lunedì, Novembre 28, 2022
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Elena Ceste non è stata uccisa

Per qualche mese ospiteremo sulla nostra testata un libro a puntate. Il testo «Il caso Buoninconti Ceste, eziopatogenesi di un errore giudiziario» è stato scritto dalla criminologa Ursula Franco che è stata consulente della difesa di Michele Buoninconti. Ursula Franco è medico chirurgo, criminologo e Statement Analyst e si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. La Franco è stata consulente della difesa di Stefano Binda.

L’omicidio per mano di «una persona diversa»

Vediamo come, nel tentativo di escludere che la fuga della Ceste potesse essere stata «architettata da altri» e nel tentativo di escludere che l’omicidio della Ceste potesse essere stato commesso da una «persona diversa», l’accusa abbia tratto conclusioni che permettono di escludere che un omicidio sia stato commesso e che accreditano, invece, l’ipotesi dell’allontanamento volontario in preda ad una crisi psicotica.

A pag. 194 della Richiesta di applicazione misura cautelare si legge: «Del pari impraticabile la eventualità di una fuga architettata da altri. Per cominciare: la donna era nuda, scalza, con i suoi indumenti nel cortile di casa, il che non si giustifica in nessun modo. Irragionevole agevolarne la fuga e disfarsi dei vestiti. Ancora più implausibile, tale ricostruzione, in ragione del ritrovamento del cadavere nudo presso il Rio Mersa a una distanza esigua dalla privata abitazione (…) immaginare quindi l’interesse di qualcuno ad uccidere Elena Ceste tra le ore 8.15 e le 8.40 del 24 gennaio 2014 approfittando dell’assenza del marito da casa (malgrado fosse inusuale che andasse a portare i bambini a scuola), caricando il corpo di lei per disfarsene nel Rio Mersa ad un chilometro da casa appare del tutto impraticabile.

Se i tempi, per come ricostruiti sono compatibili con l’essere stato Buoninconti ad uccidere la moglie ed occultarne il cadavere, tanto più sarebbero inadeguati per l’azione di una persona diversa che, senza l’uso delle chiavi, spogliandola completamente, abbia lasciato tutto in casa, vestiti in cortile, portandosi via Elena Ceste, gettandola nel Rio Mersa senza essere visto, senza le urla di lei (anomalie tutte negate dai vicini presenti nelle rispettive abitazioni).

Il tempo a disposizione peraltro, essendo ella stata vista alle 8.15 e il marito di ritorno alle 8.40/8.45, avrebbe dovuto anche tener conto di un rientro di Buoninconti anticipato non potendo essere state messe in conto la sosta al comune e quella per l’esame del foglio con indicazione dell’orario di ricevimento del medico di base. In questo brevissimo tempo si sarebbe dovuto consumare l’assassinio, il denudamento, l’allontanamento da casa silenzioso ed occulto».

Perché nessuno ha collegato il denudamento con la psicosi che era stata diagnosticata alla Ceste dallo psichiatra della procura? Il fatto che i resti della Ceste siano stati rinvenuti nascosti, ma non occultati, e ad una «distanza esigua dalla privata abitazione» non è un’ulteriore riprova che Elena raggiunse quel luogo da sola?

Se l’avesse uccisa Buoninconti l’avrebbe propriamente occultata e ad una certa distanza da casa. Se l’avesse uccisa Buoninconti e avesse occultato il corpo sotto casa, non l’avrebbe poi descritta come una donna nuda e in stato confusionale. Se l’avesse uccisa Buoninconti niente e nessuno l’avrebbe costretto a dare l’allarme con il cadavere in auto, e niente e nessuno l’avrebbe costretto a nasconderne il corpo a poche centinaia di metri da casa. Se Buoninconti avesse ucciso sua moglie al suo ritorno dal paese, come contestatogli dall’accusa, egli avrebbe potuto prendersi tutto il tempo possibile prima di dare l’allarme, almeno fino al ritorno dei bambini dalla scuola.

Secondo i giudici del riesame Buoninconti era «pressato nel suo agire dall’unica esigenza di dare l’allarme in tempi quantomeno ragionevoli» (pag. 51 dell’Ordinanza di riesame). Un comportamento da innocente de facto, evidentemente. Non è forse illogico pensare che, pochi secondi dopo aver commesso un omicidio e dopo aver messo in auto il cadavere della vittima, un assassino faccia due telefonate, ma soprattutto informi i vicini della scomparsa della vittima per accentrare l’attenzione su di sé prima dell’occultamento del cadavere a 800 metri da casa? Una ricostruzione illogica e che non ha pari nella casistica.

Si noti «(malgrado fosse inusuale che andasse a portare i bambini a scuola)». Perché nessuno ha associato il malessere di Elena con il fatto che quella mattina non avesse accompagnato i bambini a scuola come era solita fare?

Elena non accompagnò i bambini a scuola perché non se la sentiva e non se la sentiva perché non stava bene. Per lo stesso motivo Elena aveva chiesto a suo padre di chiamare Michele per chiedergli di accendere la caldaia della casa di Govone, temeva, infatti, di non essere in grado di riportare al marito le parole del padre e questo perché pensieri ossessivi persecutori le occupavano la mente. Perché la procura non ha associato il fatto che Elena non abbia accompagnato i bambini a scuola con l’accordo da lei preso con il marito per recarsi dal dottore in mattinata?

Perché la procura ha messo tra parentesi «(malgrado fosse inusuale che andasse a portare i bambini a scuola)»? Vi ricordo che la procura ha messo tra parentesi un’altra informazione come questa, ovvero un’altra informazione che pesava sul piatto della bilancia dell’allontanamento volontario, quella relativa alla donna segnalata a Tenerife e riconosciuta come Elena dai familiari, ma non da Michele Buoninconti (Pag. 67 della richiesta di applicazione misura cautelare). Non appare anche a voi inaspettato che informazioni di tale portata siano state poste tra parentesi?

E ora, se volessimo credere alle conclusioni della procura, ovvero che Elena non sia morta per assideramento, ma sia stata uccisa, è evidente che una «persona diversa» avrebbe avuto molto più tempo di Buoninconti per uccidere la Ceste e per condurne il corpo al Rio Mersa.

Michele lasciò la propria abitazione intorno alle 8.10 per farvi ritorno circa 35 minuti dopo, alle 8.45, quindi una «persona diversa» avrebbe potuto uccidere la Ceste in quell’intervallo di tempo, un intervallo di tempo maggiore di quello a disposizione di Michele che dopo essere rientrato a casa alle 8.45 e, secondo l’accusa, aver, in qualche imprecisato modo, ucciso la moglie e averne caricato il corpo in auto, già alle 8.55.04 chiamò la vicina M. C. con il cadavere di Elena in auto e mentre era in viaggio verso il luogo del rinvenimento dei resti. Roba da Superman.

Versione che, peraltro, come abbiamo visto in precedenza, non tiene conto di ciò che era emerso dai tabulati telefonici e dalle testimonianze, ovvero che alle 8.55.04 Michele era a casa e che alle 8.57.28 Michele si trovava davanti al cancello dell’abitazione di A. R., ovvero ancora nei pressi di casa sua e quindi non ebbe mai neanche il tempo materiale per raggiungere il sito del rinvenimento dei resti di Elena.

Infine «gettandola nel Rio Mersa senza essere visto, senza le urla di lei (anomalie tutte negate dai vicini presenti nelle rispettive abitazioni)» e «In questo brevissimo tempo si sarebbe dovuto consumare l’assassinio, il denudamento, l’allontanamento da casa silenzioso ed occulto», non sono forse considerazioni che valgono per tutti, anche per Buoninconti, o a Michele vogliamo attribuire dei superpoteri?

A pag. 70 dell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva il Gip prova ad argomentare i motivi per i quali abbia escluso che l’omicidio potesse essere stato commesso da un estraneo affermando di ritenere «del tutto inverosimile che nel corso di tali eventi Elena Ceste non abbia opposto alcuna resistenza, né abbia urlato, tentando di attirare l’attenzione dei vicini, che pure erano presenti e non hanno registrato alcuna anomalia». Questa lettura dei fatti non vale forse anche per il povero Buoninconti?

L’assenza di segni di una colluttazione

A pag. 58 dell’Ordinanza di riesame si legge: «certamente Buoninconti non mostrava alcun segno che potesse testimoniare una colluttazione o una qualche forma di reazione da parte della sua vittima».

Se la Ceste fosse stata aggredita si sarebbe difesa. Elena era giovane e sana fisicamente, se fosse stata aggredita avrebbe reagito dilatando i tempi di questo fantomatico omicidio.

Possibile che il fatto che Buoninconti non mostrasse «alcun segno che potesse testimoniare una colluttazione o una qualche forma di reazione da parte della sua vittima» non abbia indotto i giudici del riesame a mettere in dubbio l’ipotesi omicidiaria? Possibile che l’assenza di conferme all’ipotesi omicidiaria (assenza di segni sul corpo di Buoninconti, assenza di segni di trasporto di un cadavere sulle auto in uso a Buoninconti, assenza di segni riferibili all’occultamento sulle calzature di Buoninconti, sui suoi abiti, e sulla sua auto) non abbia indotto i giudici del riesame a mettere in dubbio il castello accusatorio della procura?

Il cane di Elena

E’ anche irrilevante al fine della ricostruzione degli eventi che si susseguirono quella mattina il fatto che il cane della famiglia Buoninconti sia rimasto in cortile dopo l’apertura del cancello e l’allontanamento di Elena, il cane, infatti, non si allontanò neanche quando fu Michele ad aprire ripetutamente il cancello quel giorno. E’ interessante, invece, il fatto che quel cane non abbia abbaiato mai quella mattina richiamando in tal modo l’attenzione dei vicini, un comportamento di certo non dirimente, ma di sicuro non una conferma della fantomatica aggressione.

Inoltre, come ho già detto, Buoninconti lasciò la casa verso le 8.10 e al suo ritorno, circa 35 minuti dopo, trovò la casa come l’aveva lasciata, nonostante Elena fosse rimasta a casa per occuparsi delle faccende domestiche e «per preparare il pranzo», come vuole la procura. Il fatto che, al ritorno di Michele, la casa fosse ancora in disordine avvalora l’ipotesi dell’allontanamento volontario della Ceste di poco posteriore alla partenza del marito e dei figli. Se la Ceste fosse rimasta in casa, avrebbe, infatti, rifatto i letti dei ragazzi e avrebbe sistemato la cucina, di sicuro non avrebbe perso tempo, posto che doveva fare le faccende, preparare il pranzo per sei persone e recarsi dal dottore con Michele. Del letto matrimoniale rifatto si è già detto, fu Elena a rifare quel letto e lo rifece in compagnia del figlio più piccolo prima che lo stesso lasciasse l’abitazione con il padre per la scuola.

Infine, nella richiesta di misura cautelare in carcere, a pag. 152, la procura afferma che, dopo aver ucciso la moglie nuda, Buoninconti non ebbe il tempo di rivestirla. Ma come? Se Buoninconti avesse ucciso Elena avrebbe avuto almeno 4 ore di tempo per rivestirla ed occultarne il corpo.

L’autopsia negativa per una morte violenta

Il vero punto cruciale di questo caso è che nulla indica che sia stato commesso un omicidio, neanche l’esame medico legale, eppure un uomo è stato condannato in via definitiva a 30 anni di carcere.

A pag. 8 dell’ordinanza di applicazione di misura coercitiva e a pag. 15 dell’Ordinanza di riesame si legge: «l’avanzato stato di decomposizione della vittima non consenta di pervenire a conclusioni scientificamente sostenibili in merito alle ragioni del decesso».

A pag. 49 dell’ordinanza di riesame si legge: «fronte di tutto ciò, come detto, la causa della morte rimane un dato agnostico potendosi al più ipotizzare per via deduttiva, secondo i consulenti, un omicidio per asfissia in sé compatibile con le altre risultanze investigative».

Compatibile con quali «altre risultanze investigative»? Nessun segno di una colluttazione fu rilevato sul corpo di Buoninconti e i vicini di casa non registrarono alcuna anomalia la mattina della scomparsa della Ceste; nessun segno del trasporto di un cadavere fu rilevato sulle auto in uso a Buoninconti; nessun segno riferibile al fantomatico occultamento di un cadavere nel Rio Mersa è mai stato rilevato sulle auto, sugli abiti, sulle calzature e sul corpo di Buoninconti, non vi erano, infatti, tracce di fango all’interno delle auto dei coniugi Buoninconti, né sugli abiti di Michele, né sulle sue calzature ascrivibili al fantomatico occultamento.

Nei casi in cui non si può risalire alla causa di morte attraverso lo studio dei resti, sono le altre risultanze investigative a far testo, e in questo caso le risultanze investigative, comprese quelle autoptiche, non sono di supporto ad una ricostruzione omicidiaria, ma pesano tutte e, lo ripeto, tutte sul piatto della bilancia dell’allontanamento volontario della Ceste, previo denudamento, e susseguente morte accidentale per assideramento.

A pag. 191 della Richiesta di applicazione misura cautelare si legge: «il corpo della donna era pervenuto al luogo del ritrovamento completamente nudo (…) l’esame necroscopico condotto sui resti cadaverici non è risultato utile a stabilire la causa del decesso, i resti cadaverici non mostrano lesioni di carattere traumatico».

Dunque al momento del ritrovamento il cadavere della Ceste era in parte saponificato e in parte scheletrizzato e non vi erano fratture, né segni riconducibili a colpi d’arma da fuoco, né segni riconducibili a lesioni da arma da taglio. Ma, nonostante tutto, l’accusa ha rinviato a giudizio Buoninconti per omicidio.

Come è possibile che un’autopsia negativa per morte violenta abbia giocato a sfavore di Michele Buoninconti? Come si è potuta sostenere una causale connessa ad asfissia nella più totale assenza di riscontri investigativi? Non solo non vi era, infatti, sul cadavere della Ceste alcuna lesione di carattere traumatico, ma non è stata trovata neanche su quei resti nessuna traccia di un mezzo atto a cagionarla (nei casi di strangolamento è frequente che si trovi ancora intorno al collo del cadavere il mezzo usato per portare a termine il delitto) e poi non vi era alcun segno di una colluttazione sul corpo di Buoninconti.

Nel libro Istituzioni di Medicina Legale di Clemente Puccini, alle pag. 431 e 432, riguardo al genere di omicidio ipotizzato dall’accusa, si legge: «La soffocazione diretta, si vede raramente negli omicidi di soggetti adulti sani in quanto è difficile mantenere la compressione degli orifizi aerei nell’individuo che si difende vigorosamente». Vi invito a riflettere sui tempi di un omicidio per asfissia, tempi incompatibili con i pochissimi minuti a disposizione di Buoninconti.

Non è una coincidenza che a Buoninconti sia stato attribuito un omicidio premeditato. L’accusa, infatti, gioca sempre la carta della premeditazione quando non riesce a giustificare dei «tempi impossibili» per la commissione di un delitto, un’aggravante contestata in quasi tutti gli errori giudiziari, perché gli innocenti de facto hanno sempre alibi insormontabili. Nel caso di specie la procura ha dovuto sostenere la premeditazione anche perché non avrebbe potuto inserire nella propria ottica omicidiaria la sosta di Michele dallo studio del medico di base. In parole povere: se la procura non avesse ipotizzato l’omicidio premeditato nn avrebbe avuto modo di giustificare la sosta di Buoninconti dal dottore, una sosta non poteva che supportare l’ipotesi in un allontanamento volontario in stato confusionale.

La morte per assideramento

Durante il confronto in aula, uno dei medici legali consulenti della procura, riguardo all’assideramento, ha affermato: «È una causa che abbiamo, non escluso, non abbiamo ritenuto di assumere in considerazione immediatamente per il contesto, innanzitutto, in cui è stato trovato, sono stati trovati resti di Elena Ceste. È un contesto che, non dico mal si attiene, è estraneo a quei contesti delle morti per assideramento. Per intenderci e per esemplificare la morte per assideramento è quella che coglie l’homeless, quella che cogli il cacciatore che si perde in un bosco, un bimbo che si perde in un bosco. È una morte accidentale. Non risultava agli atti che la Ceste potesse avere delle, così, dei fatti psicopatologici di entità tali che la inducessero ad un allontanamento da casa, repentino, e nuda oltretutto (Verbale di Udienza, 22 luglio 2015).»

Anche il medico legale consulente delle parti civili si è espresso in questo senso: «Se noi abbiamo – e ripeto, abbiamo semplificato molto – due ipotesi contrapposte, l’ipotesi proposta di una fuga dissociativa come primo episodio di un disordine psichico che non è mai stato evidenziato in precedenza, rispetto a quella dell’omicidio, ci permette di affermare che statisticamente l’ipotesi che sia un omicidio è 999.999 volte più probabile. Quindi dal punto di vista statistico non è un’ipotesi che si possa escludere, perché non ci sono degli elementi perentori che lo escludono, ma statisticamente è un’ipotesi marginale (Verbale di Udienza, 22 luglio 2015).»

Eppure, nella sua consulenza, redatta prima del rinvenimento dei resti, lo psichiatra nominato dalla procura all’indomani della scomparsa della Ceste non solo aveva riconosciuto che la donna era stata colpita da una crisi psicotica pochi mesi prima dei fatti, ma riguardo al periodo in questione si era espresso come segue: «è possibile affermare che all’epoca dei fatti per cui si indaga sussistesse un’incisiva menomazione delle facoltà di discernimento o di determinazione volitiva, un abbassamento intellettuale e delle capacità di critica tali da indurre una condizione di deficienza psichica (pag. 38)».

Fu proprio la ridotta capacità critica indotta dalla psicosi a condurre la Ceste a morte. Ella, infatti, dopo essersi nascosta ai suoi immaginari persecutori nel tunnel di cemento del Rio Mersa si addormentò e poi morì per assideramento. Per questo motivo l’autopsia non rilevò lesioni traumatiche.

Aggiungo che, a mio avviso, a fine ottobre, inizio novembre, la Ceste non ebbe una vera e propria crisi psicotica, ma manifestò, invece, i prodromi della crisi psicotica vera e propria che la colpì a fine gennaio, ovvero pensieri ossessivi persecutori. In ogni caso, se la Ceste avesse avuto una crisi psicotica in autunno, dopo quella crisi, che evidentemente non può che essersi risolta spontaneamente, non fu sottoposta alcuna terapia farmacologica per impedire eventuali ricadute. E dunque, come si fa ad escludere che abbia avuto una seconda crisi a fine gennaio?

La posizione dei resti

Durante il confronto in aula, riguardo alla posizione dei resti, uno dei medici legali consulenti della procura ha affermato: «Poi la cosa più importante, quella che dicevo all’inizio, è il contesto in cui sono stati ritrovati i resti, sono stati ritrovati proni, con quindi il volto ed il torace adagiati sul letto, diciamo così, su quel rigagnolo del rio Mersa, ed è una postura che non si attiene assolutamente a quella di un assideramento. Molto spesso i soggetti assiderati, laddove ritengono di doversi riparare dalla ipotermia, assumono una posizione cosiddetta fetale, rannicchiata; oppure li si rinviene, tenuto conto delle alterazioni di coscienza che intervengono nelle fasi della ipotermia, li si rinviene in posizioni piuttosto anomale, strane, che immediatamente fanno pensare ad una morte magari dovuta ad altre cause. Questa postura dei resti cadaverici non fa assolutamente pensare ad un assideramento, anzi consente proprio di escluderlo su base logica (Verbale di Udienza, 22 luglio 2015).»

Non solo lo stato dei resti della Ceste, ma anche la posizione in cui sono stati ritrovati è compatibile con un assideramento accidentale in un soggetto in preda ad un disturbo psicotico. La Ceste non assunse una posizione fetale, non si rannicchiò, perché era incapace di percepire il freddo a causa del suo disturbo psichico, se, infatti, avesse percepito il freddo non si sarebbe neanche spogliata prima di allontanarsi da casa.

La Ceste entrò nel letto del Rio Mersa da un varco nella vegetazione, raggiunse il tunnel di cemento, vi si nascose, si addormentò, morì per assideramento e poi cadde a faccia in giù.

Durante il confronto in aula, sempre riguardo alla posizione dei resti, il consulente medico legale delle parti civili ha detto «Allora, quello che voglio dire è che quella posizione non è la posizione di una persona che cade e muore. È una posizione che fa pensare, ripeto, non si può dire con certezza, ma che fa pensare ad un corpo che viene adagiato e lasciato in una posizione estremamente composta: esattamente sul fondo del canale, con le braccia tese lungo il corpo, le gambe stese e la faccia appoggiata per terra (Verbale di Udienza, 22 luglio 2015).»

Se il povero Buoninconti avesse «adagiato» il cadavere della Ceste sul fondo del canale «con le braccia tese lungo il corpo, le gambe stese e la faccia appoggiata per terra» si sarebbe sporcato di fango le calzature e gli abiti e avrebbe di conseguenza infangato anche l’interno della sua auto. Non vi chiedete anche voi il perché l’assenza di questi reperti non sia bastata ad escludere che fosse stato Michele a condurre la Ceste in quel rio? Perché la procura non è tornata sui propri passi nel momento in cui, all’assenza di segni di una colluttazione sul corpo di Buoninconti si è aggiunta l’assenza di segni riferibili all’occultamento, a cominciare dall’assenza di segni sull’auto riferibili al trasporto di un cadavere, per finire con l’assenza di fango sulle calzature e all’interno dell’auto di Buoninconti?

Il fascicolo d’indagine

Negli Stati Uniti, per ridurre al minimo gli errori giudiziari, i prosecutor non solo non mettono al corrente dell’ipotesi investigativa i propri consulenti, ma gli impediscono di consultare il fascicolo d’indagine; gli consegnano, invece, solo i dati necessari per svolgere le loro consulenze. E’ compito, infatti, del prosecutor e dei suoi collaboratori mettere a confronto tutte le risultanze investigative (il più possibile scevre da pregiudizi) per ricostruire il puzzle.

Il fantomatico movente

Vediamo insieme che cosa ha scritto la procura nella richiesta di applicazione misura cautelare in merito al tema del movente:

Pag.173: «La ragione dell’omicidio deve essere ricercata nell’esigenza di Buoninconti di affermare il suo dominio. Esistono ruoli e come tali devono essere interiorizzati e rispettati, sua moglie tutto questo non lo faceva più. L’incarico della famiglia veniva espletato in modo inadeguato. Una donna che incontra altri uomini, una donna che trascorre molto del suo tempo al computer con amicizie virtuali, non è una brava moglie, tanto meno una brava madre. Questo era il messaggio nel tempo inculcato ad Elena dal marito e solo da lui nel periodo in cui aveva manifestato disagio e preoccupazione».

Pag. 174: «Poiché, come adeguatamente segnalato dagli esperti, i periodi di crisi come quelli di deprivazione affettiva non si superano se non si affrontano in assenza di terapia farmacologica o supporto psicologico, si deve convenire che Elena avesse affidato il proprio forte disagio alle confidenze fatte al marito. Tutto ciò a novembre (…) Lo scompenso che ne era derivato, di tipo psicotico – proiettivo delirante veniva confermato dall’osservazione di tutti i suoi interlocutori. La sua natura traditrice appariva ormai svelata».

Pag. 179: «Dopo il 3 novembre non si verificarono più episodi del genere. La crisi psicotica, le proiezioni e i diffusi spunti deliranti che le avevano fatto perdere il controllo sul dato reale, erano rientrati (…) E’ quindi già dal mese di ottobre che ha avuto insorgenza il proposito criminoso immutato e costante malgrado il lasso temporale si sia rivelato più che apprezzabile per consentire una ponderata riflessione circa l’opportunità di recesso, rinvigorito e rafforzato dagli eventi di gennaio. Invero, sino al 20-21 gennaio, data in cui D. S., dopo averle inviato numerosi messaggi sul telefono cellulare, implorandola di farsi sentire, di rispondere e di richiamare, era incappato telefonicamente in Buoninconti Michele che aveva con sé l’apparecchio di Elena fuori di scuola: l’ideologia dell’omicidio era rimasta dormiente ma tuttavia presente».

Pag. 182: «Il tenore dei testi si presentava pesante ed innervosente per un marito che solo a ottobre e novembre aveva ricevuto le confidenze della moglie su iniziative della moglie di rapporti adulterini che si accingeva a dover nuovamente subire. Tutto questo aveva scatenato in lui una volontà di morte che lo aveva indotto da subito ad organizzare, preordinare e programmare l’assassinio della moglie senza soluzioni di continuità sino alla commissione del crimine (…) Rischiava di perdere tutto, non tanto la moglie di cui aveva da subito manifestato la facilità di sostituzione quanto invece i risparmi di una vita. Un uomo parsimonioso ed attento come lui, con la casa costruita manualmente, tuttavia intestata a quella moglie incapace di tutto, persino di assicurare fedeltà (…) Tutto pronto a sgretolarsi: famiglia, capienze patrimoniali, risparmi, orgoglio, pudore, onore (…) Il movente dell’omicidio correlato correlato all’occultamento del cadavere per ottenerne l’impunità va ricercato nell’odio maturato nel tempo verso una donna alla quale aveva offerto una famiglia una casa la dignità del proprio lavoro la condivisione dei guadagni e da cui invece era stato ripagato con vergogna, mortificazione e disonore (…) I sentimenti prevalenti in lui erano stati da subito la rabbia, l’inquietudine, la vergogna e l’infamia (…) La scoperta di quei messaggi che Buoninconti aveva sempre negato di aver letto sino all’esibizione per mani di Elena, aveva invece generato rabbia, risentimento, avversione totale verso la moglie che aveva affrontato, una volta rientrato in casa. Il tutto aveva riacutizzato e rinvigorito l’astio e il risentimento già esistenti dal mese di ottobre a causa dell’inoltro via mms del testo con fotogramma allegato da parte di D. S. e delle necessitate confidenze di lei. Ciò spiega nuova ira e collera.»

Pag: 206: La scoperta senza il tentativo di comprenderne le ragioni intime dell’autonomia della sua donna, che aveva sempre gestito e governato, ha generato un sentimento di odio che l’ha condotto all’assassinio. Una donna tanto insignificante, quanto modesta, era riuscita a porre in discussione la sua personalità, il vigore del suo carisma. Questa donna a prescindere dal ruolo domestico e familiare, doveva essere eliminata, la fonte del disonore, la ragione della vergogna doveva essere annullata. La preparazione materiale e mentale si è rivelata indice della inclinazione alla violenza, sintomo dell’assenza totale di freni inibitori verso la brutalità. Ha lasciato che il corpo di questa giovane mamma venisse rosicchiato dagli animali, occultato nel ruscello guardato a vista, sotto gli occhi inconsapevoli dei suoi bimbi in trepidante attesa (…) La inaudita violenza voluta da Buoninconti verso questa giovane vita è indice inequivoco di brutalità (…) una donna che aveva messo in discussione tutto questo andava eliminata, inscenandone la misteriosa scomparsa. La preparazione del delitto unitamente alla preparazione dell’occultamento del corpo di lei, in un luogo studiato e ben scelto portano a valutare come la pericolosità del soggetto sia attuale e concreta. E’ bastato che la sua donna sia ricaduta in una spirale di crisi personale e coniugale per non averle offerto scelta;: il desiderio di morte aveva avuto il sopravvento su tutto, bambini inclusi».

Abbiamo visto in precedenza che, in autunno, non ci fu alcuna crisi coniugale, che Buoninconti non venne a sapere in quell’epoca dei tradimenti e anche che non era geloso di D. S., anzi aveva buoni rapporti con lui. In autunno la Ceste non confidò al marito i suoi tradimenti, gli chiese soltanto di contattare il nipote per aiutarla a risolvere un problema al computer. Peraltro, a Michele, Elena non rivelò la natura del suo problema al computer, ovvero il timore che qualcuno si fosse introdotto nel suo profilo di Facebook, ma gli parlò invece di un problema con i cookie. Una riprova del fatto che Elena non solo non gli raccontò dei propri amanti, ma non voleva neanche insospettirlo, e che quindi era ancora capace di controllarsi. Pertanto, non si può far risalire a quell’epoca un eventuale proposito criminoso, non si può parlare di «odio maturato nel tempo».

Aggiungo anche che è difficile immaginare che un proposito criminoso sia maturato in seguito alla lettura del messaggi di D. S., messaggi di non univoca interpretazione. E poi c’è un dato che pesa sul piatto della bilancia dell’allontanamento volontario in preda ad una crisi psicotica, ed è il fatto che Buoninconti si sia accordato con la Ceste per andare dal dottore, testimone la figlia più grande, e che, una volta accompagnati i bambini a scuola, sia passato dallo studio del medico di base per informarsi sugli orari di ricevimento del sostituto, mostrando di avere un proposito sì, ma non criminoso, il proposito di far visitare la moglie per aiutarla a superare i suoi problemi mentali.

Peraltro, anche il tribunale del riesame ha escluso la premeditazione per l’assenza di «indici rivelatori di un proposito criminoso risalente nel tempo». Il riesame ha, però, ipotizzato il «dolo d’impeto», eppure escludere la premeditazione avrebbe dovuto condurre i giudici altrove, perché escludere la premeditazione significa escludere che il passaggio di Buoninconti dal dottore sia stato un depistaggio e dunque significa ammettere che Elena stava male.

13 – Continua

LEGGI LA DODICESIMA PUNTATA – Le microtracce di terra sugli abiti di Elena Ceste

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