di Gianpiero Falco*

Ci eravamo lasciati, con il pezzo in cui avevamo aspramente criticato lo stato dei lavori pubblici in Italia all’indomani della tragedia di Genova, con la promessa cronaca di una mia esperienza personale. Da sempre, ovvero con l’uscita della legge Merloni, nel lontano ’94, mi sono occupato della realizzazione delle opere pubbliche per il tramite della finanza di progetto e cioè per il tramite della «Concessione di costruzione e gestione» delle stesse. Dapprima, ho utilizzato imprese terze, successivamente, data la mia frequentazione con le forze dell’ordine nei posti in cui si attuano gli investimenti da realizzare, mi è stato dato il consiglio di crearmi una «scatola» realizzativa propria. Operando, infatti, in realtà difficili, quali quelle del nostro Meridione, ho dovuto accettare tale suggerimento per non aver nessun contatto con chicchessia nella realizzazione delle opere. Devo dire, comunque, che questo strumento lo ritenevo il più giusto e perseguibile per le attività svolte. Così ho messo su un consorzio con tre o quattro imprese di mio riferimento, eccezion fatta per una che si dichiarava appartenente alla Associazione anti-racket a cui appartengo anche io con altre mie due società.

L’occasione dei Giardini Naxos

L’occasione per la realizzazione dello strumento operativo si palesò a Giardini Naxos (Me), città nella quale il sottoscritto ha realizzato un impianto polisportivo natatorio con la tecnica, per l’appunto, della finanza di progetto. In questa città, incontrai un mio collega, il quale mi raccontò che vi era un consorzio che cedeva il proprio ramo d’azienda, rappresentato da tre lavori in tre cantieri diversi. Per ovvi motivi, non accettai la cessione del ramo d’azienda, ma il fitto dello stesso, per non essere sponda ad eventuali operazioni in barba ai creditori del consorzio che voleva cedere le attività.

Bene feci perché, di lì a poco, questo consorzio fallì ed io riprodussi lo stesso contratto con la Curatela fallimentare e continuai legittimamente il completamento dei cantieri tramite il fitto del ramo d’azienda.

Nella fattispecie le operazioni erano la conclusione di una manutenzione presso il Policlinico di Messina, che è terminato facilmente senza problemi; la sistemazione di un’area di servizio in San Zenone est (Ente appaltante la società Autostrade per l’Italia), e l’allargamento del tribunale di Caltanissetta. Ebbene qui intervengono le prime difficoltà che sono rappresentative dei mali del nostro sistema.

Il paradosso di appaltare un lavoro il cui progetto è irrealizzabile

Per quanto riguarda la società Autostrade, fu necessario un riassestamento dei lavori, data la verifica progettuale, per la quale si rese obbligatoria una rimodulazione dell’importo lavori al ribasso. Si passò da un importo di circa 4 milioni ad 1,5 con il riconoscimento di un quid da riconoscere all’impresa. La cosa più grave è stata però la perdita di tempo a cui fummo costretti per la firma del nuovo atto di sottomissione (l’accordo, in pratica). Dopo sei mesi di discussione si arrivò all’avvio dei lavori con una impresa del consorzio che procedette all’accantieramento e alle riunioni pre-inizio per la conferma del cronoprogramma di progetto. Il nostro tecnico dovette verificare, con nostro sgomento, che non si poteva ulteriormente procedere perché non erano state chieste tutte le autorizzazioni, in particolare quelle idrogeologiche relative all’ente di controllo del fiume Lambro che scorre nelle vicinanze. Siamo all’incredibile e cioè una società concessionaria che si confonde con l’inefficienza pubblica e non migliora la situazione temporale ed economico-finanziarie delle opere da realizzare. Si era appaltato un lavoro il cui progetto era sbagliato o incompleto o meglio irrealizzabile.

Ma come si vuole stare tranquilli, nella gestione di infrastrutture cosi importanti, se una Concessionaria è incapace di progettare un lavoretto di sistemazione esterna? Allo stato si deve operare sulle clausole concessorie, relativamente agli organismi di controllo, e costruire una rete di controllo molto efficiente per evitare tragedie come quelle di Genova.

Da questa riflessione personale, passo poi ai danni che l’impresa ignara ha subito. Deve pagare il fitto del ramo d’azienda e non può andare avanti con i lavori per i quali si era impegnata. Così si crea solo disoccupazione e caos.

Il Tribunale di Caltanissetta

Passiamo ora, invece, al cantiere di Caltanissetta.

I I problemi del cantiere di Caltanissetta

Il lavoro fu affidato all’impresa che il mio collega mi aveva presentato come quella che stava già realizzando i lavori in loco, essendo di Caltanissetta e appartenente – ripeto – all’anti-racket. Dopo un anno di tempo, circa, della ripresa dei lavori, durante una visita, mi accorsi che le opere andavano a rilento e che gli operai non producevano per mancanza di forniture e soprattutto per mancanze progettuali. Revocai l’affidamento all’impresa denunciandola all’autorità giudiziaria per tutte le inadempienze e presi in carico la gestione personalmente, e devo dire che ne ho viste delle belle. E cioè 120 nuovi prezzi da computo che da subito mostravano una qualità progettuale, quantomeno discutibile, e soprattutto la possibilità di proseguire solo in modalità parziale, poiché gran parte del progetto era ineseguibile. Progettazione che ha subito tre varianti, l’ultima delle quali ha impiegato circa un anno e mezzo per la sua realizzazione. Nel frattempo il consorzio accumulava i debiti da costi fissi, soprattutto da imposte. Danni causati allo stesso, come detto, dalle inefficienze strutturali della Pubblica amministrazione e dalle sue competenze interne progettuali, molto scarse. Verso fine ottobre, inizio novembre dell’anno scorso, ci convocarono per l’ultima variante approvata ma che dovev’essere «vidimata» in Comitato al provveditorato di Palermo. Boh, non si capisce perché una cosa, già approvata dal comitato, debba ripassare per ulteriori modifiche.

Dopo di che si inizia da parte dell’Ente Appaltante a correre… a chiedere l’inizio lavori, senza che noi potessimo verificare la variante. Soprattutto c’era da risolvere il problema del consorzio che aveva l’attestazione Soa scaduta e che si doveva fare carico di tutti i debiti accumulati per il fermo cantiere per riprenderla. Cosa che il consorzio ha fatto, ben inteso, caricandosi di più di 200mila euro di debiti da costi fissi. A questo punto, che succede? Ciliegina sulla torta: il consorzio si affida ad una Società organismi di attestazione per il recupero dei titoli richiesti ma che però, per una cartella non notificata (ma che l’Agenzia delle entrate sostiene di aver invece notificato), sospende la certificazione del consorzio, asserendo che lo stesso avrebbe fatto una dichiarazione mendace. A che pro, se il consorzio medesimo aveva già sistemato più di 200mila debiti contributivi per riniziare i lavori, data l’importanza etica del lavoro stesso?

Quale scopo avrebbe avuto lo stesso consorzio a nascondere una cartella, il cui rateizzo è di 200 euro mensili? Altro fatto importante è che se mai ci fosse stata una dichiarazione mendace, non eravamo in costanza di una gara ma solo di una ripresa di lavori già appaltati. Quindi la buona fede sarebbe assicurata.

Siamo alla frutta e cioè all’inefficienza più totale di una Amministrazione non in grado di sovrintendere ad uno dei processi produttivi più importanti del nostro Paese.

Possibile che una cosa così stupida e peraltro sbagliata rischia di aumentare ulteriormente il costo di tale opera? Purtroppo sì, e allora non possiamo non constatare che siamo in pieno caos. Ma chi comincia a costruire?

Un sistema così caotico, ci scusi il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che stimiamo da sempre, non può non essere terra di battuta di quegli esponenti che non appartengono alla nostra società civile…

Gianpiero Falco

Presidente Confapi Napoli

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