pistola
Due camorristi criticano l'affiliato incapace (foto di repertorio)

Il reggente di un cosca intercettato mentre parla del figlio del capoclan finito in galera

Il comando si può pure ereditare, ma non basta essere il «figlio di» per riuscire nella mission, soprattutto quando si deve guidare un gruppo malavitoso. L’intercettazione della conversazione che avviene tra due camorristi, è molto interessante sotto il profilo non solo delle indagini, ma pure della comprensione della mentalità criminale. «Uno poi dice, certe volte: si rispetta il cane per il padrone. Tu sei il figlio di un grande uomo, e nessuno lo mette in dubbio, però tu chi sei che vuoi comandare?», argomenta il reggente della cosca che sostituisce momentaneamente il capo finito in galera. «Tu sei uno che non vale niente – continua riferendosi al rampollo del capoclan –. Scendi e ti prendi i soldi che non ti appartengono e uno perché ti dovrebbe far comandare? Per la bella faccia tua?». Il rispetto, secondo l’affiliato di rango che fa eco al suo «superiore», è una «cosa che si merita giorno dopo giorno, pure con la galera, e come ti muovi in mezzo alla strada. Questo non è mai sceso da sopra (di casa, ndr), che subito vuole stare in mezzo». «E poi – continua il discorso, il reggente pro tempore della cosca – questo scemo non dice mai niente. Loro fanno i soldi e noi ci prendiamo i guai. Hai capito qual è il fatto? Tu lo pensi in testa tua e poi mi vuoi far fare la testa di legno a me?». «Come credi che uno ti deve rispettare, per il vestito che tieni addosso e per la bella faccia tua? Senza esperienza? Questa è la malavita , fai un nuovo  reato, ti metti all’altezza e poi vieni e dici. Vuoi cambiare le carte in tavola? E fai vedere. E poi ti rispettiamo nella malavita», tiene a sottolineare il camorrista.