Il senatore Franco Ortolani (fonte Internet)

di Giancarlo Tommasone

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Due cedimenti di porzione stradale, a poche ore di distanza l’uno dall’altro; uno si è verificato, a Casoria, il secondo ha interessato un cortile privato nella zona del centro storico di Portici. Solo per un caso fortuito non si sono registrate vittime. La memoria è immediatamente andata alla tragedia di Casalnuovo, avvenuta il 10 agosto del 2011.

E’ costante
il rischio
di cedimenti
a Napoli e
nella provincia
partenopea

In quel caso, proprio come a Casoria, ad essere «inghiottito» dalla terra fu un mezzo della nettezza urbana. Il crollo provocò la morte dell’autista del compattatore, il 41enne Raffaele Di Monda. Ma quanto sono a rischio Napoli e la sua provincia, relativamente ai crolli che interessano porzioni superficiali di strada? E quali contromisure adottare per evitare il verificarsi di nuovi cedimenti? Stylo24 lo ha chiesto al senatore del Movimento 5 Stelle, Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli.

Da quale fattore è causato principalmente questo tipo di cedimenti?
«Sono crolli che si verificano costantemente da più di un secolo, in seguito all’urbanizzazione del territorio. E in particolare con la realizzazione di fognature e acquedotti, in una porzione che è costituita da sedimenti vulcanici sciolti, facilmente erodibili da possibile fuoriuscita di acqua e di liquidi in genere».

Quindi, si innesca un processo di erosione?
«Esattamente. Questa fuoriuscita di acqua comincia a creare una cavità che ingrandisce man mano, fino ad arrivare poi alla superficie, che di fatto collassa al passaggio di un mezzo qualsiasi, come è avvenuto a Casoria, a Portici e nel caso del tragico evento di Casalnuovo. Questo per gli aspetti più superficiali».

Per quelli del sottosuolo?
«Per quanto riguarda la pianura campana, i centri storici della stessa Napoli e della provincia partenopea, mi riferisco, ad esempio a Gragnano, Vico Equense, la mancanza di rocce in affioramento, utilizzabili per la costruzione, facilmente lavorabili, ha spinto in passato a trovare il tufo (materiale di costruzione) in profondità raggiungendolo (a profondità dai 10 ai 25 metri) con dei pozzi verticali».

Una soluzione per ricavare materiale di costruzione a chilometri zero.
«In effetti sì, con tale metodo, l’uomo ha cominciato a recuperare i blocchi, tirandoli in superficie attraverso i pozzi. In questo modo ha ampliato la cavità. Anticamente c’era l’intelligenza di non costruire la casa sulla cavità, ma di edificare al di là dei cortili. Il cortile, per intenderci, rappresenta l’area sotto la quale si era andati a scavare».

Questo tipo di attività fino a quando è stata effettuata, in maniera massiva?
«Parliamo di una pratica, anteriore alla Seconda Guerra Mondiale. Se noi andiamo a vedere ad esempio il centro storico di città come Afragola, le stesse Casoria e Casalnuovo, Cardito, Arzano, ci accorgeremo come nei cortili dei palazzi, si trovano dei pozzi che non sono stati completamente chiusi».

Pozzi di che genere?
«Pozzi che non sono altro che vie di comunicazione tra la cavità sottostante e la superficie. Sono ‘camere’, che servivano dopo l’estrazione del tufo, per l’areazione della cavità. Queste cavità hanno avuto un ruolo importante  nell’economia dell’abitato, poiché venivano utilizzate come cantine per depositare cibo ed evitarne il deterioramento».

Che influenza hanno i pozzi rispetto ai cedimenti?
«Stiamo parlando di pozzi verticali che non venivano quasi mai rivestiti con il tufo, ma rimanevano scavati nei sedimenti friabili; tutto ciò per 10, 15, addirittura 20 metri di spessore. Va da sé che quando non c’è manutenzione, assistiamo a distacchi dei sedimenti friabili dal pozzo, che cadono sul fondo e vanno ad ampliare la cavità, fino a minarla in superficie. Ma c’è di più: il fenomeno accelera e si amplifica, nel caso in cui, in superficie, siano state realizzati acquedotti, condutture, fognature sia private che pubbliche. La dispersione di acqua che si infiltra nel sottosuolo aggrava la situazione, specie dove il pozzo, dopo il suo utilizzo, è stato completamente chiuso in superficie, come è avvenuto, per il cedimento di Casoria. E come si registra, purtroppo, in altre zone di Napoli, della sue provincia e della Campania».

Come fare per evitare che si verifichino altri cedimenti?
«Innanzitutto bisognerebbe agire con un censimento delle cavità esistenti, altrimenti continueremo a trovarci di fronte ad aree al di fuori di ogni controllo. In alcuni comuni dell’hinterland partenopeo, mi riferisco, ad esempio al centro abitato di Afragola, si ha un censimento anche buono (risalente agli anni Settanta), mentre per altre zone siamo all’anno zero. I punti critici sono rappresentati, come dicevo prima, da quelli in cui sono stati realizzati in superficie acquedotti e fognature. Il fatto è, che siccome eventi di cedimento non si verificano tutti i giorni, i rappresentanti delle istituzioni, non se ne occupano più di tanto».

Da dove cominciare per affrontare il problema in maniera fattiva e con l’ottenimento di risultati tangibili?
«Noi da anni, da almeno un ventennio, abbiamo proposto un Piano regolatore del sottosuolo. Che è parte della città affiorante. La città e gli stessi servizi, si basano su quanto è stato realizzato nel sottosuolo, vale dire fognature, acquedotti, impianti attraversati da cavi, condutture in genere, linee della metropolitana. Non possiamo continuare a ‘ignorare’, anche per un discorso prettamente logico, che si curi soltanto la parte della città in superficie, e non quella, importantissima, fondamentale, del sottosuolo».

Quali gli step?
 «Occorre reperire delle risorse economiche per un progetto che si realizzi prima attraverso un censimento dei pozzi e dei ‘punti critici’ e poi attraverso il monitoraggio costante e la manutenzione. Tutto ciò per evitare che si verifichino episodi come quello di Casoria, di Portici o di Casalnuovo, per citarne solo alcuni».

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