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Leggi la prima parte del racconto: «Next Stop: Frullone», cronaca di una giornata di sangue

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di Giancarlo Tommasone

“Benvenuti a Mel…” dice il cartello spezzato al centro, facciamo settecento metri e c’è una specie di piazza e una decina di persone, neri e polacchi. I neri vengono da Castel Volturno, i polacchi da Casandrino. I polacchi di solito sono molto affidabili, così dice don Giovanni, ma si fanno pagare di più. I neri sono più economici, più forti, ma rompono le palle a lamentarsi per tutto il tempo.

“Bianchi, neri o Ringo?”
dice ridendo Pietro.
“Neri, va….”
si risponde da solo

Caccia la testa fuori dal finestrino e fa segno a due ragazzi africani, sulla trentina, di avvicinarsi.
“Trenta euro, panino e Coca Cola” dice Pietro.
“Ok” fanno i neri e salgono nel vano posteriore del mezzo tirandosi dietro la porta scorrevole.
Alle otto e sedici siamo davanti al deposito. Il camionista turco ci aspetta già da due ore, fermo, stanco, fuma una sigaretta e tira calci a una sedia pieghevole di plastica gialla. Sorride con grandi baffi grigi. Il tir è immenso e bianco, i mobili sono sistemati l’uno sull’altro in pedane da otto pezzi, firmiamo la bolla di accompagnamento e cominciamo a scaricare. I neri si levano le magliette colorate e iniziano a stampare le loro spalle sudate sul retro dei cartoni.

Le cassettiere pesano svariati chili, io e Pietro
ci versiamo addosso i mobili, a vicenda

Cinque mobili tirati giù dal tir e già ti scordi il mondo fuori e guardi pezzi di cartone marroncino e il soffitto bianco del camion e le braccia ti fanno male e i bicipiti ti bruciano come se stessero per spezzarsi.
Arriva anche Giovanni, smonta dalla Mercedes, mi chiede una sigaretta e si siede sulla sedia gialla del turco. I neri cantano in francese, le mie e le loro gambe tremano, sembriamo danzare un ballo antico e mi chiedo ancora chi sono, mi illudo di appartenere a una vecchia famiglia di scaricatori di porto ma il mare è un’ipotesi lontana, un pezzo di vetro spaccato steso davanti al deposito.

Dopo sei sigarette gentilmente offerte a don Giovanni
i mobili da ufficio sono tutti stesi al sole davanti
al deposito della “G. e figli import-export”

Il camionista turco riparte salutando felice, ma prima si fa indicare la strada per arrivare a Benevento e si porta via la sedia di plastica gialla. Il masto apre le porte del suo sogno americano, un garage di quattrocento metri quadrati dove alloggeremo i suoi fottutissimi mobili. E’ questa la parte più difficile e devi muoverti in uno spazio angusto e impilare tre mobili da un metro e mezzo di lunghezza l’uno sull’altro. Servendoti di braccia e gambe perché il carrellino è rotto e il muletto, sì, quello è il nostro sogno americano. Che però siamo lontani dal realizzare.

I neri cominciano a dire che hanno fame

Don Giovanni dice dopo, sempre dopo, “adesso lavorare”. L’acqua della fontana sa di pozzo e ruggine ma è l’unico modo che abbiamo per rinfrescarci. E’ mezzogiorno e la stanza dei mobiletti da ufficio comincia a riempirsi, due di noi portano le cassettiere di metallo fino alla porta, altri due, i due neri, le alzano e le mettono a posto. I due neri si chiamano Nick e John, o almeno così si fanno chiamare. L’aria nella stanza è irrespirabile. La stanza è alta cinque metri e Nick è di spalle, inginocchiato su un quadrato di cartone a più di quattro metri da terra.
Nick canta in francese e John lo segue e porta il tempo con il corpo e con migliaia di gocce di sudore.
Nick ha fame e sete e lo dice a don Giovanni e, mentre esce per respirare, don Giovanni dice “dopo, adesso lavorare, chi ta muort”.
Nick alza la testa di scatto per ricevere il regalo di John.
La testa dai fitti capelli ricci cozza contro il soffitto lurido e Nick perde il controllo, fa per passarsi una mano dietro la testa e vola come un angelo capovolto a braccia aperte. Il suo corpo si schianta come un colpo di cassa e la sua nuca finisce precisa sul pavimento col suono di un rullante.

Tutto d’un tratto mi viene in mente
il ritornello della canzone dei Sonic Youth

John corre dal suo amico e il suo amico ha sangue sui capelli e sulla faccia, dietro la testa e sulle labbra e non è vero che il sangue sulla pelle nera è difficile da distinguere.
Il sangue si vede sempre. 
Nick è morto e Pietro molla un ceffone a John e gli urla di stare zitto. Pietro chiama a gran voce don Giovanni. Don Giovanni entra nella stanza dei mobili e bestemmia la Madonna e San Ciro. Io penso a San Ciro, immagino il suo vestito bordò, il suo manto dello stesso colore del sangue di Nick.
“Piglia duje cartune” ordina il masto.
Io li sfilo in fretta e lascio nude due cassettiere. John si è calmato perché il masto gli ha messo il ferro al centro degli occhi. John si rimette la maglietta e afferra cinquanta euro e io devo spiegargli in francese che se ci tiene alla pelle non deve farsi più vedere e non deve raccontare a nessuno quello che ha visto. Il nero mi dice “ok, ok, io no vedere, no vedere” e so che queste sono le prime parole che ha imparato quando ha messo piede in Italia.

Il nero scappa e non si ferma più

Pietro apre i due cartoni con un taglierino, li stende sul pavimento. Io afferro Nick per le scarpe da ginnastica, Pietro lo fa scivolare sul pavimento e il povero corpo finisce a faccia sotto contro la scritta FRAGILE della bara improvvisata.
Verso della segatura sul sangue.
Non penso a niente mentre imballiamo di nuovo i cartoni delle cassettiere con il cadavere di Nick, avvolgo strisce di scotch, e vomito mentre sono in ginocchio.
Non pensare, cazzo, non pensare.
Il masto continua a tenere in mostra la pistola, lo fa per farmi paura, stasera mi dirà che non devo più scendere e mi darà il doppio dello stipendio.
Pietro ritorna con le porte del furgone aperte, don Giovanni si assicura che attorno ai cartoni non ci siano scritte riconducibili alla sua ditta, ne trova tre e le strappa, si porta via anche un pezzo di imballaggio e riesco a vedere la parte di un piede di Nick.
Carichiamo il corpo sul furgone, nel furgone c’è una pala, vomito ancora, vomito anche il sapore di colla dei francobolli e l’odore di gelsomino e quello dell’immondizia di luglio.

Poi Pietro sparisce lanciando il mezzo attraverso una piccola nube di rovi, sento il rumore della marmitta, svanisce dopo una trentina di secondi.
Il masto mette a posto la pistola e mi guarda.
“Quando torna, dincelle che va ’a piglià a duje polacchi”.

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