Fortuna e Giuseppe, l'orrore che non si dimentica
Fortuna Loffredo e Giuseppe Dorice

La morte del piccolo Samuele avvenuta a Napoli, riporta alla mente quelle dei bambini uccisi nel Parco Verde di Caivano e a Cardito.

La tragica vicenda della morte del piccolo Samuele, che venerdì 17 settembre è precipitato dal terzo piano della casa in cui viveva con i genitori, in via Foria, a Napoli, ha riportato alla mente altre due vicende. Quella dei decessi di Fortuna Loffredo e Giuseppe Dorice.

Il primo avviene il 24 giugno 2014, quando la piccola di soli 6 anni cade dall’ottavo piano dell’isolato numero tre del Parco Verde di Caivano. Il volo di oltre dieci metri non lascia scampo a Fortuna, nonostante un abitante del palazzo la porti di corsa in ospedale. Le prime indagini, proprio come nel caso di Samuele, vanno nella direzione di un tragico incidente. La bambina si è evidentemente sporta troppo, magari giocando, e il resto solo una tragica fatalità. Ma la mamma di ‘Chicca’, Mimma Guardato, la zia e i nonni, non sono convinti. E l’esito dell’autopsia dà loro ragione. Fortuna è stata vittima di abusi sessuali. Partendo da questa agghiacciante scoperta, le indagini si intrecciano con quelle di un’altra storia, che, a quel punto, forse ha qualcosa in più da dire. Il 27 giugno 2013, Antonio, un altro bimbo, precipita dal settimo piano di quello stesso stabile. Per quella vicenda, Marianna Fabozzi, la madre del bambino, è indagata per omicidio colposo. Secondo gli inquirenti, il figlio sarebbe caduto nel vuoto, giocando vicino a una serranda semi-alzata.

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Ma forse c’è qualcosa di più. Prima Antonio, poi Fortuna: non può essere una coincidenza. E allora si decide di andare a fondo e scoprire cosa si cela dietro il muro di omertà che copre i palazzi del Parco Verde di Caivano. A fare la differenza nelle indagini, saranno i disegni dei bambini. Su tutti quelli della sorella di Antonio, amichetta di Fortuna, figlia di Marianna Fabozzi, sposata con Raimondo Caputo. Sarà lei a raccontare le ripetute violenze sessuali subite da “Titò” e come lui stesso, durante quegli stupri, le abbia confessato di aver violentato e ucciso Chicca. Grazie alle sue dichiarazioni, che vengono ritenute “assolutamente illuminanti ed inoppugnabili”, il 7 luglio 2017, Raimondo Caputo viene condannato all’ergastolo. Per Marianna Fabozzi la condanna è a 10 anni di reclusione.

Lo spettacolo dell’orrore a Cardito

Uno «spettacolo dell’orrore» frutto «del carattere irascibile e instabile di Tony che incontra la personalità servile, indefinibile, a tratti assente di Valentina», è, invece, ciò che accade domenica 27 gennaio 2019 a Cardito. Dove, il piccolo Giuseppe viene preso a calci, a pugni, afferrato e sollevato per il collo, e poi bastonato più e più volte, insieme con la sorellina. Violenze inaudite che causano la morte del bambino, per la quale , il 9 novembre 2020 sono stati condannati all’ergastolo Tony Essobti Badre, 27 anni e, a sei anni di reclusione, la sua compagna Valentina Casa, 33 anni, madre dei due bimbi. Un verdetto giunto al termine di 19 udienze, la prima iniziata il 30 settembre 2019.

Come riportano le carte processuali, in preda a un raptus, Tony si accanì sui due bimbi (di 7 e 8 anni) solo perché stavano saltando sul letto e, per questo, disturbavano il suo sonno. L’uomo mise in scena, ricorda la Corte, «un vero e proprio spettacolo dell’orrore, dove ogni esibizione di violenza veniva pensata con lucidità ed era già troppe volte stata provata». Pugni e calci alla piccola vittima e alla sorellina, per la maggioranza al volto e al cranio, tanto da tramortire il maschietto, «che non riusciva a camminare, respirava a fatica e non era in grado neppure di tenere la testa dritta», dirà poi la madre durante il processo. Una violenza in grado di rendere quasi irriconoscibile la sorellina, gonfia di botte e con un lobo staccato, come invece accerteranno i medici dell’ospedale dove la piccole venne ricoverata.

«Nella famiglia Essobti-Casa – sottolineano i giudici – non v’era traccia di affetto, di cura di attenzione per i bambini». Valentina Casa viene descritta come una donna che «si sottrae al suo ruolo di madre: è ben conscia delle violenze di Tony nei confronti dei suoi bambini (che hanno 3, 7 e 8 anni) e talvolta anche nei suoi confronti, ma è una madre assente, che lascia i suoi piccoli in condizioni igieniche precarie». Secondo la Corte, «aveva un ampio ventaglio di possibilità per evitare quell’orrore»: poteva chiedere aiuto alla famiglia, alle maestre, ai vicini, ai conoscenti, ai servizi sociali e alle forze dell’ordine, «ma non l’ha mai fatto». Oltre a mostrarsi «inerme», concordò con il compagno «di non mandare i figli a scuola, quando i segni delle percosse erano evidenti, per evitare che qualcuno potesse sospettare qualcosa».

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