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di Giancarlo Tommasone

Un giallo nel giallo, nel segno degli investimenti da fare affidandosi a personaggi che saranno coinvolti, con ruoli e tempi diversi, in alcuni dei «misteri d’Italia». È uno strano periodo quello che va dal 1981 al 1983 e vede connessioni sempre più frequenti tra mafia, banda della Magliana e camorra.

Naturalmente c’è pure la politica, c’è la finanza
e c’è la vicenda del Banco Ambrosiano.

Quest’ultima porterà alla morte di Roberto Calvi. Alla fine della sua esistenza terrena, poco prima di ritrovarsi cadavere sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il «banchiere di Dio» entra in contatto con il finanziere sardo, Flavio Carboni.
Calvi stringe rapporti con lui, perché sta provando a reperire fondi che salvino il Banco, di cui è tornato ad essere presidente, appena lasciato il carcere. È in libertà provvisoria in attesa del processo di Appello. Era stato arrestato per reati valutari. Flavio Carboni non è proprio l’ultimo arrivato.

Secondo gli inquirenti e i vari procedimenti che lo vedono coinvolto, il finanziere di Torralba è legato a Francesco Pazienza, Licio Gelli, Pippo Calò, il potente banchiere della mafia, e alla banda della Magliana. Con Carboni, Calvi entra in un circuito delicato, pericolosissimo, che espone alla morte: per evitarla bisogna sapersi muovere e «camminare» come si deve.

Nel circuito del riciclaggio entrano anche diversi camorristi.

«Fanno riferimento a Carboni», scrivono i magistrati in voluminosi faldoni composti da migliaia di pagine, soprattutto per il riciclaggio di denaro sporco. In quel periodo Roma, oltre a essere capitale d’Italia, è anche capitale degli intrighi: interi gruppi camorristici sono «saliti» nel Lazio, perché è lì che girano i soldi, è lì che ci sta la politica.

Del resto Cosa Nostra lo aveva capito da tempo
e a Roma aveva mandato Pippo Calò.

Che rappresenta un riferimento anche per i Nuvoletta di Marano, mafiosi campani, intorno a cui ruotano molti clan. Uno di questi vede la presenza, sotto il loro vessillo, di Angelo Moccia e di Pasquale Galasso.
Secondo il collaboratore di giustizia Carmine Alfieri, che viene interrogato dal giudice nell’ambito del processo per l’omicidio Calvi, «Angelo Moccia diede dei soldi a Flavio Carboni. Non so però se quei soldi furono restituiti e a cosa fosseroo destinati. Anche Galasso – continua il pentito – avrebbe potuto fare una operazione del genere, perché come Moccia era uno che aveva il fiuto per gli affari».
Di che investimenti si fosse trattato resta comunque un mistero, come quello dei rapporti che Flavio Carboni – scrivono i magistrati – intrattiene con esponenti della camorra.

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