Il boss Giuseppe Polverino subito dopo la sua estradizione dalla Spagna

Lo scontro per la gestione del traffico di stupefacenti

di Giancarlo Tommasone

Individuato, braccato e giustiziato da killer che indossano finte casacche dei carabinieri; è il prezzo che paga un uomo per essersi allontanato dal clan Polverino. L’episodio è stato raccontato dal collaboratore di giustizia Massimo Tipaldi, la cui deposizione è allegata agli atti di una inchiesta che nel 2009 fu condotta contro il clan guidato da Giuseppe Polverino, alias Peppe ’o barone. I magistrati che stilano la richiesta di 84 misure di custodia cautelare, sottolineano: «Nel periodo al quale si riferisce Tipaldi, Giuseppe Polverino era già implicato a pieno titolo nelle attività relative alle costruzioni (era l’effettivo dominus della società Cafa 90, di calcestruzzo, ed era anzi diventato il numero uno, secondo le affermazioni del Tipaldi), ma il suo clan si interessava anche di traffico di stupefacenti e di estorsioni».

ad
Il racconto / «Il giubbotto salvò Edoardo Contini,
parò i proiettili indirizzati alla schiena»

Tipaldi sollecitato dalla domanda del pm, relaziona pure circa un omicidio di un ex esponente del clan Polverino, il nome del soggetto in questione è «omissato». «In una villetta a Mondragone, si era rifugiato (omissis) con i familiari ed altri personaggi a lui legati. All’epoca era in corso una feroce faida a Marano tra i Polverino e altre persone, e da questa scaturì la rappresaglia nei loro confronti. La faida era derivata da un litigio tra Peppe Polverino e (la persona che poi fu ammazzata), persona che apparteneva al clan del primo (di Giuseppe Polverino) ma poi se n’era distaccata», racconta il pentito. Che spiega: «Il litigio era avvenuto in quanto (questa persona) si stava rendendo autonomo nel traffico di stupefacenti. Aveva successivamente costruito delle case, prendendo il calcestruzzo dalla Cafa 90, senza pagarlo».

Leggi anche / «Il boss Abbinante
mediatore tra Di Lauro e Polverino»

«Come si svolse la missione di morte?», viene chiesto a Tipaldi. E il collaboratore di giustizia racconta: «Costoro (anche il nome di questi soggetti è omissato), unitamente ad altri della batteria di fuoco di Polverino, si erano recati a Mondragone con indosso delle casacche dei carabinieri. E con il lampeggiante sull’auto, di cui non so il tipo, fingendosi appartenenti alle forze dell’ordine. Non so in quanti entrarono, ma mi fu detto che le donne furono fatte entrare in una stanza ed in un’altra stanza fu ucciso (omissis) ed un amico del figlio, ovvero il figlio di (omissis), mentre il figlio di (omissis), di cui non conosco il nome, riuscì a scappare dalla finestra».