Diego Guida

In media una prima edizione prevede la stampa di 500 esemplari

di Giancarlo Tommasone

Fascette dei libri con messaggi «ingannevoli» rispetto alla reale vendita dei volumi. La circostanza è stata sottolineata dallo scrittore Vins Gallico, che ha «denunciato» un metodo che sarebbe attuato da molte case editrici con lo scopo di invogliare il lettore all’acquisto di un’opera. Sul caso sollevato dall’autore calabrese, Stylo24 ha raccolto le considerazioni di Diego Guida, presidente nazionale del gruppo Piccoli editori dell’Aie (Associazione italiana editori).

Il caso / Le fascette promozionali dei libri? Danno i numeri (falsi)

Come giudica tale modalità, che poi alla fine si traduce nella diffusione di numeri «dopati»?
«Purtroppo si tratta di un tipo di metodo attuato soprattutto dai grandi editori per dimostrare di essere più bravi degli altri. E’ un fenomeno che è sempre esistito, in Italia e all’estero, e che fino alla comparsa dei sistemi telematici, non era stato mai possibile verificare, rispetto alle effettive vendite dei volumi. Prima c’era solo un mezzo per rendersi conto del venduto: andare a controllare i magazzini delle case editrici».

Possiamo parlare, quindi, di pubblicità ingannevole, di numeri di copie (eventualmente) stampate «propinate» per vendute?
«In effetti sì. E poi diciamo che ad aggravare la situazione c’è il ‘bisticcio’ delle parole e delle informazioni relative ai volumi consegnati in libreria, rispetto alle opere effettivamente acquistate dai lettori. Il mondo dei libri si basa ancora su un sistema che potremmo definire arcaico».

Vale a dire?
«Nel senso che vive ancora del contratto estimatorio, cioè di quell’istituto giuridico che permette all’editore di consegnare in libreria un quantitativo di opere, che non sono necessariamente acquistate ma sono in conto vendita, in conto deposito. E quindi si dà origine all’equivoco, magari anche in buona fede: se si consegnano, faccio un esempio, mille copie a una libreria, non è detto che siano state vendute».

Tornando al caso sollevato da Gallico, a cosa portano i numeri «dopati»?
«Non attuando questa strategia, non so a che tipo di beneficio effettivo possa condurre. Posso dire però, che da una parte mi fa piacere sia emerso il caso, perché molto spesso, quando gli autori si lamentano con i piccoli editori e li accusano di non riuscire a vendere tanti libri, si può far capire loro che il problema, tranne rare eccezioni, viene vissuto anche dalle grandi case editrici. Non si tratta di saper fare o meno pubblicità al prodotto e attuare tecniche di marketing. In realtà in questo momento storico, nessuno o quasi, è più capace di vendere tanti libri».

Come ha influito il web e la vendita telematica sul mercato?
«Per quel che riguarda le piccole case editrici, posso dire che l’impatto è stato molto positivo, perché dà maggiore possibilità di veicolare il prodotto».

Quante copie stampa, in media, per una prima edizione, una piccola casa editrice?
«Molto dipende dall’autore, dalla qualità e dalle aspettative del libro. In media, però, si è passati dallo stampare tremila copie (nel periodo prima della crisi economica del 2009-2010) alle 500 dei giorni nostri».

Concludendo, «dopare» le vendite fa male un po’ a tutti?
«In effetti sì, innanzitutto si dà una notizia ‘falsa’. La cosa non fa bene né all’autore, né depone a favore della serietà delle case editrici che attuano questo tipo di sistema, e si ‘inganna’ soprattutto il lettore saltuario. Che spesso acquista un libro perché ‘tentato’ proprio dal numero di copie che quel determinato volume ha venduto».