(Nelle foto i fratelli boss Pasquale e Michele Zagaria, e il pm Catello Maresca)

I giudici della Sorveglianza avevano rappresentato all’Amministrazione penitenziaria i problemi di salute del ras casalese: l’istanza sarebbe però rimasta lettera morta

di Luigi Nicolosi

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La clamorosa scarcerazione del boss Pasquale Zagaria poteva forse essere evitata. Durante l’ultimo mese sia il Tribunale di Sorveglianza che gli avvocati difensori del ras casalese avevano compulsato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria affinché indicasse un istituto in grado di ospitare il detenuto “eccellente”, garantendone però al tempo i trattamenti sanitari di cui ha bisogno. Quelle istanze, ben due, sono però sempre rimaste lettera morta.

Un silenzio pesantissimo, a fronte del quale i giudici della Sorveglianza di Sassari, dove Zagaria stava scontando la sua pena, non hanno potuto far altro che disporre l’immediata scarcerazione. Il fratello del capoclan Michele, com’è ormai noto dal tardo pomeriggio di ieri, ha infatti ottenuto il beneficio degli arresti domiciliari a causa dei suoi gravi problemi di salute. Il ras combatte infatti ormai da tempo con un brutto male che deve essere costantemente monitorato e curato. Proprio per questo motivo nel corso degli ultimi trenta giorni, quando dunque l’emergenza coronavirus era ormai divampata, la Sorveglianza aveva scritto al Dap facendo presente che l’accertamento diagnostico non era differibile e che pertanto bisognava individuare un nuovo istituto al quale destinare Zagaria. La risposta del Dap non è però mai arrivata. Eppure anche gli avvocati difensori del “padrino” casalese a fine marzo avevano scritto al Dap per avere ragguagli in merito al trasferimento in un istituto attrezzato per somministrare a Zagaria le cura di cui necessita. Quello che ne è seguito è stato però solo un silenzio tombale.

Un quadro labirintico, dal quale sembra emergere non tanto la “mano larga” dei giudici della Sorveglianza, ma piuttosto una falla nella capacità di monitoraggio delle istanze da parte dell’Amministrazione penitenziaria. La difesa precisa però che Zagaria, nonostante la condanna a oltre vent’anni di reclusione, ha avuto fin qui una condotta in carcere a dir poco esemplare: il suo ultimo reato risale del resto al 2005 e già alcuni mesi fa il boss è stato ritenuto non più pericoloso dall’autorità giudiziaria. Sulla vicenda interviene intanto Catello Maresca, il magistrato della Dda che all’epoca curò l’inchiesta che portò proprio alla cattura di Pasquale Zagaria: ««Spero solo – è il commento amaro del pm – che ora lo Stato si preoccupi di tutte le persone che corrono seri rischi a seguito di questa scarcerazione a partire dai colleghi in prima linea che sono stati pesantemente minacciati da questi delinquenti. E mi aspetto che si accertino rapidamente le cause di tutto ciò e se ci sono pesanti responsabilità, come mi sembra di intravedere, queste vadano accertate e sanzionate. Qui si sta giocando con la vita delle persone perbene».