Le intercettazioni riaprono il caso dei supporti informatici. E sui pedali della bici di Stasi torna il rebus di un vecchio test sul Dna
Basta una domanda su una chiavetta Usb per cambiare il tono della conversazione in casa Sempio. Giuseppe chiede al figlio Andrea conto di un supporto informatico. Lui prima nega, poi corregge il tiro.
«Ma io non avevo chiavette. Cioè, chiavette riferito a chi? Non ne avevo una di chiavetta». Il padre insiste: «Tu ne avevi più di una». Andrea replica: «Ne avranno più di una, me ne hanno sequestrate tre o quattro».
È uno dei passaggi finiti negli atti della nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi.
La frase sui video di Chiara
Gli investigatori collegano quella conversazione all’ipotesi che una delle chiavette potesse contenere materiale privato della vittima.
Sempio, mentre parla da solo in auto, pronuncia anche una frase che gli inquirenti stanno cercando di decifrare: «Lei dice: “Non ho più trovato il video”. Tutto sbagliato. Perché ho visto dal suo cellulare e io ce l’ho dentro la penna».
Stylo24 aveva già ricostruito il filone investigativo della chiavetta Usb e dei video di Chiara Poggi.
Per gli investigatori è una pista da approfondire. Non equivale, da sola, a una prova del movente.
Poi in famiglia si parla della catenina
La tensione non riguarda soltanto le pennette. Nelle intercettazioni entra anche la catenina che Chiara indossava quando venne uccisa.
Daniela Ferrari, madre di Andrea, ragiona sulla possibilità che venga analizzata: «Magari è stata trascinata per terra raccogliendo materiale genetico dal pavimento e magari rompono le scatole a lui».
Andrea risponde: «Boh, vedremo».
Il Dna accompagna ormai da tempo la nuova inchiesta. Stylo24 ha raccontato anche il dibattito sul valore scientifico delle tracce genetiche attribuite alla linea paterna dei Sempio.
Andrea continua a ricostruire il delitto puntando su Stasi
Nelle conversazioni captate in casa, Sempio affronta anche la dinamica dell’omicidio e torna a indicare Alberto Stasi.
«Sui gradini non ci sono le impronte», osserva. Poi ricostruisce: «Secondo me quello», riferendosi a Stasi, «è andato lì, ha dormito lì, il mattino colazione, Estathé, litigano, l’ammazza, scappa e poi…».
La madre lo interrompe e completa: «Va a lavorare al computer».
Sono ragionamenti privati registrati dalle microspie. Non costituiscono un accertamento dei fatti.
La Procura di Pavia ha intanto formalizzato la chiusura delle indagini nei confronti di Sempio, mantenendo invariato il capo d’incolpazione, come emerge dal comunicato della Procura riportato dopo il deposito degli atti.
Sui pedali della bici torna un test dimenticato
Mentre le intercettazioni spingono l’indagine sul presente, dai vecchi atti riemerge il Dna trovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi.
Un primo esame aveva individuato il profilo genetico di Chiara Poggi. Il test eseguito il giorno successivo aveva invece dato esito negativo.
Carlo Previderè, consulente della Procura, definisce il primo risultato «solido» e ritiene che il contrasto avrebbe meritato ulteriori verifiche.
«La presenza di profili genetici completi per tutti i marcatori del pannello tipizzato, con picchi elettroforetici di altezza consistente, replicati in due amplificazioni, rende tale dato solido in termini di riproducibilità e attendibilità».
Quel Dna non entrò nella condanna di Stasi
Il materiale rilevato non era sangue e non ebbe un peso decisivo nei processi che hanno portato alla condanna di Alberto Stasi.
Oggi Previderè concentra l’attenzione soprattutto sul metodo seguito all’epoca. Davanti a due risultati divergenti, scrive il consulente, sarebbe stato opportuno ripetere gli accertamenti.
La nuova indagine finisce così per camminare su due binari che si incrociano continuamente: le intercettazioni e gli indizi raccolti su Sempio, ma anche la rilettura di reperti e analisi già presenti nel fascicolo storico.
Su questo terreno continuano a confrontarsi accusa, difese e consulenti. La famiglia Poggi ha contestato pubblicamente alcuni aspetti delle nuove attività investigative, ribadendo la propria posizione sulla condanna definitiva pronunciata nei confronti di Stasi.
A distanza di quasi vent’anni, l’inchiesta torna così a concentrarsi su oggetti minuscoli: una chiavetta, una catenina, un pedale. Ed è attorno a quei dettagli che gli investigatori stanno provando a rileggere una storia già passata attraverso più processi.

















