La misura venne inserita nell’ordinamento penitenziario italiano dopo le stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

In Italia sono 957 i condannati all’ergastolo ostativo, ovvero la pena senza fine e senza la possibilità di accedere a qualsiasi misura alternativa al carcere e a ogni beneficio penitenziario. E sono loro che, dopo che la Corte europea dei diritti umani ha respinto il ricorso dell’Italia contro la sentenza Viola (boss calabrese della ‘ndrina di Taurianova), potranno chiedere permessi premio e liberazione condizionale. Rischiando di annullare la misura inserita nell’ordinamento italiano a inizio anni Novanta, dopo le stragi in cui vennero uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La gran parte di loro è stata condannata per associazione di stampo mafioso. E i nomi sono stati resi noti dalle cronache, ma anche dalla letteratura e dalla cinematografia (grande o piccolo schermo che sia). Ce ne sono tanti anche in Campania, dove è risuonata l’eco della notizia e dove il primo nome a cui si è pensato è senza dubbio quello di Raffaele Cutolo. Il boss della Nco, dietro le sbarre da quarant’anni (di cui 25 passati in isolamento), che proprio in carcere, prima dell’isolamento totale con la legge 41 bis, creò un esercito in grado di insanguinare negli anni ’80 le strade di Napoli durante la guerra con gli altri clan.

E con “il professore” di Ottaviano, al carcere ostativo è condannata anche l’intera cupola dei Casalesi che ha continuato, negli anni, a non voler collaborare con la giustizia. A cominciare da Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, il boss per eccellenza del famigerato cartello camorristico. E come lui Michele Zagaria, Francesco Bidognetti. Ma anche Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista del cartello, che durante la sua scarcerazione ottenuta con un falso certificato di cecità uccise e fece uccidere 18 persone, lasciando stampata nella memoria la notte del 18 settembre 2008, quando venne compiuto il massacro di Castel Volturno, che in pochi attimi lasciò a terra 7 cadaveri.

Non si contano, invece, quelli della faida di Scampia, che ha portato al regime di carcere ostativo per Paolo Di Lauro e alcuni dei suoi figli, tra cui Cosimo e l’ultimo finito in manette nel marzo scorso, Marco.

E ancora Edoardo Contini, ras di uno dei più longevi e potenti clan di Napoli. O Umberto Onda, pericoloso boss di Torre Annunziata, che si trova nel carcere di Terni al 41 bis. Così come Ferdinando Cesarano, storico ras di Castellammare che, condannato al poco invidiabile record di 30 ergastoli, ha scelto di dedicare il tempo a sua disposizione allo studio: per lui il diploma e due lauree conseguite sempre senza il minimo accenno al pentimento. E ancora Luigi Di Martino, reggente del clan Gionta di Torre Annunziata, per il quale il 41 bis, nel carcere di Opera, è scattato dopo che, recluso tra i detenuti comuni, tra cui altri camorristi, decise, alleandosi con i Mallardo di Giugliano, l’omicidio di Aldo Autuori, nel 2015.

Per loro, almeno in via teorica, la possibilità di dimostrare che, in seguito alla lunga carcerazione, non sono più pericolosi e che possono beneficiare di permessi. Magari anche degli arresti domiciliari.