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E’ il giugno del 1997 quando Torre Annunziata viene travolta da una storia che a ricordarla sembra far parte del peggior film dell’orrore mai visto. A scoprirla è una madre preoccupata e spaventata, che passeggiando con il suo bambino nel centro di Torre Annunziata, lo vede scoppiare in lacrime dopo aver incontrato il bidello della scuola. La donna, poco piu’ di trent’anni, collega nella sua mente alcuni particolari che da qualche settimana l’angustiavano: il piccolo tornava a casa con dei segni rossi ai polsi e alle caviglie. La mamma gli aveva chiesto piu’ volte di cosa si trattasse: ”Niente – rispondeva il bimbo – me li sono fatti giocando a pallone con i compagni”. Non era convinta, la mamma, e dopo tante esitazioni si e’ rivolta, per un consiglio, al maresciallo dei carabinieri Michele Camerino.

Il sottufficiale ha parlato con il piccolo, da amico, insieme con la mamma, ed e’ venuto fuori un primo pezzo di tragica verita’: ”Non voglio piu’ andare a scuola – ha detto il bimbo – ho paura, mi hanno fatto male”. Il maresciallo ha informato i suoi superiori e gli inquirenti. Era il gennaio del 1996: il primo passo dell’inchiesta sull’organizzazione di orchi. Gli psiconeurologi nominati dai pm fanno venir fuori il resto della terribile storia: il bimbo, e qualcuno dei suoi compagni, venivano incatenati, mani e piedi, ad un pannello di legno. E violentati. Questo spiegava i segni ai polsi e alle caviglie: erano gli anelli delle catene. Il ”pannello della tortura” e’ stato trovato, dai carabinieri, nel garage del ”Parco dei Poverelli”, la grigia scuola di periferia.

La mano del clan Tamarisco sullo spaccio a Torre Annunziata

“Parco dei Poverelli”, in cui a comandare era ed è il clan Tamarisco, con i fratelli Domenico, Bernardo e Francesco, capi di uno dei cartelli criminali più influenti e potenti della Campania. Che ancora oggi, stando alla relazione sugli assetti criminali riferita dalla Dia lo scorso gennaio, tesserebbe le fila degli equilibri malavitosi nel comune oplontino per quanto riguarda lo spaccio di stupefacenti. E proprio Francesco Tamarisco era tra i 19 imputati al processo per gli abusi subiti da quei bambini. Condannato, con altri 16 e poi prosciolto in appello.

Ma, nonostante questo, incapace di dimenticare come una donna, una mamma coraggio, Matilde Sorrentino, avesse osato denunciarlo. Lui che, a capo del clan detto dei ‘Nardiello’ aveva approvvigionato, grazie ai canali che da Spagna e Olanda, avevano fatto arrivare in Italia anche 1.500 kg di cocaina nel 2014, gli spacciatori sul “mercato” salernitano e napoletano. Che aveva trafficato in armi poi utilizzate nella guerra di camorra a Scampia tra i fedelissimi di Paolo Di Lauro e gli ‘Scissionisti’.

Non fu capace di lasciar passare, neanche di fronte a quell’assoluzione, che qualcuno avesse scoperchiato un mondo fatto di orchi e abusi nei quali c’era anche lui. E allora sarebbe stato lui stesso a dare l’ordine ad Alfredo Gallo, killer già condannato all’ergastolo in via definitiva come esecutore materiale dell’agguato. Una sentenza di morte, questa sì, senza appello, per Matilde Sorrentino, eseguita il 26 marzo 2004, che avrebbe portato, come riferisce un articolo di ‘Repubblica’ a firma di Dario Del Porto, 50mila euro nelle tasche dell’assassino. “Versati con due quote da 25mila euro ciascuno”, e poi i Tamarisco, secondo il racconto del pentito Francesco Raimo, “si erano fatti carico della sua detenzione e del pagamento del suo avvocato”.

Le dichiarazioni dei pentiti

Un altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Pellegrino, confermando la cifra corrisposta per l’omicidio, sostiene di aver saputo dallo stesso Tamarisco che la madre “mandava 500 euro al mese ad Alfredo Gallo per evitare che parlasse mettendo tutti nei guai”. Mentre in un’altra intercettazione un parente di Gallo, che fino al giugno 2017 ha ricevuto in carcere la somma di 40mila euro dai parenti, si lascia sfuggire che sì, “l’esecutore è stato lui, però i mandanti sono i Nardiello”.

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