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di Giancarlo Tommasone

Alcune mattine l’alba si attacca sotto il palato e viene via solo dopo un paio d’ore. A volte ha il sapore dell’ostia o della colla per i francobolli, altre, invece, quello delle caramelle gommose alla frutta. Dipende da quello che devi fare, voglio dire, se per te è un giorno buono o cattivo. Oggi è martedì, e di solito per me il martedì è un giorno cattivo.

Lo è perché c’è
da scaricare
un tir di mobili,
120 cassettiere
di metallo, da ufficio.
Il lavoro che faccio non mi piace,
non mi piace per niente,
l’ho accettato
perché avevo bisogno di soldi:
perché, se no?

Mia moglie si è svegliata alle sei e trenta e mi ha preparato il caffè. Il caffè era dolce e ci ho fumato su una Camel light, la tosse ha fatto rumore per cinque interminabili secondi, ma nella mia testa la sento ancora adesso. Sono sceso di casa pensando a tutt’altro, ho guardato il cielo e il cielo era una sagoma azzurra, dello stesso colore dei frontali dei cassetti.

Ho cantato una canzone dei Sonic Youth,
due strofe soltanto, il ritornello
non mi è venuto in mente

Ho smesso di sforzarmi di ricordare quando ho visto l’insegna della metro. L’insegna era bianca come le maniglie dei cassetti, accanto al muro c’era una scritta: Nadia Lioce libera. Il biglietto della metro era accartocciato dentro la tasca dei jeans, è svenuto nell’obliteratrice e ne è uscito con un orario stampato sulla riga blu.
Sette e ventisei. Dieci passi, direzione Piscinola-Secondigliano. Il martedì alla fermata della metro ci sono sempre le stesse facce e ogni uomo, ogni donna, ogni studente che vedo ha sempre la stessa espressione, tipo sto masticando un’alba che sa di ostia o di colla per i francobolli. Forse il martedì è veramente un giorno di merda per la maggior parte dell’umanità.
Il treno mi si ferma di fronte, alle sette e trentuno. Dalla porta esce una donna bellissima, si passa una mano sulle ciglia e lascia profumo di gelsomino. Provo a seguirla con lo sguardo ma la voce dell’altoparlante mi dice che sto seduto a venti centimetri da un altro cuore e che la prossima fermata sarà Monte Donzelli, Monte Donzelli station.

E’ solo la prima fermata, la gente che ho di fronte stenta a parlare, affonda nei free-press, in notizie silenziose e uguali, le dita calme, gli occhiali da sole sotto terra, vestiti da lavoro. Qualche avvocato, parrucchieri, operai.
Mi chiedo che cosa sono io, cerco di spiegarlo a mia figlia Giulia decifrando l’abbraccio fortissimo del martedì mattina, decifrandolo tra la fermata del Policlinico e quella dei Colli Aminei.

Giulia ha tre anni e ogni martedì
mattina la stringo sempre più forte

La stringo così forte perché quando tornerò a sera non avrò la forza nemmeno per passarle una mano tra i capelli. Appoggiato al tavolo, le braccia gettate verso il basso, ogni martedì sera Giulia struscia la sua testa nera contro le mie dita morte e cerca il mio sguardo di sbieco.
“Frullone, Frullone station” dice l’altoparlante, il vagone è quasi vuoto, stringo il biglietto, scendo. Cammino sotto una galleria che sa di plastica nuova, il deposito dove lavoro è abbastanza vicino, immerso nella campagna. I miei occhi lontani chilometri di chilometri, sfioro i titoli dei giornali dell’edicola, mi fermo per comprare un pacchetto di sigarette.
Novecento euro al mese per provare a fare il padre. Quando ha visto il mio curriculum il titolare della ditta mi ha guardato negli occhi e ha detto: “E tu qua che cazzo ci fai?”.
Il titolare della ditta si chiama Giovanni, è grasso e felice, è felice perché si sente un imprenditore che lavora soltanto per realizzare il suo sogno americano. O qualcosa del genere. Il martedì ci aspetta a bordo della sua Mercedes che usa solo quattro volte al mese.

Cammino evitando chiazze
di sole sul marciapiede
e mi assale l’insopportabile odore
dell’immondizia di luglio

Al semaforo c’è una montagna di sacchetti che nega il verde agli automobilisti fermi.
Sette e cinquantuno.
Giovanni, don Giovanni, ’o mast’, o come cazzo si chiama, ha messo una maglietta col numero ’71’ perché nel suo cervello crede veramente di abitare a New York e non a Chiaiano e si fida ciecamente dei suoi operai che non farebbero mai apprezzamenti ironici sul capo e sul significato tutto cabalistico-napoletano del numero stampato sulla t-shirt.

Pietro, il mio collega, è già arrivato all’appuntamento davanti al distributore di benzina, ’o mast’ mi lancia uno sguardo che dice hai fatto tardi, si aggiusta il Rolex e mette le chiavi del furgone nelle sue mani.
“Andate a prendere due guaglioni a Melito” ordina.
“Solo due?” ribatte Pietro.
“E che ce vo, quelli due mobiletti sono”.
Certo, bravo, buona la prima, si parte.
Il furgone è un Ducato blu, la strada è grigia, i palazzi da lontano assomigliano vagamente a scatole di biscotti per i neonati. Pietro ha voglia di parlare e mi racconta che stanotte non ha dormito per niente e che il Napoli forse ha preso un centravanti argentino fortissimo che ci farà vincere il campionato. Passiamo per Scampia e il display sul cruscotto segna le otto e tre minuti. Ci sono un paio di tossici che dormono abbracciati ai segnali stradali e lungo i marciapiedi centinaia di siringhe, fili d’erba sintetica trasparente.

Il traffico comincia a riempire la strada maestosa in mezzo a un deserto di cemento dove i pensieri hanno tutto lo spazio per perdersi e scappare via lontani, in alto. Passiamo col rosso e dimentichiamo un pacco di fazzolettini lanciati da un marocchino venti secondi prima sul parabrezza. Il marocchino ci insegue, dà un pugno sulla carrozza. Pietro inchioda e grida al venditore distratto: “Chi ta muort”.
Il marocchino impreca in arabo, raccoglie i fazzoletti e scompare dall’incrocio evitando una fila di motorini.

(I- Continua)

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