di Gianpiero Falco

Ero, con un amico avvocato, in un locale quando mi sono imbattuto in vicini di tavolo volgari e caciaroni, per dirla alla romana, che mi hanno offerto il materiale umano per questa riflessione che è sociale oltre che economico-politica. E cioè che il concetto ecumenico cristiano e socialista del «siamo tutti uguali», anche nel campo delle attività lavorative, ha creato nella società un problema endemico della nostra struttura molto serio, se non grave.

Ovvero che le due culture, cristiana e socialista, abbiano strutturato una catena del lavoro (soprattutto, e unicamente direi, nel settore pubblico) in cui non esiste nessun tipo di responsabilità del lavoratore, lavoratore che non deve dar conto della sua produttività se non al suo superiore che a sua volta non deve dar conto al responsabile apicale di settore, e questo perché non esistono dei veri e propri carichi di lavoro che possano misurare l’efficienza del servizio. Dirigente, il quale, il più delle volte, distribuisce premi e prebende ai lavoratori senza che vi siano i riscontri della produttività di quest’ultimi o specifici meriti, se non l’appartenenza a questa o quell’altra fazione di lobbing che i dirigenti stessi formano per essere rappresentati nella loro aspirazione di comando al vertice.

Qui nasce la mala-burocrazia e cioè quella strutturazione del processo amministrativo che segue un proprio iter di limitazione della responsabilità dei funzionari. Che – per usare un termine di paragone preso dal mio campo – sono chiamati a emettere un provvedimento a corredo di un investimento da realizzare e invece sono «conservativi» nella composizione dell’atto, dilatando nel tempo il rilascio della autorizzazione e rendendo in questo modo il nostro Paese non competitivo nei confronti degli altri nostri concorrenti. Questa mancanza di efficienza del settore pubblico, perché il «lavoro spetta a tutti», ha generato il blocco degli investimenti esteri e nazionali nelle nostre iniziative progettuali e soprattutto ha generato disoccupazione, basso livello delle competenze e un ridimensionamento dei salari. Ma ha generato, ahinoi, un altro mondo dove l’illegalità regna diffusa ed incontrastata fino a quando non entra nel mirino delle nostre ottime forze dell’ordine.

Un elemento che non produce è un costo

Ricordo a tutti noi, soprattutto ai sindacati e alle nostre stesse associazioni datoriali, che un elemento che non produce è un costo e, soprattutto ricordo, altresi, che tali costi, uniti alla dilatazione temporanea degli investimenti per effetto dei tempi non certi della P. A. , rendono non competitivi i nostri prodotti-servizi offerti nel mercato internazionale e nazionale. E questo fenomeno provoca dolorosi effetti. Succede, infatti, che si generano mercati paralleli illegali di imprese che non rispettano le regole, non pagano salari adeguati, non pagano contributi e dopo aver distratto flussi in maniera fraudolenta portano al fallimento le stesse imprese utilizzate per le truffe via via ordite. Cosa, questa, che succede nel settore edilizio ed in particolare nelle nostre zone meridionali; in particolar modo in Sicilia dove vi sono molte imprese contigue al malaffare e dove esiste una burocrazia che aiuta addirittura questi personaggi infausti e sedicenti imprenditori di settore. Personaggi che, il più delle volte, appaiono come manager di grandi potenzialità quando, invece, sono dei furfanti che molto spesso la fanno franca. Ed in questo mercato la posizione dei più deboli viene stravolta: i lavoratori non hanno tutte queste garanzie, .anzi devono correre in nome di una legge del taglione molto nota a chi lavora per queste imprese contigue alla mafia e alla camorra.

Ad essere sinceri, i vicini di tavolo – mi pareva – appartenessero a questo secondo mondo parallelo e la loro tracotanza deriva dal fatto che sono arrivati all’obiettivo senza rispettare i giusti passaggi, ma hanno scavalcato la legalità, le competenze ed il merito; ragion per cui si credono onnipotenti e possono ciò che vogliono. Non sono più i «coatti» che Carlo Verdone ben ci spiegava nei suoi film, ma i nuovi ricchi, generati dalla voglia di benessere diffuso a tutti i costi, obiettivo di una sinistra democratica e del cattolicesimo imperante, voluto per compiacere le proprie masse elettorali, ma che in fin dei conti ci ha portato in uno stravolgimento sociale che è alle porte del caos Sociale.

Il caos immigrazione

A tutto ciò si aggiunge il caos immigrazione che il nostro background cristiano ci ha fatto accogliere, portando nel nostro Paese di tutto e di più, ma soprattutto soggetti senza speranza che sono venuti per fare il bello ed il cattivo tempo a pieno detrimento della nostra integrità sociale.
Basta perciò con il buonismo e la cultura dell’accoglimento dell’altro. Accogliamo anche noi stessi una volta tanto, e recuperiamo le regole che ci hanno fatto crescere. Regole che noi individuiamo nella responsabilità dei lavoratori, in genere, ma soprattutto in quelle delle P. A., che non possono non rispondere a criteri dell’efficienza. Non si può non rispondere del proprio operato e quindi delle proprie omissioni. Questa è la regola principale del vivere civile. Dimentichiamoci questo ecumenismo cattolico e socialista perché gli obiettivi si raggiungono sempre con il duro lavoro. Non si conoscono altre vie…

Gianpiero Falco
Presidente Confapi Napoli