Soldi e droga recuperati dai carabinieri nel corso di una operazione (foto di repertorio)

INCHIESTA DOMINO BIS Il picchiatore del clan D’Alessandro si organizza per punire i pusher che non sono precisi con i pagamenti

Non solo amnesia a marijuana, ma anche «fumo». Nell’area stabiese, chi doveva rifornirsi di stupefacente, stando a quanto emerge dalle intercettazioni allegate agli atti dell’inchiesta Domino bis – scaturita in sedici arresti contro il clan D’Alessandro -, doveva farlo acquistandolo, esclusivamente dall’organizzazione criminale con base storica a Scanzano (rione di Castellammare). Sono le direttive che il boss Sergio Mosca (consuocero del defunto padrino Michele D’Alessandro) impartisce agli affiliati, in particolare a quelli che hanno il compito di proteggere gli affari, e il monopolio della cosca nel distribuire la droga a chi si occupa dello spaccio al dettaglio.

Quello che gli inquirenti – stando ai riscontri investigativi – ritengono uno dei più determinati a far rispettare le regole del clan, è Antonio Longobardi, detto Ciccillo (finito in arresto insieme ad altre 15 persone). Dalle indagini «risulta la rilevante caratura criminale – è scritto nell’ordinanza a firma del gip Fabrizio Finamore – di Antonio Longobardi, pronto a tutto, pur di aiutare concretamente Sergio Mosca nell’attività di spaccio tesa a rimarcare il suo dominio assoluto sul territorio stabiese». Il 4 luglio del 2018, intercettazioni ambientali accertano l’incontro che avviene tra Mosca e Longobardi.

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Evidentemente – sottolinea il gip nell’ordinanza – la ricompensa in denaro riservata a quest’ultimo, «lo esalta a tal punto che Longobardi si lasciava andare a una esternazione allarmante circa i metodi autoritari ed estremi da utilizzare per convincere gli spacciatori a pagare puntualmente e a rifornirsi tutti dal loro canale (quello del clan di Scanzano, ndr)».

La squadra di picchiatori da far agire
contro chi non rispetta le regole del clan

«Se tu – Longobardi si rivolge a Mosca – mi dici scendi (mi dai il permesso di agire, ndr), mazze di ferro, faccio una squadretta di due, tre di loro». Si tratta di una vera e propria task-force, da organizzare con l’obiettivo di far rispettare le regole imposte dal clan D’Alessandro. Longobardi aggiunge pure che alcuni giorni prima ha «picchiato quello del bar», un pusher che non si sarebbe comportato bene, contravvenendo a quanto decretato dalla cosca di Scanzano.

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