martedì, Ottobre 4, 2022
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Fallimento dei dragaggi al porto, perché Spirito tace?

Il presidente dell’Adsp di Napoli aveva annunciato, tre anni fa, che entro 12 mesi l’opera sarebbe stata completata. Non solo non è vero, ma è stata fatta pure male. E ora gli operatori chiedono i danni

«In questi tre anni dovevamo affrontare diverse questioni rilevanti. La prima è stata far ripartire gli investimenti per i porti della Campania tra cui il piano dragaggi». Con queste parole, lo stesso presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, Pietro Spirito, lo scorso mese di gennaio, a inizio del nuovo anno, mise, se non al centro, ma, quantomeno al primo posto nel suo elenco delle cose fatte, il famoso (famigerato?) piano dragaggi per i porti campani, a cominciare da quello di Napoli. Un elenco che voleva essere un modo per preparare il terreno in vista di una sua candidatura per un secondo mandato, poi puntualmente presentata. Partendo proprio da qualcosa atteso da decenni nel capoluogo campano.

Per i profani, il dragaggio è l’operazione di scavo eseguita da un galleggiante mobile (appunto battello-draga) mediante draghe (macchine scavatrici) per la rimozione di materiale dal fondo marino. L’obiettivo è quello di permettere a navi più grandi di accedere in un porto per scaricare merci, far scendere persone o permettere la riparazione dei natanti. Tanto che, come riportava lo stesso sito dell’Adsp, presentando il piano da più di 45 milioni di euro, «al termine dei lavori le banchine del porto di Napoli»avrebbero dovuto raggiungere «mediamente i 15/16 m. di profondità».

Fin qui tutto normale, almeno all’apparenza. Se non altro nelle parole. Sì perché siamo davvero sicuri che Spirito faccia bene a vantarsi dei dragaggi nel porto di Napoli? Se pensiamo che, come già denunciato da Stylo24, questi sono stati effettuati al centro dello specchio d’acqua ma non in prossimità di alcune banchine, forse tutto c’è, meno che da sottolineare la bontà dell’operazione. Tra l’altro, da sempre sbandierata a gran voce. Se è vero come è vero che già nel dicembre 2017, oltre a sottolineare come «il dragaggio del porto di Napoli» sarebbe dovuto essere completato «alla fine del 2018», Spirito annunciava la possibilità, già per quella estate, di «ospitare le grandi navi commerciali». Ma dove? E come?

Se non fosse qualcosa di così grave, ci si potrebbe anche ridere su. Come si può anche solo lontanamente pensare di fare un dragaggio al centro delle darsene tralasciando le banchine? Di fatto si impedisce ad alcune navi di avvicinarsi a queste ultime. E come si potrà consentire lo scarico delle merci? Come si faranno scendere le persone? Praticamente, altro non è se non un modo per vanificare del tutto l’intervento e un grande spreco di fondi pubblici per un’opera inutile. Episodio che palesa incompetenza e irresponsabilità a fronte di un danno epocale. Anche perché non parliamo di interventi semplici da ripetere. Nonostante l’Autorità Portuale parli di una seconda fase proprio presso le banchine. Considerati i tempi di attuazione è facile prevedere che quando sarà attivata una misura del genere, si dovrà ricominciare da capo.

E quello che sorprende è che chi dovrebbe effettuare delle verifiche sull’operato delle Autorità Portuali, dalla magistratura contabile al ministero dei Trasporti, non rilevi fatti di tale gravità.

Il tutto colpendo in pieno viso, anche se, forse, sarebbe meglio dire alle spalle, gli operatori che continuano a scontrarsi con delle difficoltà le cui responsabilità sono attribuibili unicamente alla gestione dell’Autorità portuale del Mar Tirreno centrale e del presidente Pietro Spirito. A capo di un mondo di inefficienza che ha dell’incredibile. E contro il quale sono stati già chiesti danni presso le sedi di competenza. Primo, ma solo in ordine cronologico, è stato l’armatore Aponte, che si è rivolto prima al Tar, poi al tribunale civile, sostenendo che l’inerzia dell’Autorità Portuale gli abbia causato gravi danni impedendo finora «l’attracco, presso gli ormeggi in concessione a Soteco s.r.l. delle navi di grosse dimensioni e lo svolgimento dell’attività di logistica svolta dalla società ricorrente, in ragione dell’impossibilità di effettuare le operazioni di carico/scarico dei containers». E altri concessionari stanno per fare lo stesso, a fronte di una vicenda che porterà a un ulteriore spreco di tempo e denaro. Non proprio il massimo per chi ha avuto l’ardire di presentare quella ricandidatura.

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