopo il bagno, pranzai, poi giocai a scopa insieme a Michele Zaza e Antonino Calderone. Ma, piccolo particolare, invece di 150 milioni, vinco 20mila lire. E figuriamoci che se con venti milioni di lire che gli dovevo (a Zaza), gli andavo a chiedere le 20mila che avevo vinto». Merola dice a Falcone: «Ma sapete come lo chiamano Zaza? Il pazzo, e secondo voi, nel caso li avessi vinti, andavo a chiedere al pazzo i 150 milioni? Quello mi dava 150 milioni di calci in culo». Il giudice Falcone – è riportato ancora nella biografia di Merola – dice al cantante: «Va bene, però, voi queste persone le conoscete, le frequentate». E Merola risponde: «Dottore, non equivochiamo: io non frequento, io vado dove mi chiamano e mi pagano, perché sono un artista importante, lo avete detto voi, e che piace soprattutto a questa gente». Falcone mostra a Merola una immagine e gli chiede: «Conoscete il signore ritratto in questa foto? Sapete che si chiama Michele Greco, detto il Papa?».

Quando Mario Merola
cantò per Michele Greco,
il Papa della mafia

E Merola ribatte: «Certo, lo conosco: ho cantato una sera nella sua villa, e dopo mi sono fatto una foto con lui. Dal mio punto di vista mi è sembrata una persona serissima: diceva una parola ogni ora e si è messo a piangere quando ho cantato Nnammurato ‘e te. Vedete, dottore, è la sua canzone preferita. Poi so anche che è un commerciante di agrumi. Mio cognato ha comprato molta fritta da lui, perché è buonissima». Il giudice, siccome Merola risponde di getto alle domande, gli avrebbe «raccomandato di riflettere, prima di rispondere. Ma io niente: ho quel peso sullo stomaco e non vedo l’ora di liberarmene». Il magistrato, a un certo punto si sofferma su un particolare.

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«Voi portate lo stesso anello di Franco Franchi, siete il suo padrino?», chiede. E Merola afferma: «No, padrino è un termine che noi, a Napoli, non usiamo. Franco Franchi è un mio fraterno amico, e ha fatto da compare, non da padrino, a mio figlio Francesco. Questi anelli me li hanno regalati quel giorno, e uno, in segno di amicizia fraterna, l’ho dato a Franco Franchi». L’interrogatorio va avanti ancora per un po’, «alla fine – racconta Merola – Falcone, mentre siamo sul puto di andarcene, mi fa: “Comunque mio padre è un vostro ammiratore, e quando vedeva le vostre sceneggiate si consolava. Allora io piglio coraggio e gli dico: “Dottore, per quello che ho fatto, per quella che è la mia vita, io vorrei restare nei ricordi belli di Napoli e dei napoletani, non nelle pagine di cronaca nera. Io con certe cose non c’entro niente». «Seppi poco tempo dopo dell’archiviazione, chiesta proprio da lui», conclude il racconto sull’incontro con Falcone, Mario Merola.

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