Il porto di Napoli

Le mani della camorra sullo scalo marittimo

di Giancarlo Tommasone

Tra i 52 indagati dell’inchiesta «Piccola Svizzera» figura anche il genero del boss Carmine Montescuro (l’ottantacinquenne considerato il vertice dell’omonimo clan, e scarcerato lo scorso venerdì per non meglio precisati motivi di salute).

Torna nella sua casa
di Sant’Erasmo il boss Montescuro

Si chiama Salvatore Aragione (classe 1957), detto ‘o ‘mericano, e ha sposato una delle figlie di zì Menuzzo, come è meglio conosciuto nell’ambiente malavitoso, Montescuro. Secondo il pubblico ministero, la cosca di Sant’Erasmo sul fronte degli illeciti agisce nella zona del porto di Napoli, «in maniera del tutto esclusiva». Ed è caratterizzata da una forte matrice familiare.

Le caratteristiche
del clan di Sant’Erasmo

Il pm ha contestato «la qualifica di capo e promotore, anche al genero di ’o Munuzz, Salvatore Aragione. Secondo la impostazione accusatoria, Aragione opererebbe, anche tramite la ditta gestita dai figli, come riciclatore dei proventi illeciti del suocero e, come supporto del suocero e di Nino Argano (altro indagato), quale sorta di “informatore” privilegiato sulle attività ed iniziative commerciali ed imprenditoriali in zona porto, cui avrebbe facilità di acceso in quanto imprenditore – in tal senso la accusa gli contesta, a titolo di concorso, l’estorsione in danno di un’azienda di costruzioni (che opera proprio all’interno dello scalo partenopeo). Va pure detto che per Aragione era stato chiesto l’arresto, ma il gip ha escluso in toto l’esistenza della gravità indiziaria nei suoi confronti. Anzi, secondo quanto emergerà dalle indagini, Aragione sarebbe addirittura vittima delle richieste estorsive del suocero.

I pentiti / Porto di Napoli, gli ex boss:
tangenti su aperture dei container

«A dispetto della contestata partecipazione di Salvatore Aragione alla associazione per delinquere promossa e diretta dal suocero, peraltro con la attribuzione del ruolo di capo ed organizzatore, il materiale intercettivo pone Aragione dalla parte dell’estorto, quasi come una vittima delle ingiuste pretese del suocero», al pari di altri imprenditori. Così è riportato nell’ordinanza a firma del gip Alessandra Ferrigno. Uno degli imprenditori taglieggiati, nel corso di una telefonata intercorsa con Montescuro, rappresenta a quest’ultimo che ogni decisione sui pagamenti (del pizzo) doveva prenderla insieme ai suoi soci, tra i quali dice, c’è pure Aragione. «Ora a prescindere dalla esistenza o meno di rapporti di lavoro tra (l’imprenditore taglieggiato, che ha una ditta di autotrasporti) e Aragione e della natura delle stesse, emerge con chiarezza che Aragione non voleva cedere alle richieste del suocero e che anzi subiva con enorme fastidio il fatto di “trovarsi in mezzo” tra suocero e cognato (Antonio Montescuro), estorsori e la vittima», argomentano gli inquirenti. La situazione diventa insostenibile quando Carmine Montescuro si mette in testa di far pagare agli imprenditori che lavorano al porto, la tangente, in anticipo.

Il metodo / Camorra di Sant’Erasmo,
il pizzo pagato all’estorsore tramite bonifico

I taglieggiati si trovano così, durante l’anno, costretti a versare più rate rispetto alle due pattuite da seimila euro ciascuna, da pagare in occasione del periodo natalizio e a giugno. Particolarmente significativa su questo versante è la conversazione (ottobre del 2016) intercettata tra Salvatore Aragione e l’imprenditore che gestisce una ditta di autotrasporti (e che ha indicato a Montescuro, Aragione come proprio socio). «(Carmine Montescuro) i soldi da gennaio a giugno già se li è presi anticipati (…) mo vuole la seconda parte, la prima già se l’è presa, per avere la seconda dovrebbe arrivare a dicembre», dice l’interlocutore al genero del boss.

Gli affari illeciti / Il collaboratore di giustizia:
un finanziere faceva uscire i container
con la cocaina dal porto

«E li vuole adesso (…) poi viene a dicembre e salda agosto», afferma Aragione. «Poi viene a dicembre e vuole pure quelli di giugno, la seconda parte», dice l’interlocutore ad Aragione. E quest’ultimo afferma: «Può essere che fino ad agosto muore». Rispetto alla conversazione in oggetto, annotano gli inquirenti, «appare subito l’esistenza di un’intesa comune tra i due interlocutori, per contrastare Montescuro, ma soprattutto emerge il disprezzo che i due nutrivano nei confronti di questi. Il contenuto della conversazione, inoltre, rivela chiaramente l’importo della somma estorsiva, pari a 12.000 euro all’anno, corrisposta in due tranche: Natale e giugno, che l’imprenditore consegnava per Montescuro, attraverso Salvatore Aragione».

La contabilità
delle rate estorsive

La contabilità delle rate estorsive, si evince sempre dalle intercettazioni, «era addirittura tenuta da (una parente) di Salvatore Aragione». «Lei (la ragazza) ha la data» del versamento, sottolinea l’interlocutore del genero del boss.