L'arresto di Domenico D'Ausilio
L'arresto di Domenico D'Ausilio

A dispetto della tranquillità della zona, Fuorigrotta è da almeno trent’anni quartiere ad alta densità criminale. E non soltanto per le fiumane di baby-delinquenti che, da Pianura e Soccavo, arrivano a scippare e rapinare i residenti e i clienti di fast-food e pizzerie.

È qui, infatti, che scelse di abitare per cinque anni il boss mafioso Nunzio La Mattina, messo al confino dall’autorità giudiziaria di Palermo. È qui che aveva stabilito la propria sede Antonio Malventi, uomo di fiducia del boss Carmine Alfieri. È qui che Antonio Bardellino incontro e s’innamorò della compagna, Rita De Vita. È qui che Antonio e Umberto Ammaturo vissero a metà degli anni Ottanta (per ironia della sorta, in un palazzo di via Lepanto, proprio di fronte allo stadio abitavano, separati da un solo piano, le famiglie di un potente narcotrafficante internazionale e di un futuro magistrato antimafia). È qui che si era trasferita a vivere Pupetta Maresca. È qui che Aldo Semerari incontrava i capi latitanti della Nuova famiglia per la stesura delle perizie psichiatriche. Ed è qui che viene rubata l’auto “Fiat 128” che sarà ritrovata ad Ottaviano, di fronte al castello di Raffaele Cutolo, con il corpo decapitato del criminologo.

Gli scenari, oggi, sono notevolmente cambiati e offrono un’immagine di grande instabilità: per un certo periodo, su Fuorigrotta si sono allungate anche le ombre dei Mazzarella e dei Misso, che hanno cercato di sottomettere i delinquenti che taglieggiano e spacciano droga, bande più che clan veri e propri, senza però riuscire nel tentativo di “colonizzazione”.

Il gruppo storicamente più forte del quartiere resta, comunque, quello dei Baratto, alleati di Ammaturo nella guerra alla Nuova camorra organizzata e promotori, racconta il pentito di Pianura, Mario Ciotola, di un accordo per la spartizione indolore del territorio compreso tra Fuorigrotta, Bagnoli e Soccavo: «La ragione principale dell’alleanza stava nell’intenzione di poter sottoporre ad estorsione le imprese che avrebbero lavorato per Bagnoli. Un metodo già adottato in passato per i lavori della Tangenziale… Nel periodo successivo alla scarcerazione di Ciro Grimaldi, avvenuta nel ’95, i rapporti fra quest’ultimo e Giuseppe Contino si erano rinsaldati e si era creata un’alleanza fra gli stessi Contino e Grimaldi, Paolo Sorprendente come rappresentante di Giacomo Cavalcanti e il gruppo che fa capo al clan Baratto di Fuorigrotta». Il collaboratore di giustizia, a cui i sicari della malavita uccisero entrambi i genitori, sottolinea che l’obiettivo del piano era quello di «eliminare i clan contrapposti e gestire la riconversione di Bagnoli senza conflitti… ma i gruppi capeggiati da Domenico D’Ausilio e dai nipoti del capoclan Ciro Puccinelli di rione Traiano si opposero all’accordo».

Un affare così ghiotto da svegliare gli appetiti famelici di numerosi gruppi criminali, che si contendono la torta a colpi di omicidi e attentati.

Da un lato ci sono i D’Ausilio, che hanno stretto un forte legame con i clan dell’Alleanza di Secondigliano (i Licciardi, in particolar modo) e dall’altro i Sorprendente-Sorrentino, nati dalle ceneri della banda guidata, un tempo, da Giacomo Cavalcanti. La contrapposizione armata tra le due fazioni è aumentata d’intensità, negli anni, a causa degli assestamenti interni provocati da inchieste e blitz delle forze dell’ordine. La scarcerazione di alcuni capi storici e i pentimenti, infatti, hanno modificato i rapporti di forza in campo, svelando torbidi disegni territoriali di conquista da realizzare attraverso un complesso gioco di accordi criminali che unisce i Lago di Pianura, i Frizziero della Torretta e i Sarno di Ponticelli. Tutti interessati a sbranare le carni grasse dei maxi-appalti di Bagnoli.

Giacomo Cavalcanti
Giacomo Cavalcanti

E che queste organizzazioni siano feroci e pronte a tutto, lo dimostra una vicenda, in particolare, che vede coinvolti i magistrati Giovanni Corona e Luciano D’Angelo e il capitano dei carabinieri della compagnia rione Traiano Savino Guarino, minacciati dai vertici del clan D’Ausilio per le serrate indagini sull’organizzazione e, soprattutto, sulla latitanza di Domenico D’Ausilio, all’epoca al riparo a Nizza, braccato da un duplice mandato di cattura per omicidio e associazione camorristica.

D’Angelo – raccontano le cronache di fine anni Novanta – ricevette in Procura una lettera, proveniente dalla Francia, che diceva: «Lasciatemi in pace». Firmato: Mimì. Nella busta, c’erano due proiettili. Partirono immediatamente le indagini e due collaboratori di giustizia, Montuori ed Esposito, aggiunsero altri dettagli sul piano per eliminare gli investigatori, appresi – a loro dire – da esponenti di primo piano del gruppo di Bagnoli. Al pm Corona, addirittura, le minacce arrivarono finanche sulla sua linea telefonica in Procura. Per ben quattro volte, una voce sconosciuta avvertì i collaboratori del magistrato che presto sarebbe stato ammazzato.

Il magistrato Giovanni Corona
Il magistrato Giovanni Corona

Il clima, però, si fece davvero pesante, quando, dai controlli, emerse che a chiamare in Procura era stato un cellulare clonato in contatto con un’utenza in uso a un carabiniere della scorta assegnata ai pm. A distanza di qualche giorno, pure Corona ricevette una cartolina, da Oltralpe, con su scritto: «Ultimo avviso».

Dopo qualche settimana, un furgone con targa francese, parcheggiato nei pressi dell’abitazione del pm, con le porte spalancate, fece scattare l’allarme rosso: le strade adiacenti furono bloccate e transennate dai militari dell’Arma.

Tutti pensarono che la camorra fosse passata dalle parole ai fatti. Soltanto quando gli artificieri fecero brillare una cassa, contenuta nel furgone, fu chiaro che il mezzo apparteneva all’Istituto di lingua francese «Grenoble».

L'arresto di Domenico D'Ausilio
L’arresto di Domenico D’Ausilio

Fu a quel punto che, per mettere fine al clima di tensione, arrivò a sorpresa una dichiarazione spontanea di Domenico D’Ausilio, arrestato a Nizza ed estradato, a tempi record, in Italia. Attraverso i suoi legali, disse di considerare «le notizie di attentati puramente fantasiose e destituite di ogni fondamento» esprimendo ai due magistrati «massima deferenza e incondizionato rispetto».

Un rispetto che così volle ribadire, al pm Corona, nel corso di un interrogatorio nel carcere di Ascoli Piceno: «Di voi, si parla, dottò, si parla assai. Qua, in carcere, fuori e pure sui giornali. Siete diventato famoso mettendovi dietro a me, quando avete deciso di indagare su Mimì D’Ausilio. Ora che siete famoso, però, basta. Non perseguitatemi più».

 

(1-puntata)