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di Giancarlo Tommasone

La strada è già stata imboccata, eppure ci sono diversi tentativi effettuati da affiliati di rango, per far tornare Pasquale Galasso sui propri passi. Ad esempio quelli ascrivibili all’azione di Luigi Moccia e del fratello di quest’ultimo, Angelo, detto Enzo.

A suon di milioni, pacchi di banconote di vecchie lire.

A descrivere quanto accade nell’autunno del 1992 è lo stesso ex padrino di Poggiomarino, nel corso del processo che è stato imbastito per fare luce sui rapporti esistenti tra il clan Alfieri e l’universo politico collegato ad Antonio Gava.

Galasso ha già saltato il fosso, è un collaboratore di giustizia, ciononostante deve ancora «barcamenarsi per tenere buoni i miei ex sodali, perché – dice al presidente e al pm Mancuso, nel corso dell’udienza del 13 maggio 1997 – avrebbero potuto fare del male ai miei familiari. Era una cosa che temevo».
All’epoca dei fatti, l’ex braccio destro di Carmine Alfieri è stato trasferito al nord, è al principio di un «primitivo» e sperimentale progetto di protezione, la moglie e i figli sono a Poggiomarino, si ricongiungeranno a lui solo verso il 10 novembre del 1992.
Nel frattempo, nonostante abbia già cominciato a collaborare con la giustizia e abbia fatto arrestare Carmine Alfieri, Galasso tiene contatti anche con gli ex compari, che provano a fargli abbandonare il corso appena intrapreso. Lo fanno anche col denaro.

Pasquale Galasso aveva investito circa 10 miliardi
di lire in due operazioni: quelle relative alla Kursaal
di Montecatini Terme e alla casa cinematografica De Paolis.

Capita però, che a causa delle sue detenzione, nell’affare subentrano Enrico Nicoletti e Pino Cillari. Luigi Moccia e suo fratello Angelo (che tutti nell’ambiente conoscono come Enzo), allora intervengono per far recuperare i soldi investiti, all’ex boss di Poggiomarino.

L’obiettivo, naturalmente, è quello
di farlo recedere dalla collaborazione.

«Luigi Moccia mi ha fatto pervenire diverse tranche di soldi di quelle iniziative (Kursaal e De Paolis, ndr). Per l’ammontare di circa 300 milioni di lire. Ho preso quel denaro – spiega Galasso – perché temevo per la vita dei miei familiari». «A chi consegnò quei soldi, Luigi Moccia?», chiede il pm Mancuso.
«A un mio affiliato, tale Vorraro Carmine, che li fece poi avere ai miei fratelli», afferma. «Chi fornì quel denaro a Luigi Moccia?», domanda ancora Mancuso. «Furono Pino Cillari ed Enrico Nicoletti», gli risponde Galasso.

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