Gli inquirenti al lavoro per capire il motivo per cui si è rotta la corda, provocando il crollo nel quale sono morte 14 persone.

Continuano le indagini sulla tragedia della funivia del Mottarone, che ha portato alla morte di 14 persone. L’obiettivo della Procura, adesso, è capire “perché la fune si è rotta” e “se il sistema frenante aveva dei difetti”. La risposta a ciò “farà luce su responsabilità concrete”, come sottolineato dal procuratore capo di Verbania Olimpia Bossi che indaga sull’incidente.

“Devo ancora chiarire con il consulente o i consulenti tecnici – aggiunge – quali saranno le modalità di esecuzione degli accertamenti e solo dopo farò gli avvisi perché alcuni accertamenti li farò direttamente sul luogo del disastro, ma la maggior parte dopo che sarà rimossa la cabina, operazione non facilissima né rapidissima”. “Non ho mai detto che a breve ci sarebbero stati nuovi indagati. Ho preso atto delle dichiarazioni rese dai testimoni, ho preso atto delle affermazioni del gip nell’ordinanza e voglio dire che i dipendenti sono stati ascoltati contemporaneamente dai carabinieri di Stresa pertanto non avevamo elementi per sentirli come indagati”, precisa.

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Quando il capo servizio Gabriele Tadini confessa di aver manomesso il sistema frenante di sicurezza, l’audizione viene sospesa e lui indagato. Dunque la possibilità di nuovi indagati “esiste in tutte le attività di indagine, non ho detto che è una certezza”.

Nei giorni scorsi, la decisione del gip di concedere i domiciliari per Tadini e rimettere in libertà il gestore dell’impianto Luigi Nerini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio. “L’impianto accusatorio, inteso come qualificazione giuridica del fatti, non solo resta invariato ma è avallato dal giudice, mi riferisco in particolare all’ipotesi dolosa di rimozione dei dispositivi di sicurezza che è stata riconosciuta. E da lì che ripartiamo. Se per il giudice non c’erano indici sufficienti in quel momento, i tre restano indagati e la nostra attività di ricerca delle prove va avanti”, conclude il procuratore.

L’analisi dei telefoni degli indagati

Intanto gli inquirenti indagano per ricostruire i contatti scritti, tramite mail e/o messaggi fra i tre indagati per omicidio colposo. Il lavoro degli investigatori, in questa fase, è concentrato sui telefoni subito sequestrati a Tadini, Nerini e Perocchio per trovare eventuali scritti che dimostrino come i tre fossero a conoscenza del problema al sistema frenante dell’impianto e dello stratagemma del blocco di freni (per evitare che la funivia si bloccasse), come sostenuto da Tadini. Saranno analizzati con attenzione anche i tabulati, per capire quante telefonate ci sono state dal momento della tragedia fino al sequestro.

Sugli operai, sentiti come testimoni, tutti confermano di aver avuto ordine di lasciare il forchettone inserito da Tadini. Ma per uno di loro la posizione diventa più complicata, in quanto si tratterebbe di colui il quale ha materialmente tolto il ceppo, escludendo il sistema di emergenza dei freni. Che, se in funzione, avrebbe impedito alla cabina numero 3 di precipitare.

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