L'immagine in rendering di Emanuele Sibillo (Stylo24)
Il vettoriale di Emanuele Sibillo (Stylo24)

di Giancarlo Tommasone

«Ciò che si è dimostrato talvolta avere lo stesso significato di altri gruppi basati sulla parentela, come tribù e banda». In una parola clan. Per definirlo tale occorrono fondamentalmente tre elementi: legame di sangue, culto dell’appartenenza, una guida carismatica. Meglio se mitizzata, meglio ancora se il capo è diventato un martire, nel nome di cui lottare e vendicarsi. A Napoli, in questo momento, l’unico clan che incarna questi tre elementi è il clan Sibillo di Forcella. Quello ispirato dalla visione totemica del baby boss Emanuele, ucciso a 19 anni. È una visione che nasce dai simboli della camorra pop, quella che la tv via satellite rimanda, ad esempio, tramite la serie Gomorra. Gli adepti hanno fagocitato il messaggio, lo hanno assimilato e quando se ne sono impossessati completamente, sono riusciti a controllarlo per i propri fini. Un esempio su tutti: il taglio di capelli alla moicana che Genny Savastano (il giovane boss della serie televisiva, nda) adotta nel momento in cui prende il comando, ispira il giovane Emanuele Sibillo, che imita il capo di celluloide nel look. Poi, però, il baby boss di Forcella e i suoi accoliti hanno un’altra intuizione, sempre legata a uno dei fenomeni più pop e allo stesso tempo terrorizzante del momento: copiano anche l’aspetto dei jihadisti.

Il giovane boss Emanuele Sibillo
Il giovane boss Emanuele Sibillo

Compaiono le prime barbe lunghe e incolte, che nell’universo mediatico rimandano inevitabilmente ai combattenti dell’Isis. Il territorio comincia ad essere marcato, sui muri di Forcella lo spray lascia le scritte FS 17. I richiami a tale acronimo sono ormai cosa chiara a tutti. Poi qualcosa cambia. La guida spirituale viene colpita e uccisa dal nemico, ma una guida spirituale non può morire. Diventa un totem. E allora da quel momento si passa alla sigla ES 17. Emanuele nel culto dei vicoli è diventato la Famiglia Sibillo, ora la incarna e la rappresenta anche iconograficamente. I parenti, i simpatizzanti e gli effettivi del clan, che fino ad allora si erano limitati ai tatuaggi, allo stampare magliette da calcio con la sigla FS, mettono in atto la fase 2 dell’indottrinamento: adesso l’immagine che deve campeggiare è quella del loro martire.

Cominciano a rasarsi i capelli lasciando «scolpite» sul cuoio capelluto le lettere e le cifre sacrali, poi sempre ispirandosi a un’icona pop, l’immagine più diffusa di Che Guevara (il celebre primo piano «Guerrillero Heroico»), ne realizzano una in ossequio alla loro guida spirituale, Emanuele, il capo che non muore mai e dall’alto accompagna i passi dei giovani camorristi. È un’immagine in formato vettoriale che si va diffondendo sempre più rapidamente e che verrebbe utilizzata per stampare magliette, adesivi e poster e come modello per realizzare tatuaggi.

L'immagine in rendering di Emanuele Sibillo (Stylo24)
L’immagine vettoriale di Emanuele Sibillo (Stylo24)

È una visione terrificante del simbolismo criminale portato sul piano, oseremo dire, religioso, qualcosa da gang sudamericana, ma pure da culto della personalità proprio dell’ex blocco sovietico.

La maglia della squadra di calcio della Famiglia Sibillo (Stylo24)
La maglia della squadra di calcio della Famiglia Sibillo (Stylo24)

Rappresenta però la realtà dei fatti nella parte più buia e pericolosa dei Decumani. Quella porzione della città in cui un gruppo di giovani, compiendo un percorso inverso rispetto a quello che ha portato alla diffusione planetaria degli aspetti simbolici della malavita (e quindi li ha resi pop cioè popolari, nda), se ne è riappropriata, li ha compressi e ricollocati nella dimensione da cui tutto è partito. Forse è questo il vero passaggio alla camorra 3.0, quella che torna senza filtro alcuno alla realtà, dopo aver attraversato le fasi del pop e del mito. Un mito sbagliato, naturalmente.