Gennaro Licciardi e Pasquale D'Amico

LA STORIA DELLA CAMORRA Il boss di Secondigliano (deceduto nel 1994) fu anche accusato di far parte della Nco

«Il pentito Zannetti dice che gli ho fatto delle confidenze, e mi accusa di aver voluto vendicare la morte del fratello di Luigi Vollaro, Giuseppe, con una azione omicidiaria, ma questo è assolutamente falso. Perché il fratello di Vollaro fu ucciso nel gennaio del 1982 e io ero in carcere da quattro mesi, era detenuto infatti dal settembre del 1981». A parlare è Gennaro Licciardi, alias ’a scigna (la scimmia, ndr), morto nel penitenziario di Voghera, nell’agosto del 1994, per un’ernia ombelicale. Licciardi, il 5 maggio del 1986, sfila in aula, perché è coinvolto in un processo imbastito nei confronti della Nuova famiglia. «Io non ho mai incontrato, nemmeno in carcere, tale Zannetti», precisa il boss, tra i capi dell’Alleanza di Secondigliano.

Le accuse di appartenere alla Nco,
lanciate a Licciardi da Pasquale D’Amico

Nel corso dell’udienza, Licciardi respinge anche l’accusa, mossagli dal collaboratore di giustizia, Pasquale D’Amico (alias ’o cartunaro, anche detto ’o cartone, ex vertice dei cutoliani) di appartenere alla Nco. «Conosco Pasquale D’Amico – afferma Gennaro Licciardi – perché abita nel mio quartiere, Secondigliano, ma non ho mai avuto rapporti con lui. E’ completamente destituita di qualsiasi fondamento la notizia della mia affiliazione alla Nco (Nuova camorra organizzata, ndr). Conosco Antonucci, perché anche lui è di Secondigliano, ma escludo nel modo più assoluto che quest’ultimo mi abbia potuto costringere ad aderire alla Nco». Prima di congedare Licciardi, gli viene chiesto perché venisse chiamato ’a scigna, e quest’ultimo, spiega al presidente della Corte, che si tratta di un alias ereditato dal genitore: «E’ un soprannome che ho preso da mio padre, chiamavano lui così, e poi è passato a me».

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(Per la redazione dell’articolo è stato consultato anche un documento audio caricato sul canale YouTube Spazio70)