Gianpiero Falco

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di Gianpiero Falco *

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Devo dire di averci messo un po’ di tempo per decidermi a scrivere questo pezzo e lo faccio soprattutto per non essere ipocrita come gli atteggiamenti che si sono susseguiti durante la giornata del festeggiamento di una data così importante per la nostra società civile. Il sentire le battute dei sindacalisti e di tutti gli intervistati politici, eccezion fatta per il nostro eccellente Presidente della Repubblica (che ha ricordato l’esigenza di imprimere tutte le azioni utili per affermare ciò che dispone la nostra Costituzione) mi ha generato un certo malessere.

Non ho sentito, infatti, nessuno che abbia introdotto ragionamenti e proposte per far si che ciò accada. Ricordiamo che più volte abbiamo sottolineato nei nostri articoli come la via dello sviluppo passi, giocoforza, per nuovi investimenti che introducano il ciclo virtuoso dello sviluppo economico e del lavoro. Ma il fatto è che in Italia, non vi è alcun politico capace di dire “bene, vediamo quali sono gli ostacoli alla ripresa degli investimenti e confrontiamoci”. No, neanche a parlarne. Abbiamo sentito il segretario CGIL dire una cosa che noi condividiamo e cioè che bisogna ridurre il cuneo fiscale per dare in busta paga più disponibilità al lavoratore dipendente e fare innalzare la domanda interna. Siamo d’accordo, però è giusto anche fare una considerazione di efficienza. E qui affiorano in me i ricordi universitari, allorquando il Prof. Luigi de Rosa mi diceva nel preparare la tesi, ‘’veda dottore…, il problema odierno dei salari bassi è dovuto alla mancanza di efficienza lavorativa e cioè di un livello di produttività attesa per l’imprenditore non calcolabile e quindi oltremodo onerosa per il ciclo di produzione. Quale imprenditore non pagherebbe un alto salario ad un dipendente che imprima una certezza dei tempi di lavorazione e quindi una certa produttività nelle lavorazioni medesime?‘’.

Oggi queste affermazioni sono attuali come non mai e per quanto riguarda la strutturazione dei salari c’è la necessità di renderli suddivisibili in una griglia in cui siano a loro volta suddivise le retribuzioni di base fissa per settore e una componente maggiorativa, relativa alla produttività incrementale apportata al processo di produzione di beni e servizi. Il portare tutti su uno stesso piano è stato un processo politico di massificazione libertaria e identitaria di natura clerico-comunista che oggi non sta più in piedi e che per giunta ha creato questo fardello di debito pubblico. Debito che è la causa di tutte le problematiche politiche, sia nazionali che estere. E che ha fatto avviluppare su se stesso il paese, con l’emergere di una classe politica ancor più impreparata rispetto al recente passato. Molto spesso si pensa che tali accorgimenti siano da attribuire solo ai contratti privati di settore industriale, ma niente di tutto questo corrisponde a realtà. Infatti, questo accorgimento deve essere strutturato anche nel settore pubblico.

 

La lagnanza dei dipendenti pubblici circa la esiguità del proprio stipendio dipende in gran parte dalla scarsa produttività degli stessi salariati. Il non controllo delle attività da realizzare e la divisione egualitaria degli incentivi alla produttività non sono altro che delle prebende ricevute senza nessun ragionamento contributivo alla erogazioni dei servizi offerti. Ebbene, quindi sì al cuneo fiscale, ma sì anche all’inserimento della produttività nel mondo del lavoro con attribuzioni economiche a chi merita per il suo impegno profuso. A tal riguardo, mi viene in mente che mai nessun segretario politico, né tantomeno quello del partito che dovrebbe rappresentare la classe operaia , ha mai fatto questo tipo di ragionamento e soprattutto non ha mai detto una parola sui mali della burocrazia in Italia. Abbiamo sempre visto abbattere gli strali della critica verso la classe imprenditoriale per la propria tendenza a spostare i siti produttivi all’estero più convenienti per l’abbattimento della burocrazia autorizzativa e fiscale. Ma si riesce a comprendere che se ciò accade e perché tutto il sistema economico deve essere produttivo? I tempi di realizzazione degli investimenti non possono essere delegati ad un Ente Locale che non ha competenza e/o vuole approfittare della propria posizione di forza contrattuale.

Questa è la miccia per la corruttela o peggio per l’entrata all’interno delle operazioni di investimento della malavita organizzata. Questo perché la barriera all’entrata della produttività , impressa dalla pubblica amministrazione, crea tempi di attesa, costi insostenibili e quindi obbligo, per chi è senza scrupoli, di passare per le vie dell’illegalità. Condivido appieno il monito del Procuratore antimafia, Cafiero de Raho, che i politici non parlano affatto dell’inserimento della malavita negli operatori di investimenti. Ma nessuno, dico nessuno, ha mai alzato il dito verso questo problema che al Sud è diventato insostenibile per le PMI. Mi sarei aspettato dal nuovo segretario Zingaretti una parola in più rispetto agli slogan sulla necessità di creare lavoro dei suoi messaggi pubblicitari per le prossime elezioni, ma nulla di tutto questo. Non so se a questo punto lo scenario politico sia totalmente inadeguato oppure vi sia una malcelata accettazione dello status quo. Le grida di dolore, che a più riprese solleviamo dal sito che gentilmente ci ospita, provengono dalla nostra esperienza imprenditoriale e associativa, dove le imprese che sostengono la maggior parte dell’occupazione del nostro paese sono diventate eroiche per sostenere il mercato di appartenenza.

Ma perché? Si è capito che la contrapposizione di classe è finita? Oggi il modello di sviluppo è quello tedesco che è contraddistinto da una contrattazione specifica con una ottima premialità a chi partecipa al raggiungimento degli obiettivi . Oggi più che mai c’è bisogno di quel dissolvimento del pensiero che tutti devono avere a prescindere e che si rifà per noi napoletani, al brocardo ‘’chi avuto ha avuto , scurdammece o’ passato’’. Mai cosa peggiore di questa può essere perseguita in un sistema economico. Si devono assicurare basi di partenza per tutti, poi chi merita va sempre più avanti. Invece, il perseguire il detto napoletano di cui sopra è un po’ stato il leit motiv della cultura clerico-comunista degli anni 70/80 , che come dicevamo ha contribuito a formare l’attuale debito pubblico e soprattutto l’incertezza degli investimenti da parte degli investitori stranieri e la loro conseguente fuga. Abbiamo bisogno di concertazione, ma di quella vera, non quella con chi vuole abbattere gli investimenti da realizzare e già programmati. Quindi abbiamo bisogno di competenze, non di incapaci. Abbiamo bisogno di analisi serie con le associazione datoriali e sindacali per concrete proposte di sviluppo. Quindi di reale concertazione, non solo del concertone del 1 maggio…

Gianpiero Falco
Delegato Confapi Campania allo sviluppo regionale

 

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